Con un tweet diffuso nella giornata di ieri, il presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump, ha annunciato che tutte le organizzazioni antifasciste (ANTIFA) saranno dichiarate “gruppi terroristici” e combattute in quanto tali. Alla luce del sesto giorno di proteste scaturite dal brutale omicidio di George Floyd, afroamericano di Minneapolis, che lo scorso 25 maggio è stato assassinato per soffocamento dalla polizia quando era a terra e disarmato, le parole del presidente Trump risuonano come una dichiarazione di guerra a chiunque lotti contro le violenze perpetrate da un sistema che quotidianamente miete vittime in tutto il mondo. Ha più volte invocato “law and order” (ordine e legge), ricordando gli Stati Uniti dei tempi di Nixon e Regan, ha definito “sballati” i manifestanti, ha glorificato le operazioni di servizi segreti e polizia che hanno provato a sedare le rivolte. Assolutamente in linea con il profilo di un presidente eletto con il sostegno dei suprematisti bianchi, ha inoltre ripreso la frase del capo della polizia razzista di Miami, Walter Headley, risalente al 1967, “se inizia il saccheggio, inizia la sparatoria”.


Ma chi sono i veri terroristi se non quelli che promuovono l’oppressione e la violenza come programma politico, che si arricchiscono sulla pelle di milioni di sfruttati nel mondo, che propagandano il sessismo, l’omo-transfobia e l’esclusione sociale? Chi , se non quelli che invadono e depredano gli altri paesi nel nome del profitto, sparano e imprigionano chiunque provi a valicare i confini che con tanta attenzione vengono difesi, ma che al contempo sopravvivono grazie allo sfruttamento del proletariato immigrato, invisibile e senza diritti?  E’ evidente che non si sta parlando delle migliaia di persone che in questi giorni hanno invaso le città, stanchi di abbassare la testa di fronte alle ingiustizie quotidiane che sono costrette a subire, ma di chi di queste ingiustizie e violenze è il garante e l’esecutore: la classe dominante, i suoi esponenti politici, la loro polizia.


Non è casuale che il l’intensità e la radicalità delle proteste abbiano raggiunto picchi storici. Dall’inizio della pandemia gli Stati Uniti contano più di 3 milioni di nuovi disoccupati ed un altissimo numero di morti. Il meccanismo della sanità privata ha reso impossibile, per migliaia di persone, la prevenzione, la diagnosi e l’accesso alle cure facendo sì che la stragrande maggioranza dei morti per covid-19 appartenessero alle classi più povere. L’uccisione di George Floyd è stata solo l’ultima plastica dimostrazione di un sistema ingiusto che negli ultimi mesi ha mostrato tutta la sua brutale ferocia, la scintilla che ha fatto esplodere la polveriera. La crisi pandemica, la sua gestione e la macelleria sociale che ne sta venendo fuori, dimostrano che limitarsi a non essere fascisti o razzisti non è più sufficiente. Non si possono delegare le istanze democratiche di libertà personali e collettive, la difesa dei diritti civili e politici, ad un sistema basato sulla violenza e la disuguaglianza e sulle sue istituzioni. È necessario che i proletari e le classi subalterne si organizzino e lottino contro la violenza razzista e sessista giustificata o coperta dalle istituzioni reazionarie impegnate a difendere lo status quo e la solidità del sistema di sfruttamento capitalista.


Le minacce antidemocratiche contro le organizzazioni e i singoli militanti antifascisti devono essere respinte, la mobilitazione deve porsi l’obiettivo di comprendere e attaccare la radice comune dei rigurgiti reazionari più virulenti contro la comunità nera, le diversità sessuali e di genere e tutti i poveri della democrazie egemone del pianeta.


Questa radice ha un nome: capitalismo.

 

Ilaria Canale