Il grande dissesto economico provocato dalla pandemia non ha impedito ai 25 uomini più ricchi del pianeta di far lievitare le loro fortune. Tra questi si sono distinti i magnati dei grandi colossi della rete come Microsoft, Facebook e Amazon.


Che la pandemia stia avendo effetti devastanti sull’economia nazionale e mondiale non è certo una novità. Il calo storico del PIL nell’eurozona, che secondo la presidente della BCE Christine Lagarde potrebbe raggiungere il 15%, dà una misura della crisi economica in corso. Si tratta tuttavia di un processo che investe in modo difforme non solo le diverse aree geografiche ma anche, e soprattutto, i diversi settori economici.
Parlando di manifattura il caso italiano è emblematico. Se da un lato, secondo le stime Istat, il settore automobilistico ha visto diminuire la produzione del 62,6% a marzo (24,4% nel primo trimestre dell’anno) e quello tessile e dell’abbigliamento del 51,2% rispetto al marzo dell’anno precedente, dall’altro le industrie che producono beni alimentari, bevande e tabacco sono in calo solo del 6,5%.
La manifattura, ovviamente, non è l’unica ad essere colpita. Il settore del turismo e quello aeroportuale, strategici nel nostro e in altri paesi, hanno subito un durissimo colpo così come quello della ristorazione.
Eppure in questo quadro di generale recessione c’è anche chi ha attutito il colpo e chi si è arricchito ancora di più. Secondo uno studio dell’American for tax fairness, basato sui dati forniti dalla rivista Forbes, le 600 persone più ricche del continente americano hanno aumentato del 15% i loro patrimoni, che sono arrivati ad un totale di 3380 miliardi di dollari e a livello mondiale il discorso non cambia: i 25 più ricchi del mondo si sono arricchiti ancora di più.
Tra questi spiccano senz’altro Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, che è passato durante il lockdown da 57,5 a 87, 8 miliardi di dollari e Jeff Bezos, amministratore delegato di Amazon, che ha fatto lievitare le sue fortune del 30% arrivando a possedere 147 miliardi di dollari. Vincenti, se pur con patrimoni di “pochi” miliardi di dollari, altri personaggi quali Elon Musk di Tesla, l’ex Microsoft Steve Ballmer e il creatore di Zoom Eric Yuan.
Durante la pandemia, insomma, la parte dei leoni l’hanno fatta i così detti big tech, ovvero i colossi della tecnologia e dei servizi in rete come Microsoft, Facebook, Amazon, Netflix, Apple, Alphabet e Tesla. Per comprendere come ciò sia avvenuto sarà utile guardare più da vicino i casi citati.
Una performance di tutto rispetto è senz’altro quella di Microsoft, che ha incrementato i suoi profitti trimestrali del 22% raggiungendo i 10,75 miliardi di dollari ed ha superato le aspettative del mercato col risultato di 1,40 dollari per azione invece degli 1,27 ipotizzati. L’impennata nell’utilizzo di videochat e videoconferenze ha dato durante la pandemia un vantaggio fisiologico ai creatori e proprietari di Skype e Microsoft Teams, ma un’altra carta vincente è stata anche l’offerta ampia e differenziata di servizi cloud (servizi erogati da un fornitore attraverso internet su richiesta) sulla piattafoma Azure. Del lockdown, poi, hanno evidentemente beneficiato i profitti legati a videogiochi, Windows e i servizi legati allo smart working.
Meno entusiasmante, a ben vedere, è il caso di Facebook. Il fatto che durante quest’anno gli utili siano raddoppiati è dovuto in larga parte alle grandi perdite causate nell’anno precedente dai processi per violazioni della privacy e dalle maxi multe che ne sono seguite. C’è da dire poi che i profitti di Facebook, come è noto, sono in gran parte legati alle inserzioni pubblicitarie e certamente il lockdown ha scoraggiato settori importanti quali viaggi, eventi e marketing ad investire in tal senso. A compensare tutto questo, tuttavia, c’è stato un incremento consistente tanto degli utenti quanto del tempo che questi hanno trascorso non solo su Facebook, ma anche su Instagram e Whatsapp e Messenger, di proprietà dello stesso Facebook. In ogni caso la crescita è stata inferiore a quanto ci si prevedeva e l’aspettativa di 1,75 dollari per azione è stata leggermente delusa con un 1,73.
Il caso di Facebook ci fa capire come l’arricchimento individuale non sia sempre legato in modo lineare alla crescita di un gruppo o di un settore economico.
Qualcosa di simile lo vediamo con Netflix e Amazon. Nel caso di Amazon è vero che il lockdown ha portato un boom nelle vendite, ma ciò è stato compensato dalla necessità di assumere 175 mila nuovi dipendenti e di aumentare le paghe orarie, senza contare le spese per sicurezza e sanificazioni. La borsa ha risposto con un calo del 7,6% e alla fine dei giochi si è andati più o meno in paro.
Netflix, da parte sua, ha potuto contare su 15,7 milioni di nuovi iscritti, ma anche qui la pur notevolissima crescita del 27% potrebbe derivare anche da fattori indiretti. Il momentaneo stop di diverse costose produzioni ha infatti tagliato le spese in questo trimestre, ma il ritardo accumulato potrà facilmente tradursi in un impoverimento dell’offerta nel prossimo futuro.
Si tratta insomma di un quadro complesso, sfaccettato e in divenire. Se è vero che da un lato la pandemia ha aggiunto allo scenario post-crisi del 2008 degli elementi di novità, d’altra parte si potrebbe supporre che questo, ancor più che invertire tendenze, abbia accelerato ed esasperato processi già in corso da tempo.
Ad affrontare meglio la crisi sanitaria sono state imprese e multinazionali già riconosciute come veri e propri colossi della nostra economia, mentre a soffrirne sono stati in molti casi i pesci piccoli, come le piccole e medie imprese e la piccola borghesia di settori quali quello alberghiero e della ristorazione, ma anche dell’intrattenimento e del tempo libero fino ad arrivare al piccolo negoziante. Quello che potremmo aspettarci, insomma, è un’accelerazione nel processo di accumulazione di capitali e mezzi di produzione e non si può escudere che, dal punto di vista sociale e politico, a ciò possa corrispondere una situazione di crescente polarizzazione e radicalizzazione.

 

Alessandro Ventura