In questa recensione della sesta e ultima stagione di Better Call Saul, proviamo ad offrire una retrospettiva sulla serie appena conclusasi su Netflix. Parleremo in particolare di giustizia, intesa sia come istituzione che come idea morale, un tema centrale non solo nello spin-off dedicato a Saul Goodman, ma in tutto l’universo di Breaking Bad. 

Attenzione: spoiler!


 Guardando la conclusione di una delle saghe più celebri del nostro tempo, non possiamo non percepire una certa dose di ironia nei fatti che si stanno dipanando sullo schermo; in un universo di criminali e anti-eroi andati tutti incontro a una morte più o meno violenta prima di poter finire in un’aula di tribunale (eccezione eccellente è Jesse Pinkman), l’unico a cadere nelle mani della giustizia e a vedere il proverbiale fondo della cella è proprio l’avvocato, Saul Goodman, che sulla difesa della legge e della giustizia aveva basato il suo riscatto di fronte al fratello Chuck, illustre avvocato, e alla società. Viene giustamente da chiedersi se un destino del genere, un contrappasso così perfetto e appropriato, non fosse stato scritto sin dall’inizio di questa vicenda. Riavvolgiamo, quindi, il nastro e proviamo a ripercorrere il percorso di questo “inevitabile plagio della giustiziaora che possiamo comprenderne il senso compiuto.

La giustizia: fine, mezzo e sistema sociale repressivo

Il finale della prima stagione, ad esempio, si conclude con uno dei tanti duelli fra Jimmy e Chuck. “La legge è sacra!” tuona il più anziano dei due fratelli, riducendo il fratello alla macchietta di sé stesso, al suo alter ego infantile, Slippin’ Jimmy. È chiaro sin dai primissimi episodi che, se per Chuck la legge è un fine in sé stesso, per Jimmy essa è solo un mezzo come tanti altri. Il primo incarna l’avvocato di successo che ha massima fiducia nel sistema giudiziario e che crede che l’orizzonte della legalità sia il più prossimo alla vera giustizia. Per Jimmy, invece, la legge, in quanto mezzo, è rimpiazzabile. La sua figura è forse più vicina a quella del commerciale che dell’avvocato; egli ammette più volte di essere approdato all’avvocatura in virtù della sua bravura nel vendere e nel persuadere. Certo, almeno per il Jimmy degli inizi il fine per cui la legge è strumentale è pur sempre qualcosa di moralmente “buono”, come ad esempio aiutare chi non può permettersi una difesa legale; ma, come sappiamo, ben presto l’elasticità sui mezzi finirà per trasmettersi anche ai fini.

Nella storia in cui Jimmy è protagonista, quindi, la giustizia non può che essere un qualcosa di facilmente manipolabile e aggirabile; uno scomodo inconveniente, in alcuni casi, un deprimente palazzo di cemento con delle ridicole aule di tribunale semivuote al suo interno, in altri. Sia chiaro, non si tratta semplicemente di una “rappresentazione”: uno dei punti di forza di Better Call Saul sta proprio nel fornire non solo un punto di vista, ma un vero e proprio ritratto – anche piuttosto fedele – del disastroso sistema giudiziario americano. È già stato osservato come la serie metta a fuoco “la relazione tra il sistema legale in atto e la sua essenziale matrice sociale”. 

In BCS, il sistema giudiziario plasma le persone che vi sono coinvolte: i corridoi della corte sono attraversati principalmente da persone povere, con un’alta percentuale di neri e ispanici. Molti di loro hanno precedenti, mentre chi ci entra per la prima volta è chiaramente destinato a tornarci. La corte di giustizia appare come nient’altro che l’anticamera del complesso concentrazionario più esteso del mondo. Paradossalmente, i suoi procedimenti sembrano atti a perpetuare e riprodurre il crimine, piuttosto che a fare giustizia. La funzione di controllo sociale del sistema giudiziario non si sostanzia nel contrasto alla violenza e alla criminalità, ma nel mantenere una grossissima fetta di popolazione americana, proletaria e sottoproletaria, particolarmente razzializzata, costantemente ai margini della prigione. 

Povertà, repressione poliziesco-giudiziaria e frequentazione periodica del carcere si fondono in un’unica condizione sociale.

Non stupisce che, a fianco di questo sistema, si possa sviluppare relativamente indisturbato il mondo delle organizzazioni criminali, come quella guidata da Gus Fring, con una propria forma di legalità parallela. Anche questa galassia esercita una sua forma di controllo sociale sui medesimi strati sociali di cui sopra, attraverso la produzione e distribuzione di sostanze stupefacenti che creano forte dipendenza e l’uso di attività che impiegano manodopera ricattabile ed entrata illegalmente nel paese come copertura. Il sistema legale implementato dallo Stato appare altrettanto manipolabile, che lo si veda dal punto di vista di Jimmy/Saul o da quello dei vari Fring, Mike, Salamanca ecc. Si pensi alla facilità con cui Mike riesce prima a manipolare una testimone per ottenere l’arresto di Lalo Salamanca e poi a svelare – tramite Saul – la sua stessa manipolazione alla corte di giustizia, stavolta per impedire la condanna del suo antagonista; oppure si pensi a come l’unico vero successo delle forze dell’ordine in tutta la serie – la retata guidata da Hank e Steve Gomez nella quinta stagione – sia, in realtà, l’ennesima mossa orchestrata da Gus nella sua guerra contro Lalo.

La contraddizione tra legge, giustizia e morale

Ma torniamo, per un attimo, a Jimmy e Chuck. È chiaro che Jimmy non è approdato all’avvocatura solo per la sua propensione alle vendite, ma anche per un sincero senso di ammirazione nei confronti del fratello. Tuttavia, la repulsione di Chuck verso questa ambizione di Jimmy, porta quest’ultimo inevitabilmente alla ribellione. Jimmy ripudia i valori tanto cari al fratello e assume un atteggiamento cinico e disincantato nei confronti della legge. A differenza di Chuck, che rappresenta solo persone che possono permettersi enormi spese legali, Jimmy vede che i suoi clienti non sono uguali agli altri di fronte alla legge: non crede che il sistema giudiziario riformi, semmai appiattisca le persone sulle loro azioni, su errori anche isolati commessi in passato in circostanze di forte necessità. Emblematico è il suo discorso a Kristy Esposito, una ragazzina candidata per una borsa di studio offerta a un gruppo di studenti di legge ed esclusa a prescindere dai membri della commissione HHM per il suo “trascorso” da taccheggiatrice.

Ma l’esito di questa ribellione – uno slancio puramente individuale ed egoistico – non può che essere la cooptazione nel fronte opposto. La transizione da Jimmy a Saul segna anche il punto in cui il protagonista diventa strumento e beneficiario del sistema che lui stesso condannava. I suoi clienti non sono più emarginati in cerca di aiuto, ma portafogli da prosciugare; la legge non è altro che una giungla di cavilli che potenzialmente permette di scagionare chiunque, colpevole o meno. Il suo ufficio diventa una grossolana parodia delle istituzioni di cui Saul vuole ergersi a rappresentante; il testo della Costituzione usato come carta da parati e delle vuote colonne di cartone per ricordare la Corte Suprema. Nel penultimo episodio della sesta stagione, Kim entra per la prima e ultima volta nell’ufficio di Saul per ufficializzare il divorzio e rimane senza parole alla domanda dell’ex marito che le chiede cosa ne pensa dell’arredamento. In precedenza, Jimmy e Kim riuscivano a incontrarsi e a collaborare – non senza conflitti – a partire dalla comune credenza che la legge fosse, in fin dei conti, un male necessario, un meccanismo imperfetto che la moralità individuale a volte richiede di aggirare per aiutare i meno fortunati. La loro separazione avviene nell’episodio 9 della stagione appena conclusa, quando i due stanno affrontando le conseguenze della tragica morte di Howard Hamlin. Un esito per la relazione fra i due che ha tutte le sembianze di un’inevitabilità, dal momento che quell’orizzonte morale che trascende i limiti della legge – e che aveva fatto da collante sempre più precario nella loro relazione – scompare del tutto per Jimmy, mentre costringe Kim a valutare la sofferenza causata dalle sue azioni.

Jimmy ritroverà questo orizzonte solo nel finale di serie, quando deciderà di confessare la sua attiva e complice partecipazione nell’impero di Walter White, accettando una pena conforme ai suoi crimini. Non a caso, è anche il momento in cui lui e Kim si rivedono per la prima volta, a 6 anni di distanza dall’ufficializzazione del divorzio, da quel surreale momento nell’ufficio di Saul Goodman.

Prima di esaminare nel dettaglio il finale, però, prendiamo in considerazione il caso di un altro co-protagonista, Mike Ehrmantraut. Anche Mike, come Jimmy, è un personaggio che cerca di costruirsi una propria moralità al di fuori dei confini della legge. Come si evince da questo dialogo particolarmente rivelatore, il suo codice etico si fonda sostanzialmente su tre semplici principi: mantenere la parola data, obbedire agli ordini e tenere la bocca chiusa. Si tratta senza dubbio di valori condivisi in tutto l’universo delle organizzazioni criminali a cui si faceva riferimento sopra. Ma il percorso di Mike in BCS ci mostra come questo progetto di moralità extra-legale sia destinato a fallire ancora prima dei risvolti drammatici di Breaking Bad. Il tratto distintivo dell’etica di Mike, infatti, sta nell’essere puramente formalistica e priva di contenuto: non importa quali siano gli ordini, l’importante è seguirli, non importa quali informazioni si conoscono, bisogna a tutti i costi tenere nascosta la propria attività, ecc. Questo lo porta a condurre un’esistenza spesso contraddittoria e a dover obbedire a ordini che, a livello personale, gli sembrano aberranti (si veda l’assassinio di Werner Ziegler). Mike vuole rispettare la parola data ed essere un fedele impiegato di Fring, ma non può fare a meno di protestare per il trattamento che il suo datore di lavoro riserva a Nacho Varga (in particolare per le minacce rivolte al padre di quest’ultimo). Senonché nell’ultima stagione Mike finisce per partecipare attivamente all’orchestrazione del “sacrificio” di Nacho.

Sempre nell’episodio 9 della sesta stagione, Mike, mosso dal senso di colpa, si reca dal padre di Nacho per informale della morte del figlio e offrire qualche rassicurazione. «Suo figlio ha fatto svariati errori – dice Mike – si è alleato con le persone sbagliate, ma non è mai stato come loro. Non del tutto. Lui aveva un buon cuore». È chiaro, da queste parole, come Mike stia anche pensando anche al suo di figlio, ma l’ipocrisia diventa evidente subito dopo, quando dice che presto arriverà il momento dei Salamanca e sarà finalmente fatta giustizia. Il padre di Nacho ha un moto di disgusto nel sentire questa parola pronunciata da un “gangster”. E sicuramente anche il pubblico si rende conto che proprio Mike dovrebbe essere l’ultimo a credere veramente che nel suo lavoro si possa parlare di giustizia. Si pensi all’ultimo dialogo con Gus Fring. L’arco di Mike si conclude così (se si escludono flashforward e flashback negli episodi successivi), con in bocca una parola più che mai svuotata di significato. Così uno dei coprotagonisti di più elevato spessore della serie si trova per l’ennesima volta a dover fare i conti con la propria falsa coscienza; Mike – non diversamente da Gus Fring – crede che la professionalità, la competenza e l’assenza di malizia lo separino dai mostri, dai Salamanca, ma in fondo sa che il padre di Nacho ha ragione. Mike incarna l’impossibilità di conciliare un’etica di lavoro in cui tutto dovrebbe essere permesso con l’etica personale. Kantianamente, la sua vicenda rappresenta il fallimento di qualsiasi progetto morale fondato sulla particolarità (il mercato di stupefacenti e la violenza criminale, in questo caso) e quindi non universalizzabile.

Sotto questo aspetto, Chuck è un personaggio insolitamente simile a Mike. Nell’ultimo flashback del finale, la serie ci riporta al rapporto fra i fratelli McGill, in una scena che ha luogo poco prima dei fatti di BCS. Jimmy sta rifornendo la casa del fratello di tutti i beni necessari; la discussione fra i due verte sui primi clienti di Jimmy, che ha da poco cominciato la sua carriera da libero professionista. Mentre Jimmy svuota un sacco di ghiaccio, Chuck osserva sprezzante: «Spero tu non l’abbia rubato da un motel». Insomma, Chuck può dispensare qualche parola di paternalistica compassione per i clienti di Jimmy, ma non riesce a concedere il beneficio del dubbio a suo fratello. I creatori della serie sottolineano ancora una volta come il più strenuo difensore del sistema legale non creda in uno dei suoi principi portanti: la riabilitazione. Il concetto di giustizia di Chuck, non diversamente da quello di Mike, è fondato interamente sulle regole, regole che rimangono vuote e che lasciano qualsiasi etica genuina al di fuori. La falsa coscienza di Chuck non è così evidente come in Mike, dove essa assume la forma di conflitto a livello conscio, perché è molto probabilmente più radicata a livello inconscio; è intuibile come la presunta allergia per l’elettricità che l’ha reso così distintivo come personaggio possa essere un sintomo di una profonda scissione psichica. BCS infligge così un ultimo colpo all’elitismo di molti professionisti della legge, responsabili della sua perversione alla pari di arrivisti come Saul Goodman.

Per concludere, torniamo al finale di serie. Come si è visto, BCS è attraversata da un forte pessimismo di fondo: da un lato, la legge e il diritto positivo dello Stato non portano quasi mai alla giustizia, dall’altro, non la si può trovare giustizia nemmeno nei paradigmi extra-legali descritti dal mondo della criminalità. Anche dopo aver perso la sua carriera, la sua copertura ed essere stato arrestato, Saul non smette di trattare la legge come un giocattolo. Dopo aver menato per il naso il governo americano per l’ennesima volta, egli arriva addirittura a concordare una condanna di soli sette anni e mezzo. E però il ritorno in scena di Kim farà cambiare idea al protagonista che, in uno slancio inaspettato di altruismo, rinuncia all’accordo e confessa tutti i suoi crimini per scagionare Kim da qualsiasi implicazione nella morte di Howard Hamlin, redimendosi così ai suoi occhi. Questo non rende il finale meno amaro; anzi, è incredibile quanto i creatori della serie riescano a rendere poco edificante un’azione del genere. In fondo, Saul ha per un’ultima volta plagiato la legge per i propri scopi (emblematico è quel «Conosco la legge meglio di lei» rivolto al giudice), a cambiare è stata solo la natura di quegli scopi

Il messaggio con cui l’universo di Breaking Bad lascia il pubblico è di radicale sfiducia nei confronti del sistema giudiziario americano; non è un caso se Better Call Saul ha fatto la sua fortuna, a partire dal 2015, proprio in una fase storica in cui l’amministrazione repubblicana ha mostrato il carattere arbitrario e decisamente politico della più grande istituzione giudiziaria del paese, come ha dimostrato anche il recente ed ennesimo attacco al diritto delle donne al pieno possesso del proprio corpo, al diritto all’aborto. I creatori, però, ci invitano anche a cercare giustizia altrove. Alla fine, l’orizzonte etico personale – la dimensione che lega e separa Jimmy e Kim – deve prevalere su quello positivo-legale.

La più grande saga di antieroi dei nostri tempi si conclude così con un atto di eroismo. 

 

Marco Duò

Nato a Rovigo nel 1996, vive a Padova, dove studia Scienze Filosofiche. Ha conseguito una laurea triennale in lingue (inglese e russo) presso l'Università Ca' Foscari di Venezia con una tesi in studi postcoloniali su Frantz Fanon e la laurea magistrale in scienze filosofiche presso l'Università degli Studi di Padova. Lavora come precario nel mondo della scuola.