Riceviamo e pubblichiamo una lettera aperta di alcuni docenti, di vari istituti e appartenenti a varie sigle sindacali (o non iscritti), tutti in servizi presso alcuni convitti di diverse regioni.

Una critica al discorso della ministra Azzolina sulla «scuola sicura » e sulla supposta « buona gestione » della crisi pandemica in Italia.


La litania delle scuole sicure, a ogni costo e contro ogni logica, che dobbiamo ormai sorbire tutti noi da mesi diventa insostenibile in particolar modo se sei un educatore di un convitto nazionale, un educandato o un convitto annesso.

Queste istituzioni statali, come statale è il personale che vi opera, sono forse troppo poche, sebbene sparse in tutto il territorio nazionale: oggi trovano un loro fittizio e irreale spazio di visibilità consumistica nel reality televisivo “Il collegio”, ma sono nella realtà dei fatti totalmente ignorate dal Ministero dell’Istruzione.

Eppure hanno riaperto, puntuali, come hanno riaperto a settembre le scuole di ogni ordine e grado, accogliendo alunni semiconvittori (di vari ordini di scuola, che usufruiscono di un tempo scuola prolungato anche in orario pomeridiano) e convittori (ragazzi, che per varie ragioni, soggiornano in convitto). Hanno riaperto puntuali nonostante la categoria del personale educativo, già in tempi “normali”, sia stata danneggiata forse più di tutte, nell’ambito del sistema scolastico italiano, dalle scellerate politiche di tagli degli ultimi anni. Enormi i problemi di organico “grazie” ai parametri restrittivi della Gelmini, vincolata negli organici di diritto fin dal 2011, priva del supporto di personale di sostegno per fronteggiare le situazioni previste dalla legge 104.

In un contesto in cui per le istituzioni scolastiche si è fatto un gran parlare (solo quello, a onor del vero) di abolizione delle classi pollaio, di personale docente aggiuntivo per fronteggiare l’emergenza in atto, noi non siamo partiti di certo con le premesse migliori. E le premesse sono rimaste tali, visto che neanche in un anno così particolare, a causa dell’emergenza sanitaria in atto, si è voluto dare un segnale di cambiamento per queste istituzioni che hanno conservato la stessa misera dotazione organica degli anni passati. Eppure sarebbe stato coerente, con la narrazione ministeriale sull’imprescindibilità della scuola in presenza, investire sulla residenzialità dei convitti; essa garantisce il diritto all’istruzione indipendentemente dalla località di residenza, e mai come oggi poteva essere fondamentale per le famiglie, anche per ovviare ai problemi che un utilizzo frequente di trasporti pubblici, su lunga percorrenze, comporta in termini di rischio del contagio. Anche il semiconvitto, per gli alunni di ogni ordine e grado, si sarebbe potuto rivelare, mai come quest’anno, in tutta la sua importanza sociale: per colmare il pesante impatto psicologico che hanno subito bambini e adolescenti durante il lockdown e per limitare le problematiche legate alla diffusione del contagio, offrire a questi ragazzi un tempo scuola prolungato, in un ambiente di socializzazione e di crescita psico-fisica sicuro e controllato, sarebbe potuta essere una scelta vincente.

Il Ministero, però, oltre a non aver minimamente pensato, per queste istituzioni con una precisa peculiarità, ad un organico aggiuntivo dovuto all’emergenza, così da poter organizzare vari gruppi di alunni, non ha neanche stilato un Protocollo di sicurezza ad hoc per i convitti: ogni istituzione è stata lasciata a se stessa e al “buon cuore” di dirigenti scolastici in materia di sicurezza. Nessuna uniformità di comportamenti, solo variegate interpretazioni. Eppure i nodi critici sulla sicurezza sono molti: dalla residenzialità che implica condivisione di bagni, camere e situazioni di promiscuità negli spazi comuni, alle mense che continuano a funzionare spesso con modalità troppo simili a quelle prepandemiche, sconcertanti se si pensa che abbiamo in vigore attualmente un DPCM che impone, invece, la chiusura dei ristoranti. La cosa più grave, poi, è l’indifferenza da parte delle istituzioni preposte quando in queste istituzioni avviene un contagio. Maddalena Lo Fiego, educatrice del Convitto annesso di Pescia, riporta la propria esperienza: “A seguito della positività di due educatori il Dirigente Scolastico, nel primo caso, dopo una breve chiusura per quarantena del convitto (12 ore), con rientro in famiglia dei convittori, ha predisposto la revoca della stessa il mattino successivo in quanto l’Asl competente non ha ravvisato elementi necessari per confermarla. Nessun tracciamento né dei convittori né del personale educativo ed Ata. Idem nel secondo caso, nonostante l’immediata comunicazione della positività dell’educatore al dirigente e contestuale richiesta di chiudere il convitto, con messa in quarantena e tracciamento di convittori e personale: anche questa volta l’Asl non ha ritenuto che vi fossero le condizioni per la messa in quarantena ed il tracciamento di studenti e personale. Tutto ha continuato a svolgersi regolarmente”.

Laura Colucci, educatrice del Convitto Nazionale di Genova, fa presente che poco dopo la situazione di Pescia, e in altra regione, il modus operandi è il medesimo: “Due colleghi, che lavorano nello stesso settore, hanno contratto il covid-19. Al risultato positivo del primo tampone molecolare, ho fatto pressioni con il Dirigente Scolastico perché chiudesse il reparto interessato: secondo me non c’era tempo da perdere e non potevamo aspettare le disposizioni (spesso tardive) della Asl. A seguito di relazione dettagliata da parte dell’infermiera, nostra referente covid-19, la Asl dopo qualche giorno si pronuncia: riapertura immediata, nessuna quarantena né tracciamento per gli alunni e il personale venuto a contatto con i due educatori positivi, perché non giudicati “contatti stretti”. La collega di Pescia mi aveva già parlato della sua esperienza, e la decisione della Asl ligure non ha fatto che confermare il mio sentore sulla totale mancanza di tutele. E nei giorni a seguire i colleghi si sono aggravati, uno dei due ha avuto anche bisogno della terapia subintensiva: lascio immaginare le condizioni psicologiche in cui tutti noi ci rechiamo al lavoro”.

Le educatrici Colucci e Lo Fiego, toccate dalle rispettive esperienze personali, hanno in seguito contattato altri colleghi in Italia per informarsi sulle rispettive situazioni, e quello che hanno scoperto dai racconti di alcuni educatori è sconcertante. Al convitto di Sondrio, un educatore e un alunno positivi, aperto malgrado la zona rossa, nessuno screening, nessuna quarantena e nessuna comunicazione ufficiale a lavoratori e alle famiglie perché si afferma che non si siano contagiati all’interno dell’istituzione educativa. A Cortona il pericolo di focolaio è stato scongiurato solo dalla chiusura delle scuole superiori, che ha portato anche alla chiusura del convitto residenziale: altrimenti, con due casi di positività, l’Asl aveva disposto quarantena solo per le classi e non per il convitto. Ma il caso più eclatante, di cui sono venute a conoscenza, è quello del convitto di Tarvisio: su 40 convittori presenti, 22 isolati nelle loro stanze di cui un positivo e tutti gli altri in attesa di tampone. Alcuni hanno la febbre, altri il mal di gola. L’infermiera manca da più di un mese e la somministrazione di medicine e pasti è stata affidata agli educatori, ai quali, secondo il dipartimento di prevenzione, non verrà fatto nessun tampone o test sierologico perché dotati dei dispositivi di protezione. Nessuno screening completo, quindi un vero e proprio focolaio in atto! Non si può escludere, non essendoci allo stato attuale una mappatura delle istituzioni educative, che possano esserci altre situazioni critiche.

Da tenere presente in questo contesto è che spesso, nei convitti residenziali, i ragazzi non frequentano tutti la stessa classe, e talvolta neanche la stessa scuola, moltiplicando di fatto i contatti indiretti potenziali: in questo quadro risulta quantomai colpevole l’atteggiamento del ministero e dei sindacati che hanno di fatto ignorato queste istituzioni. La pandemia in atto non fa altro che aggravare i problemi e le mancanze ventennali della scuola italiana: non c’è la volontà politica di affrontare, con un sistema di tracciamento serio e la messa in atto di protocolli chiari di sicurezza, questa situazione di emergenza che riguarda non solo i singoli lavoratori ma tutta la collettività, viste le dinamiche di contagio e il coinvolgimento di gran parte della popolazione italiana, direttamente o indirettamente, nelle scuole. In un quadro di importanti carenze in termini di sicurezza di tutta la scuola italiana, i più deboli ne pagano il prezzo maggiore: le istituzioni educative sono già affette da importanti patologie pregresse, per le quali rischiano, loro sì, di morire con il covid e non per il covid.

Vittorio Balestrieri – Convitto Nazionale « Vittorio Emanuele II» – Napoli

Laura Colucci – Convitto Nazionale « Colombo » – Genova

Giacomo Corbisiero – Convitto Annesso ITAS « Tosi » – Codogno

Salvatore Cosentino – Educandato «SS. Annunziata» – Firenze

Antonio D’Auria – Educandato «SS. Annunziata» – Firenze

Maddalena Lo Fiego – Convitto Annesso ITAS « Anzilotti » – Pescia

Silvio Viglione – Convitto Nazionale « Rinaldo Corso » – Correggio