Si è tenuto martedì il primo sciopero su scala nazionale della storia di Amazon in Europa. Tra dipendenti diretti e indiretti, erano coinvolti 40.000 lavoratori. La grande burocrazia sindacale fa di tutto perché il conflitto non si allarghi.


Una storica giornata di lotta operaia nel pieno della pandemia

Possiamo senza dubbi definire la giornata di martedì “storica”: per la prima volta in Europa, uno sciopero di 24 ore ha colpito Amazon su tutta la sua filiera nel nostro paese.

Lo sciopero è avvenuto nel pieno della “terza ondata” della pandemia del Coronavirus, con una media, nelle ultime settimane, di oltre 20.000 contagiati e 300 morti al giorno per il virus. Il paese si sta avvicinando a una condizione di “zona rossa totale” e la campagna vaccinale è molto indietro sulla tabella di marcia – solo 8 milioni di persone sono già state vaccinate – anche per il blocco di alcuni giorni nella somministrazione del vaccino meno costoso, Astrazeneca, in seguito all’allarme, poi smentito, per alcune morti avvenute post-somministrazione del vaccino.

In questo clima soffocante, la burocrazia dei tre grandi sindacati – CGIL, CISL, UIL – ha confermato e anzi rafforzato il suo consenso al governo, nel passaggio da Conte a Draghi il quale, bontà sua, ha convocato i capi dei sindacati per chiacchierare un po’ con loro prima di insediarsi.

Contro le politiche di mancata garanzia di sicurezza per i lavoratori, e contro i nuovi tentativi di precarizzazione del lavoro e i licenziamenti di oltre 100.000 persone nonostante sia in vigore un “blocco dei licenziamenti”, il settore della logistica è stato uno dei più attivi nella mobilitazione in Italia durante la pandemia.

In questo scenario, Amazon ha avuto il vantaggio di essere un’azienda relativamente nuova, in rapida espansione, nell’apparato dei magazzini logistici e delle spedizioni in Italia. Ma è in rapida espansione e, infatti, i suoi dipendenti diretti e indiretti (questi ultimi perlopiù drivers) sono già 40.000 nel paese. Il processo di sindacalizzazione è ancora molto parziale e molto recente, ma le condizioni di lavoro brutali, con ritmi di lavoro insostenibili e contratti precari e di breve durata per quasi tutti i facchini, hanno fatto accumulare una rabbia diffusa e un’esasperazione come in poche altre aziende nel paese. Una dinamica simile a quella che si registra negli USA, patria di Amazon, dove i tentativi di sindacalizzazione di decine di migliaia di lavoratori si scontrano con l’imponente apparato di intelligence e repressione aziendale.

L’azienda ha soffiato sul fuoco, rigettando qualsiasi trattativa sindacale reale con i rappresentanti dei grandi sindacati, che nel settore della logistica scontano una politica filopadronale durata decenni. La passività della burocrazia lasciato ampio spazio al sindacalismo di base per radicarsi in questo settore, specialmente nel nord Italia, la parte più industrializzata del paese. Moltissimi lavoratori di questo settore sono immigrati, provenienti perlopiù dall’est Europa, dall’Africa, dall’Asia, in un paese dove gli immigrati sono meno del 9% della popolazione.

I grandi sindacati hanno così deciso di lanciare una giornata di sciopero su tutta la filiera, concentrando le proprie rivendicazioni su una retribuzione più adeguata (soprattutto per il lavoro straordinario), su una (minima) riduzione degli orari per i driver, e sui ritmi e le condizioni di lavoro, specialmente quelle dei drivers che non sono tutelati se i loro mezzi subiscono dei danni o se non riescono a consegnare tutta l’enorme mole di pacchi che ogni giorno viene consegnata loro.

Una prima sconfitta per Bezos, un potenziale per una lotta radicale

I sindacati hanno dichiarato una partecipazione media del 75% dei lavoratori, il che vorrebbe dire circa 30.000 lavoratori. Sarebbe una partecipazione che, in una sola grande azienda, si avvicinerebbe a quella degli scioperi in tutto il settore logistico dichiarati dal sindacalismo di base. Anche se in alcuni casi, come in Toscana e in Lombardia, queste percentuali sembrano veritiere, le cifre reali sono sicuramente più basse, ma comunque non c’è dubbio che parecchie migliaia di lavoratori Amazon, diretti e indiretti, abbiano scioperato. Una prima grande sconfitta per l’azienda di Jeff Bezos, che ha dovuto subire una grande eco mediatica e una parallela campagna nazionale di boicottaggio di Amazon da parte dei consumatori.

Uno sciopero dove c’è una simpatia di massa verso questi lavoratori, mentre le voci critiche risultano marginali, e molti politici hanno preferito rimanere in silenzio, piuttosto che prendere posizione a favore di Bezos.

È vero che la volontà delle grandi burocrazie sindacali di non scatenare un conflitto contro il governo e contro le associazioni padronali ha depotenziato molto lo sciopero, tenendolo isolato rispetto ad altri scioperi su scala nazionale che si stanno tenendo in questo mese, a partire da quello del prossimo 26 marzo, che coinvolge rider, l’intero reparto della logistica (organizzato da Si Cobas e ADL Cobas, con un “bis” separato dei confederali il 29 marzo), la scuola e il trasporto pubblico locale (quest’ultimo, sempre convocato dai confederali insieme ad altre sigle corporative minori). Ma già questo 22 marzo, la partecipazione ai presidi davanti ai magazzini si è allargata a lavoratori e attivisti sindacali anche del sindacalismo di base presente nel settore e, in misura oggi molto modesta, anche in Amazon – in particolare USB e Si Cobas. Quest’ultimo sindacato ha già lanciato la proposta di concentrare la mobilitazione del 26 marzo proprio ad Amazon, quanto meno a Piacenza e all’enorme magazzino di Colleferro fuori Roma. 

Questo episodio di lotta apre un nuovo potenziale in un settore strategico del capitalismo in Italia e a livello internazionale, su vari piani.

Innanzitutto, apre la via a una stabilizzazione della vita sindacale dentro Amazon in Italia, che fino a poco tempo fa sembrava impossibile, e quindi il proseguimento della lotta per migliori condizioni di lavoro e contratti meno precari.

Il superamento della fase di pace sociale o di micro-scioperi in Amazon, con una prospettiva di lotta all’azienda nella sua forma concreta multinazionale, apre allo sviluppo di forme di informazione, coordinamento e solidarietà attiva coi lavoratori Amazon negli altri paesi.

La grande burocrazia sindacale ha solo bisogno di imporre, magari questa volta con maniere un po’ più forti, la propria riconoscibilità alle aziende e allo stato: la presa di coscienza di questo meccanismo, che nel giorno di sciopero ha significato la proibizione nel fare picchetti, potrà portare allo sviluppo di un protagonismo dei lavoratori nella lotta sindacale, tramite la loro auto-organizzazione e l’utilizzo della democrazia operaia per discutere, organizzare e vincere le vertenze sindacali.

L’evoluzione della lotta in Amazon, e in altre grandi aziende strategiche, può dare un contributo nel fermare il tentativo, in corso da anni, di reprimere e circoscrivere il settore combattivo dei lavoratori della logistica, ancora minoritario ma folto e preoccupante per i padroni. Non solo: può permettere di dare più forze a una messa in discussione generale della passività filo-padronale imposta dalla grande burocrazia sindacale, così come della frammentazione per sigle e per rivendicazioni corporative delle lotte dei lavoratori in Italia.

L’ultimo anno di crisi economica e pandemica ha chiarito ancora di più che l’unica reale opposizione alla “Amazoncrazia”, allo strapotere di poche enormi aziende, non sta nelle promesse disattese, fatte dai partiti di governo, di qualche tassa in più, di qualche regola in più, ma nella mobilitazione unitaria dei lavoratori, con obiettivi convergenti e comuni, senza separare le lotte in base all’appartenenza sindacale.

Giacomo Turci