Il presidente tunisino Kaïs Saïed ha esautorato il governo nazionale in carica, con un colpo di Stato “morbido”: proponiamo una lettura di questo fenomeno, divisa in due parti, che mostra le aspettative tradite dal regime post-Primavera araba e fa luce sulle radici del cesarismo di Saïed. 


Prima parte

L’impasse economica ha aperto le porte al populismo reazionario

L’ubriacatura del successo democratico liberale della Tunisia ha di fatto portato in secondo piano i risvolti politici che la questione sociale aveva aperto.

La crescita di sentimenti anti-partitici e la perenne mobilitazione contro le misure economiche messe in atto dai governi ha aperto le porte ad una sorta di populismo che ha portato al potere, nel 2019, il costituzionalista, Kaïs Saïed.

Tale risultato, oltre alle cattive performance dei governi, è legato all’incapacità della sinistra tunisina nello sviluppare una critica politico-economica radicale alla fase di transizione, lasciando l’amministrazione dello Stato alle forze politiche islamiste o a formazioni politiche in parte legate al vecchio regime.

Nonostante i buoni risultati della sinistra social-democratica alle elezioni del 2014, unita sotto la sigla ‘Fronte Popolare’, essa è rimasta di fatto ancorata all’interno delle logiche liberal democratiche aggiungendosi al coro del successo democratico tunisino.

La coalizione, formata da 12 partiti politici della sinistra social-democratica, di fatto aveva l’obiettivo di rompere con le posizioni liberali, incarnate dal partito Nidaa Tunes, e cercare di dar voce, all’interno del parlamento, alle rivendicazioni sociali della piazza.

Tuttavia, nonostante gli assassini di due importanti leader della sinistra tunisina nel 2013, il Fronte cercava l’appoggio di Nidaa Tunis (al cui interno vi erano anche gli ex membri del partito di Ben Ali) in funzione anti-islamista.

Le elezioni presidenziali del 2014, durante le quali il Fronte Popolare ha avuto posizioni ambigue rispetto ai candidati ,ne sono la prova. Infatti, se da un lato il Fronte respingeva senza se e senza ma l’appoggio agli islamisti di al-Nahda (accusati di essere i mandanti dei due omicidi politici del 2013), dall’altro rimaneva ambiguo rispetto ad un sostegno del candidato Marzouki appoggiato da Nidaa Tunis.

Questo tentennamento ha generato a diversi mal di pancia che hanno portato ad un graduale sfaldamento del Fronte e della sua azione all’interno delle mobilitazioni nel paese.

L’incapacità di entrare a contatto con i movimenti e le mobilitazioni delle zone marginalizzate e le lotte intestine tra le varie anime che componevano il Fronte, soprattutto dopo il tentativo di cooperare con gli ex di Ben Ali, hanno portato la sinistra tunisina ad un graduale sgretolamento del blocco e al fallimento elettorale del 2019.

In molti casi, come sostenne la studiosa Amel Boubekeur nel 2015, le mobilitazioni dei lavoratori nelle zone industriali dell’entroterra tunisino tra il 2013 e il 2014 furono più e più volte criticate da alcuni partiti della sinistra.

Inoltre, il periodo di “luna di miele” tra il 2014 e il 2019 tra gli ex rappresentanti del potere di Ben Ali e gli islamisti di al-Nahda, caratterizzata da svariati fallimenti economico-politici, ha fatto sprofondare il paese.

L’alleanza, per quanto bizzarra, non era nient’altro che un tentativo, in parte riuscito, da parte della borghesia tunisina di far avallare le riforme lacrime e sangue dopo il prestito dal FMI e le conseguenti riforme di austerità.

L’alleanza, dunque, non era nient’altro che un tentativo di distribuirsi il peso dei fallimenti che sarebbero arrivati da tali riforme.

D’altro canto, nonostante le differenze tra i due partiti, a livello economico le due formazioni non differiscono di molto come confermato, tra l’altro da uno dei membri di al-Nahda, il quale affermò:

Se controlli i programmi del nostro partito e Nidaa Tounes prima delle elezioni rimarrai scioccato dal fatto che non ci sia una grande differenza tra i due, poiché siamo due partiti di destra e siamo [economicamente] liberali e condividiamo gli stessi principi, idee e modi di pensare all’economia.

La luna di miele terminò quando i due partiti iniziarono una lunga battaglia all’interno del parlamento a suon di indagini. Mentre Nidaa Tounes indagava sugli assassini dei due politici del Fronte Popolare e sul coinvolgimento del partito con i foreign fighters tunisini in Siria, il partito islamista iniziò una lunga battaglia contro i membri dell’ex regime che voleva a tutti i costi processare.

Tale clima è stato poi aggravato dal fatto che i due partiti al governo non erano più in grado di tenere a bada la pace sociale all’interno del paese. Se prima, entrambe le formazioni politiche continuavano a inserire lavoratori all’interno del settore pubblico come valvola di sfogo contro le sollevazioni popolari, ora che le casse dello Stato non permettevano questo meccanismo, si ritrovavano a fare i conti con la rabbia sociale.

Ciò, insieme al graduale allontanamento delle masse verso le organizzazioni politiche, ha fatto emergere un sentimento anti-politico che ha sancito la vittoria dell’attuale presidente della Repubblica Qais Said alle elezioni presidenziali del 2019.

Imbevuto della retorica populista più reazionaria, tuttavia agli occhi delle masse sembrava essere l’uomo giusto al momento giusto per risollevare le sorti del paese.

Nel suo discorso di insediamento la parola rivoluzione è stata una delle più ripetute, non è un caso infatti che alcuni attori, che avevano dato vita alla sollevazione del 2010, abbiano espresso più e più volte il loro sostegno al professor Saïed.

Lo scollamento delle masse e la sfiducia verso le formazioni politiche, incapaci di far progredire la situazione economica tunisina, ha eroso di fatto tutte le conquiste che la rivoluzione, almeno in un primo momento, aveva portato.

Con Saïed la repressione poliziesca delle proteste, soprattutto quelle nelle aree più marginali e impoverite è aumentata a dismisura. Soltanto nel 2019, secondo Observatoire Social Tunisien in Tunisia si sono avute 834 proteste per rivendicazioni economiche, molte di queste terminate con ondate di arresti e diversi feriti.

Davanti alle ondate di proteste, che sono, successivamente esplose in maniera più radicale durante il decimo anniversario della cosiddetta Rivoluzione dei Gelsomini, la repressione e lo spazio di manovra per il governo e il presidente si sono assottigliati sempre più.

Le cause materiali e politiche del golpe di Saïed

Il golpe morbido di Saïed è un effetto che molti si aspettavano da tempo, tuttavia, le cause non sono solo il frutto di cortocircuiti istituzionali, ma di effetti che dipendono direttamente dal peggioramento delle condizioni materiali di milioni di lavoratori.

La Tunisia economicamente è un paese dipendente dall’imperialismo occidentale sia sotto il punto di vista dell’import-export e sia in termini di investimenti nel paese.

Guardando ai dati sugli investimenti diretti esteri, nel 2020 essi si sono contratti di circa il 26,4% a causa della pandemia da covid-19. Tuttavia, guardando la serie storica degli investimenti esteri in Tunisia ci accorgiamo che dal 2008 fino ad oggi sono andati via via a diminuire – fatta eccezione per l’anno 2012 – passando dal 9% del PIL del 2006 al 2% del 2019.

Tale decrescita ha influito sui settori che più hanno goduto di tali somme soprattutto quello manifatturiero (53%), energia (42%) e dei servizi (4,6%).

Se da un lato la crescita del settore manifatturiero aveva generato una maggiore esportazione dei prodotti tunisini soprattutto verso i mercati europei, dall’altro la dipendenza dai paesi europei non consentiva al paese un pieno sviluppo industriale poiché, per dirla in termini molto semplicistici, i prodotti tunisini esportati non aveva un valore pari a quelli importati.

In questo contesto ,la bilancia tra import ed export pendeva, e ancora pende, verso le importazioni, soprattutto dai paesi europei. Secondo i dati OEC nel 2019 le esportazioni erano pari a 16,6 miliardi di dollari (Francia 29%; Italia 16,5%; Germania 12,6%), mentre le importazioni raggiungono i 21 miliardi di euro (Francia 17%; Italia 15,6%; Germania 7,68%).

Con la crisi da Covid-19 tale dipendenza dall’imperialismo, soprattutto europeo, soprattutto le esportazioni sono crollate con un effetto immediato sull’economia tunisina di circa il 20% soprattutto per quanto riguarda i prodotti delle industrie meccaniche ed elettriche (-25,4%).

Questo ha causato un incremento della povertà di circa l’8% rispetto al 2019 e la crescita annua del PIL è passata da 1,04% del 2019 al -8,6% del 2020.

Il golpe di Kaïs Saïed, in sintesi, appare come una conseguenza diretta, apparentemente inevitabile, della crisi cronica dell’economia tunisina.

L’assenza di misure di restrizioni per contrastare la pandemia e l’assenza di denaro nelle casse dello Stato hanno portato il governo a chiedere 4 miliardi di dollari al FMI per far fronte alla crisi economica e sanitaria.

Ciò ha inasprito gli animi sia dentro il parlamento che fuori, soprattutto nelle zone dove la povertà raggiunge percentuali a doppia cifra.

Il colpo di mano di Saied arriva, dunque, dopo l’incapacità del governo di mettere al sicuro sia l’economia del paese, sia i milioni di tunisini dal covid-19.

L’aumento dei casi e l’incapacità del già falcidiato, dopo anni di tagli indiscriminati ai servizi pubblici del paese, sistema sanitario tunisino di far fronte alla crisi pandemica hanno accelerato le mosse cesariste di Saïed- congelare il parlamento, defenestrare il Premier Mechichi e assumersi ad interim la guida del paese.

Né con il golpe né con gli islamisti

La mossa di Saïed precipita il paese in una situazione di polarizzazione interna tra sostenitori del presidente (molti partiti politici di destra e liberali e alcuni della sinistra) e sostenitori del partito al-Nahda.

Tuttavia, il sostegno di massa tra disoccupati e proletari tunisini a sostegno del presidente dovrebbe far riflettere, soprattutto le burocrazie sindacali e i partiti social-democratici e piccolo borghesi, sul fatto che il processo rivoluzionario, a cui sin da subito hanno voltato le spalle, richiedeva una guida per un cambiamento radicale del sistema tunisino.

Per questo motivo, come marxisti, non possiamo che auspicarci un’unità d’azione delle forze socialiste e sindacali tunisine contro il cesarismo del presidente Saïed e contro gli opportunisti di al-Nahda. Ad oggi tali forze, a cui mostriamo sostegno, dovrebbero organizzare immediatamente un fronte unico con i lavoratori della regione di Gafsa, di Kasserine e Kerkennah, con i movimenti degli studenti e quelli giovanili dei centri urbani e costieri e pretendere la nazionalizzazione delle industrie in mano ai grandi capitali nazionali e internazionali che fino ad oggi hanno affamato milioni di tunisini.

 

Mat Faruq