L’arrivo dei Talebani a Kabul e la storica ritirata dell’imperialismo a stelle e strisce hanno eclissato qualsiasi altro evento sulla scena internazionale nelle ultime settimane. Non fa eccezione la drammatica situazione del Libano, fino a pochi anni fa fiore all’occhiello del neoliberismo nella regione mediorientale e oggi sprofondato in una crisi economica e sociale dalle dimensioni inimmaginabili. Per farci raccontare la situazione reale nel paese abbiamo intervistato la ricercatrice Rossana Tufaro, da anni impegnata nello studio dei conflitti sociali in Libano e al momento residente a Beirut.


Cara Rossana, come forse puoi immaginare non sappiamo molto qui in Italia di quanto sta accadendo in Libano. Puoi descriverci brevemente la situazione nel paese?

Il Libano è purtroppo uno di quei paesi che “fa notizia” solamente quando accade qualcosa di veramente eccezionale. Ha così conquistato le pagine dei giornali in occasione dello scoppio del processo rivoluzionario nell’ottobre del 2019 e, ancor di più, per la devastante esplosione nel porto di Beirut nell’agosto del 2020, quando le immagini di quello che sembrava un fungo atomico sono rimbalzate su tutti i media. Penso che invece poco si sappia dell’attuale situazione economica e sociale, peraltro in rapida e continua evoluzione. Nell’estate del 2019, il sistema economico libanese è entrato in una profonda crisi strutturale, suggellata dall’ufficializzazione della bancarotta nel marzo del 2020. L’effetto più drammatico di questa crisi è stata la svalutazione inesorabile della valuta locale sul dollaro americano che, in un’economia fortemente terziarizzata, rentieristica [basata sulla rendita] e dipendente dalle importazioni per quasi tutto ciò di cui necessita come quella libanese, si è tradotta in un aumento esponenziale dell’inflazione accompagnato da una perdita del potere d’acquisto dei salari direttamente proporzionale. Già nel corso dell’ultimo anno e mezzo il tasso di cambio col dollaro era precipitato dalle originali 1500 lire a cui era stato fissato nel 1997 alle circa 6000 dell’estate 2020, fino al superamento della soglia psicologica delle 10.000 lire a ridosso della pasqua 2021. Gli effetti di questa spirale erano stati parzialmente tamponati dalla messa in campo da parte della Banca Centrale di meccanismi di erogazione di dollari a tassi agevolati per l’importazione di beni di prima necessità come carburanti, medicinali, farina, e un paniere minimo di prodotti alimentari e di cura della persona, che aveva tenuto i prezzi al consumo calmierati. Tuttavia, tra giungo e luglio, questo meccanismo è stato arbitrariamente smantellato, innescando un circolo vizioso fatto di aumento incontrollato dei prezzi, difficoltà di approvvigionamento dei beni coinvolti, e un ulteriore crollo verticale del cambio da 12 mila per dollaro a circa 20 mila in una sola settimana. L’ultimo picco si è registrato alla vigilia di ferragosto, a seguito dell’ennesima decisione unilaterale della Banca Centrale di eliminare del tutto i sussidi sui carburanti. A incidere significativamente sull’aumento dei prezzi e sulle penurie sono state anche le pratiche speculative messe in campo negli ultimi mesi da importatori e distributori, che vantano posizioni di fatto monopolistiche in alcuni settori (5 compagnie gestiscono il 50% dell’importazione di medicinali, 7 si spartiscono circa i due-terzi dei combustibili e 1 solamente controlla il 95% del mercato delle bombole di gas) e, soprattutto, il contrabbando verso la Siria, diventato particolarmente profittevole dopo l’imposizione del Cesar Act [piano di sanzioni USA verso la Siria in vigore dal 2020, ndr]. La campagna lanciata dal governo nelle ultime due settimane per smascherare questi due fenomeni ha avuto finora effetti risibili, creando anche situazioni grottesche dove imprenditori colti a gestire traffici illegali sono stati graziati dal potere politico. Come se non bastasse, la paralisi politica in cui versa il paese dall’esplosione del 4 agosto 2020 sta tenendo al palo una serie di prestiti condizionali stanziati in favore del Libano da parte di gruppi di “donatori” internazionali (stati UE, USA, e paesi del Golfo in particolare) e istituzioni sovranazionali nell’ordine di miliardi di dollari.

Cosa significa tutto questo per i lavoratori e le classi medie libanesi?

Come puoi ben immaginare, gli effetti sono devastanti. Per fare degli esempi pratici, una bombola di gas che un anno fa veniva acquistata a 15mila lire, si paga oggi 91, e solo due settimane fa circa 60. In maniera ancora più drammatica, 20 litri di mazout (combustibile per i generatori) sono passati da 15 mila lire ad oltre 100, mentre 20 litri di benzina da 24 mila lire a circa 130. Molti di questi beni, inoltre, scarseggiano da mesi. Da due mesi a questa parte, le file chilometriche ai distributori di benzina sono diventate la norma, con molti lavoratori che dormono in macchina la domenica notte per fare il pieno alle loro vetture alla riapertura delle pompe il lunedì mattina. Nel weekend di ferragosto era impossibile trovare un pezzo di pane in tutto il paese. Si registra inoltre una perdurante penuria di medicinali, non solamente quelli generici, ma anche anti-tumorali e farmaci per patologie croniche e gravi. Quando le medicine sono in commercio poi, i prezzi volano alle stelle.

Come effetto di un’inflazione galoppante, i salari reali hanno subito una contrazione senza precedenti, pari a circa il 90%. Il potere d’acquisto di un impiegato medio nel pubblico impiego, ad esempio, è pari a 60/80 dollari, contro i circa 1000/1200 precedenti alla crisi. Non è quindi sorprendente che circa il 75% dei libanesi sia oggi a rischio povertà o si trovi al di sotto di tale soglia. Questa percentuale era del 50% lo scorso giugno. Si tratta di un aumento di quasi il 25% in appena tre mesi. Eccezion fatta per i pochi fortunati che ancora ricevono uno stipendio in dollari o hanno accesso alle rimesse della diaspora, la classe media non esiste più. È stato calcolato come quasi la metà di uno stipendio medio se ne vada per alimentare il generatore che eroga l’energia privata, vitale dopo che le ore di corrente fornita dallo stato sono drammaticamente calate, non superando le 4 ore giornaliere nei casi più fortunati. Questo aspetto mette a repentaglio tutta una serie di attività quotidiane all’apparenza banali, come conservare il cibo in frigorifero oppure lavorare al computer. Soprattutto, la penuria di combustibili sta mettendo a rischio tutte le filiere produttive e improduttive, l’erogazione di servizi essenziali come telecomunicazioni, l’approvvigionamento idrico, la raccolta dei rifiuti, e il funzionamento degli ospedali.

E la reazione della popolazione a tutto questo?

Il principale strumento di protesta al momento utilizzato dalla popolazione è quello dei blocchi stradali. In genere, si tratta di azioni auto-organizzate, spesso di breve durata e con la partecipazione di un numero limitato di persone, che esplodono contestualmente all’aggravarsi di una penuria in una data località. Scegliendo nodi stradali strategici e bruciando copertoni di auto, i manifestanti esprimono soprattutto la loro rabbia, che in generale, nella società è pervasiva e latente, così come un profondo disorientamento e senso di frustrazione. Dal mese di giugno, poi, i casi di veri e propri espropri ai danni di camion che trasportano combustibili sono diventati sempre più frequenti, soprattutto nelle aree del paese economicamente più depresse. Un altro fenomeno interessante è la crescita di una rete informale di solidarietà diffusa che si auto-organizza per sopperire a tutte le mancanze statali. Questa coinvolge anche la numerosa diaspora che vive all’estero e che aiuta i connazionali soprattutto con l’invio di medicinali.

Ci sono invece proteste e scioperi tra le fila del movimento dei lavoratori?

Per rispondere a questa domanda è importante per prima cosa fornire delle coordinate rispetto al mercato del lavoro in Libano. Storicamente, il mercato è dominato dal settore terziario, con un peso molto limitato delle attività produttive. All’interno del terziario, poi, più della metà degli attivi è costituita da lavoratori autonomi e/o informali, tradizionalmente difficili da organizzare, inclusi nel settore pubblico e privato. Quest’ultimo è in larga parte sindacalizzato dalla CGTL (Confédération Générale des Travailleurs Libanais), una confederazione unitaria che godeva di un certo seguito e prestigio negli anni Novanta, anche in funzione del ruolo giocato nella cessazione delle violenze della guerra civile, ma che è stato in maniera crescente co-optato dal regime, diventando anche uno dei bersagli del movimento rivoluzionario del 2019. A metà giugno 2021, la CGTL ha convocato uno sciopero generale che avrebbe dovuto bloccare il paese. Nei fatti però, solamente in alcuni settori la mobilitazione è stata appoggiata, e lo sciopero è stato generalmente percepito come poco più che una manovra di facciata da parte dei partiti al potere. Dalla CGTL è uscito nel 2012 il FENASOL (Fédération Nationale des Syndicats des Ouvriers et Employés au Liban), federazione sindacale di lungo corso storicamente legata al partito comunista che però, nonostante la partecipazione a vari fronti di lotta, vanta comunque un seguito limitato.

Questo ci porta dritto alla prossima e ultima domanda: come se la passa la sinistra libanese?

Direi bene, ma non benissimo. In linea generale, la rivolta dell’ottobre 2019, ha dato un forte impulso alla nascita o al consolidamento di forze politiche alternative. All’interno di questo ventaglio, che è molto variegato, è possibile individuare due macro-aree. La prima è un fronte riformista ed elettoralista, maggioritario, che contiene al suo interno una serie di nuovi partiti collocabili dal centro moderato al centro-sinistra, i quali hanno riportato vittorie importanti nelle elezioni di vari sindacati professionali, e che si stanno organizzando rapidamente in vista delle elezioni del prossimo anno. La seconda invece è un fronte radicale e movimentista, che include la sinistra libanese per così dire “classica”, dove la forza maggioritaria è quella del partito comunista, e una “nuova” sinistra, composta per lo più da collettivi o reti più o meno informali che spaziano dal trotskismo all’anarchismo, fino ad abbracciare tematiche emerse più recentemente, come quelle dell’ambientalismo e del femminismo. Nessun gruppo però è al momento emerso come egemone, o quantomeno preponderante, all’interno di questa seconda area. Soprattutto, sia il fronte riformista che quello radicale stanno faticando a creare relazioni organiche con forze sociali al di fuori dei ceti medi urbani.

Intervista a cura di Gianni Del Panta