Decine di migliaia di persone hanno riempito la Plaza de Mayo di Buenos Aires, e si sono svolte importanti mobilitazioni in oltre 70 città in tutto il Paese. La rabbia ha fatto irruzione nel discorso politico, contro un governo che impone misure di austerità, ma anche contro le burocrazie sindacali che tradiscono gli interessi delle proprie basi, e una leadership “dell’opposizione” che invita ad aspettare un anno per arrivare al momento elettorale. Il merito di questa mobilitazione spontanea senza precedenti, al di fuori delle strutture sindacali, è stato quello di stravolgere gli schemi, e ora apre il passo a nuove sfide: aprire una prospettiva di coordinamenti e lotta di classe sulla via dello sciopero generale per sconfiggere Milei, il suo piano e i suoi complici.
È stata una boccata d’aria fresca, di quelle di cui si sentiva da tempo il bisogno. È stata una manifestazione con decine di migliaia di persone in strada. A Buenos Aires, ma anche in tutto il paese. Un grido diventato necessario a fronte di una destra fatta di austerità, repressione e delega da parte del governo, così come a fronte di una gran parte della leadership politica e sindacale «dell’opposizione» che chiede solo di resistere e aspettare, nonostante il governo appaia più debole e si diffonde l’idea che sia possibile affrontarlo.
Sabato scorso sono state decine di migliaia le persone che hanno espresso un’opinione diversa da quella di queste burocrazie, e non è la prima volta. Proprio di recente, il 6 agosto, la lotta contro la Legge sulle Terre, che disponeva la possibilità per investitori stranieri di acquisire ingenti parti del territorio argentino, aveva già dimostrato che c’è voglia di lottare. Questa volta è stata Myriam Bregman, referente principale del Partido de Trabajadores Socialistas, a lanciare l’idea di organizzare la Marcia della Rabbia. Successivamente si sono tenute riunioni per organizzare un’autoconvocazione in presenza, a Buenos Aires, ma anche online, per diffondere l’idea in tutto il Paese. La proposta ha preso piede e sono state più di 350 le organizzazioni di lavoratori, studenti e esponenti della cultura, dei diritti umani e della politica a rilanciare la giornata di lotta di questo 19 settembre. L’idea della marcia ha acquisito una tale forza che negli ultimi giorni tutti i media del paese hanno dovuto parlarne. Anche i comitati per un partito della nuova classe operaia hanno svolto un ruolo chiave, facendosi carico della mobilitazione, diffondendola in ogni angolo e, infine, il 19, hanno costituito i cortei più numerosi della Marcia della Rabbia.
Dopo lunghe settimane di preparativi, questo sabato le strade sono esplose, ma per capire veramente il fenomeno dobbiamo partire dalle radici della rivolta.
Una scena è diventata virale negli ultimi giorni. Un luogo: Berazategui, nella periferia di Buenos Aires. Un’attesa: quella di oltre 1.500 persone, in fila per diversi isolati. Un obiettivo: ottenere un posto di lavoro in una griglieria della zona, con stipendi di circa 800.000 pesos.
Quella scena era solo il riflesso di un’Argentina in cui la crisi economica e sociale si sta aggravando. I dati della settimana lo hanno confermato in modo spietato: l’economia ha registrato un calo dello 0,6% nel secondo trimestre del 2026. La disoccupazione è salita al 7,9%, ma ancora più significativo è stato il fatto che i dati ufficiali hanno evidenziato come sia in aumento la precarietà: nell’ultimo anno il lavoro informale ha raggiunto il 45%.
C’è malcontento perché lo stipendio non basta. Perché si perdono posti di lavoro. Perché chiudono le aziende. Perché vengono ridotte le pensioni, i fondi destinati alla disabilità, alla sanità o all’istruzione. Perché sempre più gente comune si indebita per mangiare o comprare medicine. Per gli attacchi sistematici contro le donne e la diversità di genere.
Indifferente a ogni necessità sociale, un Milei sempre più indebolito e impopolare si propone di perseverare nella sua rotta e lo ha ribadito questa settimana davanti ai propri sostenitori, quando li ha riuniti alla Casa Rosada per confermare la linea da seguire assieme a ministri, deputati e senatori di La Libertad Avanza; ma anche all’esterno, presentando il Bilancio 2027, con cifre fantasiose e una realtà di austerità. Nel frattempo, cerca di cambiare l’agenda, tentando di appropriarsi della bandiera delle Malvinas, anche se la realtà del malcontento pone dei limiti alle manovre opportunistiche, e la verità del suo allineamento e della sua sottomissione a Donald Trump viene rapidamente smascherata.
Tuttavia, nei suoi calcoli, Milei fa conto di un elemento chiave: il malcontento sociale è immenso, ma le burocrazie della CGT (Confederazione Generale del Lavoro) e della CTA (Centrale dei Lavoratori dell’Argentina) lo aiutano con la loro assoluta passività, come hanno fatto lasciando passare la riforma del lavoro, svariati tagli a servizi sociali e alla popolazione, o tradendo ogni lotta affinché si risolvesse da sola.
Ma non si tratta solo di un problema della burocrazia sindacale: è anche gran parte della leadership dell’opposizione a mostrare non solo una assoluta moderazione, lasciando passare ogni provvedimento, ma pure affermando già, esplicitamente, che non resti altro da fare se non sopportare la situazione. Proprio questo sabato, Axel Kicillof, governatore peronista della provincia di Buenos Aires, è stato esplicito nel suo comizio di lancio della campagna elettorale: «Bisogna resistere, perché manca poco alla fine di questo incubo». Non solo invita a rassegnarsi per un altro anno: incorpora anche dei fascisti nella sua coalizione elettorale, come Santiago Cúneo (che questa settimana ha insultato Myriam Bregman e Nicolás del Caño), e manda il suo braccio destro, Carli Bianco, a rilasciare dichiarazioni di totale moderazione di fronte allo strapotere economico. Si profilerebbe un altro «Frente de Todos 2.0», qualora si riuscisse a stringere un accordo con il resto del peronismo, come l’ala di CFK e Sergio Massa. All’unanimità, il peronismo ha anche appena votato i giudici a favore dell’impunità di Milei, del «lawfare» e della privatizzazione delle terre ad uso di grandi magnati anche stranieri, come nel caso del Lago Escondido. Questa storia l’abbiamo già vista.
Come dicevamo all’inizio, tuttavia, sabato scorso sono state decine di migliaia le persone che hanno espresso un’opinione diversa da quella di tutta questa dirigenza. Non bisogna rassegnarsi: c’è rabbia e voglia di lottare, come si è visto nella battaglia per la Legge sulle Terre. Ma questa rabbia va organizzata, bisogna scendere in piazza e lottare. Ecco perché ha avuto così tanto successo la proposta di Myriam Bregman di organizzare la Marcia della Rabbia, alla quale hanno aderito centinaia di organizzazioni e personalità.
In tutto questo percorso hanno svolto un ruolo fondamentale anche i Comitati per un partito della nuova classe operaia, insieme a Myriam Bregman, che si stanno organizzando da mesi e sono già circa 200 in tutto il Paese, riunendo migliaia di persone che si incontrano, discutono, lottano e offrono una prospettiva per costruire una nuova visione storica, dopo anni di fallimenti dei governi capitalisti di diverso orientamento politico. Questo sabato 19 i comitati, insieme al PTS, hanno costituito i cortei più numerosi alla Marcia della Rabbia, sia nella città di Buenos Aires che in tutto il Paese: sta nascendo qualcosa di nuovo. Il fatto che Myriam Bregman sia da tanti mesi consecutivi la leader politica con la migliore immagine pubblica nel paese esprime la percezione della sua coerenza nell’aver affrontato Milei fin dal primo minuto, il non avergli dato nemmeno un voto al Congresso Nazionale, l’essere scesa in piazza e l’aver dato voce alla lotta del movimento delle donne contro un governo profondamente misogino. Con lei come bandiera, sono migliaia e migliaia le persone che si stanno organizzando.
Le decine di migliaia di persone che hanno riempito la Plaza de Mayo e quelle che si sono mobilitate in tutto il Paese hanno dimostrato che il malcontento sociale e la volontà di lottare ci sono. È stata una mobilitazione spontanea di una forza senza precedenti che ha messo completamente a nudo il tradimento delle burocrazie sindacali e la possibilità di rompere la passività. Quella forza enorme oggi ha nuove sfide: non far si che la Marcia della Rabbia rimanga un evento isolato, ma garantire che, d’ora in poi, ogni lotta sia sostenuta da migliaia di persone affinché trionfi, creare comitati di coordinamento in tutte le regioni tra lavoratori, studenti, organizzazioni per i diritti umani, sociali e di quartiere, per costruire la forza non solo per sostenere ogni lotta e per riprendere il controllo delle organizzazioni dalle mani delle burocrazie, ma anche per aprire la strada allo sciopero generale per sconfiggere Milei, il suo piano e i suoi complici. Questa è stata una delle idee centrali del documento letto davanti alla folla in Plaza de Mayo.
(Il documento di Plaza de Mayo, in versione integrale e tradotta, può essere letto qui.)
Fernando Scolnik
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