Nino D’Angelo: lotta di classe senza giacca e cravatta

– di Rosa Scamardella

“In quanto a mezzi nun tengo niente. Tengo sulo a mammà che fa ‘e servizi a casa dei signori comm’a vuje”

Madre casalinga e padre operaio, Gaetano D’Angelo, in arte Nino, è figlio purissimo del proletariato napoletano. Gli esordi sul finire degli anni Settanta lo consegnano alla scena musicale com’è rimasto nell’immaginario comune: caschetto biondo, troppo magro per quegli sfrontatissimi maglioni esibiti sulle più calde spiagge del napoletano, genuinamente legato alle proprie origini ed alla tradizione.

Il boom arriva con “Nu jeans e ‘na maglietta”: l’album supera il milione di copie vendute ed il film nelle sale tiene testa a mostri da botteghino quali il campione d’incassi Flashdance, consegnandosi alla storia come un vero e proprio cult. Seguono poi lavori simili, in cui Nino si destreggia come cantante, compositore, regista, sceneggiatore e soggettista.

Partiremo, per conoscerlo meglio, proprio da due opere cinematografiche di questo periodo. La prima è “Lo studente”.
Qui Nino è un giovane studente, per l’appunto e non per sorpresa, che vive con sua madre, la quale è invece impiegata come domestica presso un’importante casa signorile. In una situazione per niente agiata, il ragazzo conosce bene le cattive compagnie da evitare, dalle quali si tiene distante inizialmente con una certa virtù, preferendo la compagnia della sua fidanzata e di pochi pittoreschi e buoni amici.
Tutto cambia quando incontra Claudia, figlia di un importante industriale ed oggetto delle attenzioni di un suo ricco amico. Questi invita Nino ad avvicinare la ragazza per capire se ci sia per lui qualche possibilità, beffato dal momento che questi se ne innamora dando il via, dal fraintendimento, ad una storia basata sulla presunta ricchezza di Nino, che imbocca tutte quelle strade poco raccomandabili che aveva evitato sino a quel momento, tradisce e poi lascia la sua fidanzata.
In seguito ad un furto finito male del quale si rende complice e ad un insperato ricongiungimento col padre naturale prima che questi esali l’ultimo respiro immolandosi da scudo per non far sparare a suo figlio (…), il giovane caschetto biondo ritroverà la ragione (e l’ex fidanzata, la quale impartisce al pubblico una lezione di compassione, benevolenza e celerità nel perdono che neanche Papa Francesco). Tutto questo non prima, però, di essersi erto meravigliosamente a capo del proletariato con la frase sopracitata, rivolta alla ricca ex amante: “In quanto a mezzi nun tengo niente. Tengo sulo a mammà che fa ‘e servizi a casa dei signori comm’a vuje.”

Altro film, altra ambientazione, altre gloriose tematiche sociali esposte con genuinità ed immediatezza: “Uno scugnizzo a New York”. Qui Nino è un giovane milanese studente di ingegneria e con la passione per la musica classica dalla personalità sofisticata ed apatica, preda di notevoli paranoie esistenzialiste che gli tormentano la vita. Vi piacerebbe, fan di Nanni Moretti che non siete altro.

Nino è invece, sempre per l’appunto, un giovane napoletano emigrato nella Grande Mela per sbarcare il lunario. L’impresa si sta dimostrando più difficile del previsto e per il momento il ragazzo, che per mantenersi consegna latte a domicilio, trova conforto solo nella prospettiva di tornare a casa una volta racimolata una cifra adeguata e nell’amicizia col collega nero, Matumba, da lui ribattezzato Nino.
I due innescano la classica amicizia che farebbe commuovere il web, corteggiano una coppia di amiche e sognano la rivalsa sociale: l’uno con mille ingegnosi espedienti, l’altro attraverso la boxe, esortandosi a vicenda e fronteggiando l’emarginazione sociale derivante da un’America lacerata e divisa da razzismo.
Sacco, Vanzetti e Mohamed Ali con le loro storie non impallidiscono ma quasi rispetto alla semplicità ed alla coralità con la quale certe tematiche vengono inserite in un prodotto cinematografico destinato ad un pubblico tutt’altro che intellettuale.
Quasi si sarebbe potuto inserire un “Nino bomaye!” urlato dal pubblico durante lo scontro finale di Matumba con un suo rivale sportivo, dal quale esce trionfante.

Passati i proficui anni Ottanta tra mille successi del medesimo stile brioso, semplice, coinvolgente e goliardico, per l’artista la crisi arriva nel 1990, quando perde entrambi i genitori.
Alla battuta d’arresto seguirà una notevole evoluzione nello stile, che lo condurrà a teatro, a scrivere i primi musical, al cinema impegnato che gli farà ottenere per un David di Donatello per la composizione delle musiche di “Tano da morire”, lavoro per il quale sarà premiato anche ai Nastri D’Argento.
L’introspezione che traspare dai novi testi è profondissima, sublime se la si accosta all’immagine che per tanti anni si è attribuita a Nino D’Angelo. Possibile che il ragazzo di “Discoteca” sia lo stesso di “Bella” (meravigliosa canzone scritta per Napoli), “Chesta sera”, “Mente e cuore”, “’O pate”?
A ben vedere la storia di quella versione di Nino D’Angelo è la storia di un pubblico che non sa guardare e si limita a giudicare con altezzosità quella che era la continuazione di una grande tradizione popolare. Come per le grandi maschere teatrali, i suoi personaggi erano stereotipati, ma se le scene idilliache e/o esageratamente drammatiche si accostassero a formule proppiane, probabilmente quella ridondanza risulterebbe più familiare al pubblico sinistroide e finto intellettuale. Tuttavia non lo si farà, perché non sarebbe nello spirito dell’articolo.

Nino è stato in quegli anni un interprete d’eccezione per il proletariato napoletano che nemmeno aveva la coscienza di essere proletariato. Gente che, in quanto a mezzi, nun teneva niente.
Ha offerto una straordinaria traduzione della definizione di quegli invalicabili confini sociali che qualche contemporaneo invece più stimato si limitava a commentare con la solita spocchia.
Consapevolezza, coscienza di classe, il perenne invito all’unione per raggiungere un riscatto sociale che non lasci fuori nessuno.
Messaggi che in tanti s’affannavano a teorizzare, interpretare con voli pindarici di parole tanto ricercate quanto distanti da un popolo che non poteva capirle. Nino D’Angelo ha tradotto. Traduceva ed insieme quelle persone le divertiva pure, faceva ballare e cantare quei tanti “nisciuno” che lo apprezzavano, ma che per la critica, per Sanremo, per gli incravattati della cultura, erano appunto nessuno.

Il mondo poi è cambiato. La vita personale dell’artista avrà attraversato anche un periodo difficile, ma sarebbe incompleto non fare riferimento ad una rivoluzione del pubblico cui la sua musica era rivolta. Gli anni Novanta, il crollo del muro, l’evidente declino del PCI, la finta caduta delle ideologie, un tempo che avrebbe espresso Silvio Berlusconi quale figura salvifica.
I casti baci di Nino, ovviamente in maglione, sulla spiaggia di Capri con la ragazza ricca in vacanza non avrebbero potuto reggere il violento ingresso dell’erotismo nelle TV italiane. Ed il discorso può, più in generale, allargarsi fino a definire il radicale stravolgimento di quello che una volta era il pubblico dell’artista.
Pulcinella getta via la maschera, non più adatta, non più compresa, non più disposta a nascondere la sua grandezza. E comincia a battagliare “senza giacca e cravatta” fra i grandi in territorio loro: ancora a Sanremo, per esempio, cantando in napoletano, gareggiando con ragazzini usciti dai talent che alla Musica e all’Arte proprio non appartengono, lui compositore, musicista, autore, regista, sceneggiatore. Per tutti, poco più che un neomelodico.
Il passato però non lo rinnega mai e con questo la sua identità, le origini, la gratitudine, il colpo di fortuna.
“Io, che ero destinato a non essere, improvvisamente fui”.
Sono parole pronunciate qualche anno fa al concerto che tenne a Napoli sulla sua carriera negli anni 80. Si inginocchia più e più volte e ringrazia il pubblico. Tutt’altro che farsesco o ridicolo. Artista vero che quella sera alla scrivente ed ai presenti regalò mille emozioni contrastanti in una serata magnifica, voce e figlio del popolo, capace di una profondità impressionante, grande come pochi.
Improvvisamente è stato, ma non dimentica la tragica incidenza del caso nel suo successo. Il Caso che relega ai margini della società le storie dei tanti nisciuno che canta, il Caso che regna sovrano in uno spazio vuoto lasciato dalle istituzioni cieche e criminali delle classi dominanti. Il tragico caso che è figlio di politiche capitaliste invece ben studiate per mantenere saldi i muri, le divisioni e le frustrazioni in piedi.

In tempi più recenti, Nino D’Angelo, il neomelodico, il caschetto biondo, canta quanto di seguito. Sarebbe il caso di rivalutarlo per qualcuno, per molti, quasi tutti, di conoscerlo.

Jammo jà guadagnammace ‘o pane
Nuie tenimmo ‘o sudore int’ ‘e mane
E sapimmo cagnà
Jammo jà e facimmo ampresso
Sott’a st’Italia d”o smog e d”o stress
Nuie simmo ‘e furbe ca s’hann’ ‘a fa’ fess
Simmo nate cù duie destine,
Simm’ ‘a notte e simmo a matina
simme rose e simmo mspine
Ma simmo ramo d”o stesso ciardino
Meridionale

Simmo terra chena ‘e mare
Ca nisciuno pò capì
Stammo buono o stammo male
Jammo annanz’accussì
‘A fatica è nu regalo
E’ a speranza è partì
Jammo jà e dammece ‘a mano
Si stammo nzieme putimme i luntano
Nun se po cchiù aspettà
Jammo jà ca sta vita va ‘e press
Nuie simmo ‘a casa de vase e ‘e carezze
Ma fa nutizia sultanto ‘a munnezza
Cù sta mafia cu ‘o mandulino
Ca ce hànno mise da sempe ncuolle
Simmo ‘a faccia ‘e ‘na cartulina
Ca ce svenne pe tutt”o munno
Meridionale
Simmo voce ‘e miez’ ‘o mare
Ca nisciuno vo sentì
Simmo l’evera appicciate
Ca nun se sape maie a chi
Simmo ‘o specchio e n’autostrada
Ca nun vonno maie fernì
Addò ‘o viento s’abbaraccia ‘o mare
Troppo so’ ‘e penziere
E chi cresce cù pane amaro
E’ ‘n’italiano straniere
Si ‘a giustizia se lava ‘e mane
Song bianche ‘e bandiere
E chi maie po penzà a dimane
Nasce priggiuniero (…)
E guagliune d”e viche ‘e Napule
Nun sarranno maie Re
Dint’ ‘o Zen ‘e Palermo se bevene ‘o tiempo
P’ ‘a sete ‘e sapè
E nun è maie facile a durmì cu ‘e pecchè
A campà ci ‘a pacienza è ‘o cchiù grande equilibrio
Pe chi pò cadè.
Jammo, ja, guadagnamoci il pane,
noi abbiamo il sudore nelle mani
e sappiamo cammbiare.
Jammo, ja, e facciamo presto,
sotto quest’Italia di smog e di stress,
noi siamo i furbi da fare fessi.
Siamo nati con due destini,
siamola notte e siamo mattina,
siamo rose e siamo spine,
ma siamo rami dello stesso giardino.

Siamo terra piena di mare
Che nessuno può capire.
Stiamo bene o male,
andiamo avanti così,
il lavoro è un regalo
e la speranza è partire.
Jammo, ja, e diamoci la mano
Se stiamo insieme possiamo andare lontano,
non si può aspettare.
Jammo, ja, che questa vita va di fretta,
siamo la casa dei baci e delle carezze,
ma fa notizia solo la monnezza.

Con questa mafia col mandolino
Che ci hanno messo da sempre addosso
Siamo la faccia di una cartolina
Che si svende per tutto il mondo.
Meridionali,
siamo voce di mezzo al mare
che nessuno vuole ascoltare,
siamo l’erba bruciata
che non è dato sapere da chi,
siamo lo specchio di un’autostrada
che non vogliono mai terminare.

Dove il vento abbraccia il mare,
troppi sono i pensieri
e chi cresce col pane amaro
è un italiano straniero.
Se la giustizia se ne lava le mani
sono bianche le bandiere
e chi mai può pensare a domani
nasce prigioniero. (…)

I ragazzi dei vicoli di Napoli
No, non saranno mai re.
Nello Zen di Palermo bevono i libri
Per la sete di sapere.
E non è mai facile a dormire coi perché,
campare con la pazienza è il più grande equilibrio per chi può cadere.

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