Una “Podemos italiana” per cambiare le cose? Sul percorso lanciato dai compagni di Je so’ pazzo

  • Category: FIR
  • Date: novembre 23, 2017

Comunicato della Frazione Internazionalista Rivoluzionaria sulla lista popolare lanciata dal Ex Opg – Je so pazzo per le prossime elezioni.


L’assemblea del 18 novembre del Teatro Italia, che ha visto la partecipazione di circa 600 persone, rappresenta un nuovo fenomeno nello scenario politico italiano. In soli tre giorni tramite i social network, il centro sociale Ex Opg – Je so’ pazzo è riuscito a convocare un’iniziativa del genere a seguito dell’annullamento di quella del Teatro Brancaccio, sotto lo slogan di “Potere al popolo”. Un’operazione non scontata, che ha visto un’ampia partecipazione, soprattutto considerati i tempi e l’oscuramento mediatico dei giornali ufficiali. È probabile infatti che se questa iniziativa fosse stata costruita in più tempo avrebbe potuto vedere una partecipazione ancora maggiore. Il Teatro era popolato per la metà da iscritti di Rifondazione, per l’altra metà da militanti dei movimenti e da indipendenti. L’elemento più interessante era la presenza di giovani, che componevano quasi la metà dell’assemblea.

Non saremmo certo noi a negare la necessità di una rappresentanza degli interessi di lavoratori, studenti, donne, immigrati, oppressi e sfruttati sul piano politico. L’asse di tutta la nostra battaglia politica è proprio la costruzione di un partito rivoluzionario composto di avanguardie di questi settori; un tipo di organizzazione che non si può concertare a tavolino e neppure costruire secondo uno schema prestabilito. In questo senso, pensiamo possa essere possibile che dal periodo elettorale la lista antiliberista possa poi sfociare nella nascita di un nuovo partito a sinistra, ipotesi che dipende da molti fattori ad oggi ancora non decifrabili: parleranno i fatti.

Diamo quindi merito ai compagni dell’Ex Opg di essere riusciti a riaprire un dibattito a sinistra su tale tema, ma ci sembra necessario evidenziare quelle che secondo noi sono forti e pericolose contraddizioni del percorso lanciato da questi compagni.

UN APPELLO GENERICO CHE NASCONDE UN PROGRAMMA RIFORMISTA

Nel loro appello i compagni dell’Ex-Opg scrivono:

Nessuna delle forze politiche dice: la gente ha fame, prendiamo i soldi dai ricchi che in questi anni se ne sono messi in tasca tanti, facciamo una vera patrimoniale, recuperiamo la grande evasione. Oppure: togliamo soldi alle spese militari e assumiamo giovani da mettere a lavoro per sistemare scuole, ospedali, territori, visto che abbiamo un paese che cade a pezzi. Aboliamo Jobs Act e contratti precari, lanciamo un programma di investimenti pubblici, disobbediamo a Fiscal Compact e ai tagli dei servizi…”.

I compagni usano un linguaggio “comprensibile” e non intendiamo accanirci su una critica della forma. Ma quando questa forma sottintende la cancellazione di questioni importanti – nel gergo marxista diremmo “strategiche”, cioè che riguardano il “dove andare” – merita una critica seria e non superficiale.

Nel trafiletto riportato i compagni evidenziano quelli che saranno punti cardine programmatici della futura lista. Questi sono del tutto vaghi, al punto tale da poter essere condivisi praticamente da un’area vastissima di gruppi politici e sindacali. In astratto è, infatti, rivendicato anche dalle burocrazie sindacali della CGIL e da MDP, esattamente perché non delinea come, in che modo e quale tipo di governo potrà realizzarlo.

Abbiamo sentito diverse volte la Camusso rivendicare la tassazione patrimoniale progressiva sui grandi redditi, così come abbiamo visto i parlamentari di Mdp presentare bozze per eliminare o modificare il Jobs Act, ma nulla hanno fatto nè sul piano sindacale nè su quello politico per applicare quel programma. Al contrario, nel caso di Mdp, hanno votato l’inverso. Va da sé, dunque, che questo tipo di programma minimo di per sé non basti. Anzi, una proposta così tanto generica – o comunque strutturata su un programma soltanto minimo – apre la strada al ceto politico della sinistra neoriformista in cerca di ricollocazione.

Nella sua relazione introduttiva durante l’assemblea del Teatro Italia la compagna del ExOpg ha evidenziato che la proposta è quella di “difendere e applicare la Costituzione”, “lottare contro le politiche liberiste” e  “difendere la democrazia”.

Se, quindi, leghiamo il programma minimo di cui sopra con questi tre elementi di massima emerge un profilo della Lista di tipo riformista, perché si evince che tale programma – secondo i compagni – può essere realizzato da un governo di sinistra – seppur radicale e senza il PD – nel quadro di questa forma di potere statale, riformato poco alla volta. La proprietà privata non è messa in discussione. L’elemento centrale su cui si fondano tutte le ingiustizie, lo sfruttamento e l’oppressione a cui sono costretti centinaia di migliaia di persone in Italia e nel mondo, non viene contestato. Non si propone di abolire la proprietà privata. Di conseguenza si propone di mantenerla (“difendere la costituzione”, che la garantisce esplicitamente) seppur con qualche maggior diritto (“cancellare il Jobs Act”). In questo quadro, le contraddizioni del progetto “Potere al popolo” non solo generano perplessità, ma si trasformano in evidenze che non lasciano dubbi o margini d’interpretazione: “Potere al popolo” non intende aprire nella sostanza una nuova stagione politica anticapitalista basata sulla rottura con la politica del “meno peggio”, che da tempo contraddistingue Rifondazione Comunista.

Difendere e applicare la Costituzione significa difendere i pilastri su cui si erge lo Stato italiano. Ma cosa è, cosa rappresenta la Costituzione? La Costituzione fu il frutto di un compromesso al ribasso delle forze della Resistenza italiane, che erano di ogni colore e univano proletari e borghesi: il PCI, la forza più importante di quel fronte, non diede seguito alla volontà di tantissimi operai e contadini che lo seguivano di farla finita non solo con i fascisti, ma con i padroni in generale – quindi di fare la rivoluzione socialista, non di fare la Costituzione borghese: tantissimi sfruttati di quel tempo avevano capito che l’unica “libertà al popolo”, l’unico “potere al popolo” era quello del governo diretto delle masse lavoratrici sull’economia, sullo Stato, sulla società; non sulla base della burocrazia dello Stato borghese “democratico”, ma sulla loro auto-organizzazione larga, su un nuovo Stato a loro misura, e non a misura di banchieri e industriali.

Non a caso, l’Italia della “Cosituzione democratica antifascista” lasciò in libertà molti fascisti criminali di guerra, che entrarono in massa nei corpi statali, persino a capo delle forze dell’ordine. Ma, cosa più importante, non fu cancellato ciò che produsse il fascismo: il capitalismo e il suo sistema sociale.

Difendere una costituzione che vagamente rivendica la difesa del lavoro, ma che allo stesso tempo sancisce il diritto di libera iniziativa privata non può rappresentare un programma di cambiamento. La Costituzione dello Stato italiano considera la proprietà privata come inviolabile, la tutela e la difende. Per logica, difendere la Costituzione in quanto tale, significa difendere la proprietà privata.

DIFENDERE LA DEMOCRAZIA?

Può essere un governo di sinistra, ma parlamentare, a mettere in discussione le politiche di attacco ai lavoratori e ai giovani?
L’attuale democrazia è un grande inganno. È un meccanismo di clientele dove imprenditori e banchieri finanziano partiti, televisioni, giornali, ecc. Attraverso il controllo economico questi costruiscono una fitta e capillare rete sociale e mediatica, che giorno per giorno avvelena con la propria propaganda le idee che circolano nella società.
A difendere questo meccanismo vi è una fortissima burocrazia – cioè l’insieme di norme e procedure con cui le classi oppresse sono estromesse dalla gestione dello Stato, e un apparato di centinaia di migliaia di uomini, alcuni armati di bolli, molti altri armati fino ai denti in senso letterale, pronti a difendere le ricchezze dei padroni.

Motivi per i quali mettere in discussione anche solo un aspetto delle politiche di austerità dei governi padronali, siano esse dettate direttamente dall’UE o dalle amministrazioni comunali, significa mettere in discussione tutto l’ordine sociale esistente. Nessun governo più o meno di sinistra può realizzare un programma in favore del movimento operaio e della popolazione povera, perché gioca a un partita dove le regole non consentono il “potere al popolo”.

Rivendicare la “difesa della democrazia”, senza specificare che l’unica democrazia che possa realizzare un programma di giustizia sociale è quella dei consigli, delle assemblee che coinvolgano la totalità delle masse oppresse: della classe lavoratrice, così come degli studenti, disoccupati, donne, immigrati, pensionati, che si confrontano democraticamente e pianificano la vita economica, civile e sociale del Paese – rivendicare la difesa di una democrazia pura, priva di questo contenuto, significa dire una bugia. Se non si ha un programma contro il capitalismo non si può pensare di rompere con tutte le compatibilità.

UNA LEZIONE RECENTE: I TRADIMENTI DI PODEMOS E SYRIZA

Esistono due esempi recenti che dimostrano l’impossibilità di realizzare un qualsiasi programma progressista – sia pure solo riformista e antiliberista – senza mettere in discussione lo Stato, la Costituzione e la sua democrazia: Syriza in Grecia e Podemos in Spagna.

Questi due partiti hanno alcuni elementi simili a quelli su cui l’Ex Opg intende costruire la propria lista. Innanzitutto sono fenomeni capaci di liquidare le vecchie organizzazioni di sinistra, perché riescono a inglobare gran parte dei vecchi seguaci di queste, una volta che si sono squalificate per le loro politiche ligie alla classe capitalista.
Il fenomeno Podemos è nato su un asse più a destra da quello proposto dal Ex Opg, ma la dinamica è stata simile: poca chiarezza programmatica, tanto entusiasmo e proposta “dal basso”.

Al netto dei grandi proclami, Podemos ha disatteso ogni aspettativa: si è persino espressa contro l’indipendenza della Catalogna – di per sé un diritto democratico elementare, non di certo una prospettiva rivoluzionaria anticapitalista – accodandosi al Re Borbone, sostenendo, di fatto, la restaurazione monarchica dello Stato spagnolo in Catalogna.

Syriza in Grecia ha polarizzato su di sé la maggior parte delle vecchie organizzazioni di sinistra. Si è fatta portavoce delle esigenze delle masse greche contro le politiche di austerità imposte dall’Unione Europea e sostenute dalle classi capitalistiche elleniche.

Un partito in cui avevano riposto speranze milioni e milioni di greci impoveriti. Il risultato è stato che Syriza ha applicato l’intero programma di Austerity voluto dalla BCE e ha gettato ancor di più le masse elleniche nella fame e nella miseria. Non solo! Questo tradimento ha prodotto uno scoraggiamento enorme tra i lavoratori, che solo dopo un paio di anni hanno ripreso a scioperare contro il governo.

Sia il caso di Podemos che quello di Syriza, però, sono fenomeni ascrivibili a cicli di lotte che hanno attraversato la Spagna (Indignados, ecc.) e la Grecia (mobilitazioni post crisi). L’operazione che, dunque, tenta l’Ex Opg è ancor più rischiosa, perché non sostenuta da lotte generalizzate.

Se sono fallite queste due esperienze, a nostro avviso proprio perché non fondate su un programma anticapitalista e non saldate al movimento operaio, perché dovrebbe funzionare la costruzione di una lista di sinistra su un programma antiliberista assieme a soggetti che hanno votato in 20 anni le peggiori porcherie nei governi di centrosinistra?!

RIFONDAZIONE COME ALLEATO?

Durante l’assemblea del Teatro Italia i compagni del Ex Opg hanno ribadito che non c’è spazio per le segreterie di partito in quel percorso, ricalcando la retorica movimentista secondo la quale “i partiti sono tutti burocratici”. Un sentimento comune diffuso tra le avanguardie sindacali, politiche e di classe, ma che è frutto di una narrazione tossica, dovuta ai disastri che le dirigenze storiche della sinistra in Italia hanno prodotto. Noi non siamo d’accordo con loro su questo, non tutte le forme “partito” sono burocratizzate – non si può rivendicare dal palco la Rivoluzione d’Ottobre di cento anni fa omettendo che la diresse un Partito – così come non tutte le forme di movimento sono democratiche. Ciò non toglie che capiamo, almeno in parte, la loro preoccupazione, cioè che gruppi dirigenti traditori si riciclino in questo percorso.

Il punto è proprio questo. Rifondazione Comunista è un partito che ha votato il pacchetto Treu, lo scippo del Tfr, le leggi di precarizzazione del lavoro e sostenuto le guerre imperialiste. Un partito che in 20 anni ha liquidato un patrimonio di decine di migliaia di militanti politici e sindacali grazie ai suoi tradimenti e che ora ci dice che vorrebbe “abolire il Jobs Act”. Solo gli ingenui possono ancora credere ai dirigenti di questo Partito.

Il fatto che per il Partito di Rifondazione Comunista siano intervenuti diversi esponenti, in particolar modo il segretario Maurizio Acerbo e l’europarlamentare Eleonora Forenza è un segnale preoccupante. Il PRC ha puntato tutte le sue forze per la costruzione di questa lista mobilitando le proprie sezioni da tutto il Paese. Mentre dichiarano il loro entusiasmo per una lista senza compromessi, in Sicilia candidano il PRC insieme a MDP, cioè a D’Alema e Bersani, coloro che hanno votato il Jobs Act con le “tutele” crescenti. Con questi compagni di viaggio la destinazione sicuramente non sarà delle migliori.

Inoltre, esiste un’ulteriore contraddizione, che a nostro avviso è molto importante: è possibile costruire una “lista popolare e antisistema” continuando a sostenere il sindaco di Napoli Luigi De Magistris, dopo che la sua giunta ha disatteso le promesse della campagna elettorale prendendo in giro i lavoratori delle partecipate napoletane? Nell’assemblea del Teatro Italia si parlava di “rappresentarci”, cioè che chi lavora, studia, vive in miseria, rappresenti da solo i propri interessi.

Come si coniuga questa impostazione con i centinaia di licenziamenti di dipendenti dell’Azienda Napoletana Mobilità ad opera della giunta De Magistris? Come si può essere sinistra di lotta e antisistema sostenendo la giunta che privatizza ANM in concerto con il Presidente della Regione De Luca, nemico giurato dei disoccupati campani? È evidente che queste contraddizioni – supportate da un appello vago – potranno soltanto esplodere e portare a nuovi tradimenti.

UNA PROPOSTA ANTICAPITALISTA A SINISTRA

Sul tappeto rimangono le questioni fondamentali della costruzione di fronte unico dei lavoratori e di una loro rappresentanza politica: questioni che non si risolveranno subito e per le quali non c’è scorciatoia o ricetta segreta. Nemmeno pensiamo di essere coloro che hanno la verità in tasca o una formula magica per costruire un percorso anticapitalista coerente. Il punto è che siamo convinti che questo percorso non si evolverà da una lista su un programma riformista e costruita con le dirigenze della socialdemocrazia italiana, per di più senza legami forti coi lavoratori e con le lotte.

Per questo pensiamo che non sia possibile appoggiare la lista Potere al Popolo. La nostra proposta è quella di costruire un fronte/polo anticapitalista con quanti oggi condividono le nostre stesse perplessità, ma che si dialettizzi coi quanti oggi o in futuro potrebbero vedere nella proposta di lista lanciata dal Ex Opg “l’unica alternativa”.

Una proposta che vuole rispondere, vedendo e rilanciando come si direbbe nel poker, a quella di SCR e PCL, che ci sembra onestamente sia infruttuosa non solo per la mancanza in questi mesi di un percorso pubblico e assembleare di costruzione di una lista operaia e anticapitalista, ma anche per l’irrealizzabile obiettivo di presentazione a livello nazionale (con questa legge elettorale vuol dire raccolta di 175.000 firme!) basata solo ed esclusivamente su due piccoli gruppi; anche la sola discussione di una presenza elettorale della sinistra di classe deve partire, ci pare, dal presupposto della volontà cosciente da parte dell’avanguardia della classe lavoratrice di condurre la propria battaglia politica contro la borghesia anche (non prioritariamente) sul terreno delle elezioni statali.

Un percorso che vogliamo costruire (non in tre giorni!) e di cui abbiamo bisogno per fronteggiare non solo gli attacchi dei padroni, ma pure le illusioni che di volta in volta a sinistra si riproducono coinvolgendo anche compagni di lotta, perché, al di là dei proclami, i governi “di sinistra” hanno dimostrato empiricamente che alla fine tradiscono conducendo le lotte e l’avanguardia politica della classe lavoratrice su un binario morto.

Frazione Internazionalista Rivoluzionaria

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