Fattorini: le app non mollano. Lo Stato può veramente stare dalla parte dei rider?

  • Category: Lavoro
  • Date: giugno 8, 2018

Continua il ciclo di mobilitazioni dei fattorini (detti “rider”) delle grandi aziende-app che gestiscono le consegne della ristorazione al dettaglio in tutta Italia, come in molti altri paesi.

Il 2 giugno, il collettivo di fattorini torinese Deliverance Project ha organizzato uno sciopero dei dipendenti (o “collaboratori”, come li chiamano le app, evitando a tutti i costi le spese e gli obblighi che deriverebbero dall’assumerli “per davvero”) Foodora, manifestando anche davanti alla sede dell’azienda.

Soltanto cinque giorni dopo, ieri, la grande app Deliveroo ha “casualmente” avuto un problema tecnico generalizzato che impediva ai fattorini che lavorano con paga oraria di iscriversi alle “sessioni di lavoro” della giornata le quali, guarda caso, erano disponibili per chi ha un “contratto” (parola grossa) con pagamento consegna per consegna. Una caso, o forse un’anticpazione del progetto di diversificare le condizioni contrattuali e dividere ancora di più i fattorini che lavorano a cottimo da quelli che hanno la “normale” paga oraria, come sembra emergere dalla complessiva distribuzione dei turni di lavoro e dai meccanismi delle app stesse.

La generale linea di rifiuto dell’apertura di trattative e tavoli sindacali da parte di Deliveroo, come delle app, non fa presagire nulla di buono ai fattorini torinesi, che hanno commentato:

“Per frenare il malcontento e la preoccupazione di lavoratori e lavoratrici che vedevano sfumare in questo modo i turni della serata – e forse anche i molti altri del futuro – dagli uffici di Milano, notata la gaffe, è partito il mantra dell’errore di sistema. Un bug: un errore di sistema e tutto è giustificato!

Ma siamo veramente sicuri che questa svista non preannunci l’ennesimo aggiornamento di sistema su cui Deliveroo sta lavorando? D’altronde per quanto si potesse trattare di un errore di sistema è veramente difficile credere che un bug crei ex novo la configurazione così precisa di una schermata che si ripropone su tutte le funzioni dell’app.

Insomma, o il canguro ha le pulci e si tratta realmente di un bug oppure siamo prossimi alla “disinfestazione” di quei lavoratori che si ostinano a non voler passare a cottimo!

Mentre i manager del food delivery fanno a gara a chi è piu disponibile a parlare con il governo ed a noi rifilano sedicenti ed incomprensibili “bug”, meglio prepararsi al peggio!”.

Analogamente, il collettivo milanese Deliveroo Strike Raiders vede cottimo per tutti come futura condizione di lavoro generale pianificata dalla app:

“Fatalità? Un caso? Non crediamo, come abbiamo imparato sulla nostra pelle il canguro ci ha insegnato che non esistono coincidenze.

Cottimo per tutti. Oggi un segnale è arrivato. Del resto lo stesso sistema lo avevamo già visto applicare in altri paesi, ed ora pare che sia arrivato il momento di rompere che anche l’ultimo baluardo contro il cottimo in Europa salti: solo chi si piega al pagamento a consegna avra il diritto di lavorare”.

 

Sempre negli ultimi tempi è andato allargandosi nei territori il fronte del dibattito e della mobilitazione dei fattorini e dei lavoratori organizzati che sempre di più conoscono e solidarizzano coi rider supersfruttati: da Padova a Roma, con un interesse che si diffonde anche nel centro-sud (inizialmente assente da questo ciclo di lotta dei fattorini), aumentano le assemblee di fattorini, i pubblici dibattiti, le prime misure di auto-organizzazione operaia e di lotta economico-sindacale contro le grandi app.

Parallelamente, a Bologna il 31 maggio è stato finalizzato un percorso di contrattazione col Comune di Bologna per la sottoscrizione di una Carta dei diritti fondamentali del lavoro digitale nel contesto urbano, che è stata firmata dal Sindaco di Bologna Virginio Merola (PD, secondo mandato), dall’assessore al Lavoro Marco Lombardo, dal collettivo Riders Union Bologna, dai segretari generali metropolitani Cgil, Cisl e Uil Maurizio Lunghi, Danilo Francesconi, Giuliano Zignani, e dai vertici di Sgnam e Mymenu, marchi della nuova società Meal srl, “minore” rispetto alle grandi sigle internazionali, che assolutamente non hanno partecipato all’iter.

Gianluca Cocco, amministatore delegato di Foodora Italy, ha dichiarato a proposito: «Pensiamo che l’iniziativa di Bologna sia corretta però se questa questione viene affrontata Comune per Comune si rischia una geopardizzazione che le aziende non riescono a gestire. Pensiamo che il tavolo su cui articolare questa discussione sia a livello nazionale».

Matteo Sarzana, AD di Deliveroo per l’Italia, ha ugualmente giustificato col riferimento ai “piani alti” la mancata partecipazione: «ci siamo rapportati con il governo che, con giusto approccio, prima ha cercato di capire le differenze tra questo e altri lavori e poi ha deciso di non normare». Ironia vuole che, a governo Conte appena insediato, siano state sì ricevute le app, ma pure il collettivo di fattorini bolognesi, con propositi da volemose bene del governo centrale, che sembra molto molto interessato ad alleviare le sofferenze dei fattorini.

Si deve aprire però – e si è già aperta, come mostrano i documenti dei collettivi milanesi e torinesi che pubblichiamo insieme alla dichiarazione di RUB sulla Carta – una seria riflessione su quanto sia possibile “fare come se” lo Stato, dal Comune fino al Governo nazionale (e oltre), sia un’istituzione neutrale nel conflitto tra classi sociali e, anzi, facilmente orientabile verso un’azione benigna e schierata dalla parte dei lavoratori.

Come marxisti, siamo profondamente convinti da tempi né recenti né “sospetti” che l’azione complessiva dello Stato sia determinata in generale dalla classe dominante sul piano socio-economico, che ha tutti gli strumenti politici per imporre i suoi programmi e le sue priorità alla massa tutta del popolo e alle istituzioni che quel popolo intero rappresenterebbero, e che però finiscono sostanzialmente per fare gli interessi dei capitalisti, dei banchieri, degli industriali – nel nostro caso, delle app.

Pensiamo di non dover convincere nessuno, con chissà quali sofisticati argomenti, del fatto che il PD nella sua azione di governo statale a tutti i livelli abbia dato abbondanti conferme in questo senso, così come le forze politiche precedenti che gli diedero vita un decennio fa: il PD è il partito della grande detassazione sui patrimoni (quello che Salvini promette, Prodi l’ha già fatto), della sospensione del rinnovo dei contratti pubblici, della svendita del patrimonio statale a favore di capitalisti privati, della terribile riforma del lavoro del Jobs Act, del lavoro gratuito comandato agli studenti chiamato “Buona Scuola”. Il partito tutore dell’ordine contro il “degrado” dei metodi seri, combattivi di lotta dei lavoratori, e non del conflitto rituale e finto. Il partito che ha favorito i palazzinari come poteva, mentre sgomberava sempre più metodicamente e violentemente le occupazioni abitative di chi non riesce a pagare l’affitto, ma nondimeno ha bisogno di una casa.

Questo è il partito che oggi cerca di riciclarsi come grande partito dalla parte dei lavoratori, pronto a incalzare i capitalisti e addirittura a invitare a boicottaggi delle app, come affermato dal sindaco Merola: con che faccia fanno questo, dopo aver fatto tutto il resto!?

Non che la questione non sia rivendicata e messa nero su bianco, già dalla prima riga della Carta, che recita: “L’economia collaborativa crea nuove opportunità per i consumatori e gli imprenditori”. Aldilà della chiara impostazione politica di una collaborazione tra sfruttati e sfruttatori, non è chiaro per niente quali siano gli aspetti “collaborativi” nell mondo distopico dei log in e log out dei dipendenti-utenti delle app. Per il sindaco, per il PD, per i dirigenti dei sindacati confederali (e non da oggi!) è giusto e doveroso stare dalla parte dei lavoratori nella misura in cui i lavoratori non vogliano stare contro i padroni, nella misura in cui lo sciopero si può anche fare (non troppo spesso!) ma con l’orizzonte di presidi democratici nelle frontiere dello sfruttamento capitalistacosì è stata definita dal collettivo bolognese la Carta firmata. Dal nostro punto di vista, non c’è necessità di “presidi democratici”: la democrazia già c’è, già ce l’abbiamo: la democrazia borghese, dove nella forma il popolo tutto detiene il potere, e nella sostanza i capitalisti, i padroni delle app esercitano il potere… anche per noialtri. Quello che può servire ai lavoratori è dunque semmai una democrazia a misura di lavoratori, dove siano loro ad esercitare effettivamente il potere, senza che qualcuno “sopra di loro” debba concedere loro condizioni di lavoro leggermente meno brutali, o presidi democratici in un mare di degrado sociale e di dittatura – democratica, con tutti i voti e le formalità del caso, ci mancherebbe! – del grande capitale finanziario, di organi statuali non eletti dal famoso popolo sovrano.

Ora, la “collaborazione” che serve è tutt’altra: quella del coordinamento più stretto e più diffuso possibile tra fattorini e con gli altri lavoratori in lotta, della logistica come di altri settori; quella della discussione seria e aperta su quale programma di rivendicazioni serve a tutti (non città per città) per continuare la lotta, per sconfiggere il cottimo, per avere la garanzia di poter essere assunti come dipendenti “veri”, per poter far applicare ai fattorini del food delivery perlomeno il contratto nazionale della logistica – quello strappato da SI Cobas e ADL Cobas a suon di lotte, non quello al ribasso a cui hanno lavorato CGIL, CISL e UIL!

A proposito, e in conclusione: indicare la vertenza dei rider come “nuova forma di sindacalismo” (un sindacalismo senza tessera, senza organizzazione nazionale, ma che accetta le sponde delle burocrazie confederali quando lo trova opportuno) può forse alimentare un’immagine di “freschezza” e invogliare alla partecipazione giovani rider disinteressati o disgustati dai sindacati e dalla politica, ma a lungo andare ci sembra che non porterà alcun bene alla nuova generazione di lavoratori che ha deciso di non far finta di niente. Offrire come soluzione, alla evidente crisi generale del sindacalismo italiano come forma di lotta economica dei lavoratori, un sindacalismo liquido, che non è apertamente contrapposto e che non lotta fieramente contro le burocrazie del vecchio sindacalismo, è quanto meno un po’ poco, a fronte della gravità e della vastità della situazione di sfruttamento brutale, di peggioramento delle condizioni di lavoro, di cancellazione di diritti ottenuti a suon di lotte e scioperi di massa del movimento operaio; specie se quest’offerta arriva da chi un sindacato (e una corrispondente area politica) di riferimento ce l’ha, anche se (per ora) ha rinunciato a rivendicarlo. Il fattorinaggio per molti, specie per gli universitari che non ne traggono tutto il reddito che consumano, non sarà il lavoro della vita: a maggior ragione, è una necessità e un dovere costruire il sindacato – senza paura delle ripercussioni e del log out, che può tranquillamente arrivare da un giorno all’altro, tanto per “dare una ripulita” al parco-rider delle grandi app – che servirà ancora di più come patrimonio di lotta e organizzazione negli impieghi futuri.

Costruire il sindacato, combattivo e schierato dalla parte della classe lavoratrice, non importa sotto quale sigla: questo dovrebbe essere l’imperativo immediato dei fattorini come degli altri lavoratori in lotta, a integrazione e a completamento di tutte le esperienze positive di auto-organizzazione collegate alla lotta operaia, a rafforzamento della lotta già iniziata contro i burocrati sindacali che, quando il gioco si fa duro, svendono la lotta invece di portarla fino in fondo.

Quanto giovane suona il Karl Marx del 1847! che diceva:

Più che del pane il proletariato ha bisogno del suo coraggio, della fiducia in se stesso, della sua fierezza e del suo spirito di indipendenza.

Giacomo Danielevic

 

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