Il caporalato consiste materialmente nel reclutamento illegale di braccianti ed operai per mano di un “caporale” con il compito di reperire manodopera a basso costo per conto di un padrone. Il 18 ottobre del 2016 la camera dei deputati ha votato una legge contro il caporalato, voti favorevoli 336, astenuti Lega e Forza Italia. Il fenomeno del caporalato è comunque e nonostante questo presente in tutta Italia in diverse forme, al nord per lo più la forza lavoro gestita dai caporali viene impiegata in fabbriche o nella lavorazione di carni, al sud invece si tratta principalmente del lavoro nei campi.

A pochi chilometri da Roma nella zona dell’agro pontino, per fare un’esempio, vive una comunità di indiani sikh salita rapidamente all’onore delle cronache per l’interessamento di un sociologo e giornalista, Marco Omizzolo che, vedendo diversi uomini spostarsi verso i campi in bicicletta all’alba, si è fatto reclutare da un caporale indiano e ha lavorato nei campi per alcuni mesi venendo a conoscoscenza delle condizioni in cui versano tali braccianti, costretti a lavorare dall’alba al tramonto, tutti i giorni del mese percependo una paga oraria mortificante che può variare dai 0,50 cent ai 4,50 euro l’ora. Questi lavoratori indiani alloggiano in cascine fatiscenti messe a dispozione dal loro padrone, ovviamente a pagamento, quindi quel poco che guadagnano nei campi in gran parte ritorna poi nelle mani del padrone e dei caporali per via dell’affitto.

Questi uomini indiani partono dal loro paese con speranze che andranno in fumo non appena atterrati in Italia, il loro reclutamento parte infatti proprio dall’Italia: i caporali assicurano loro del lavoro (non entrando nello specifico su orari, paga e trattamento) e forniscono loro i documenti per il visto, ovviamente tutto questo ha un costo e non irrisorio per i futuri lavoratori che si trovano a dover versare cifre che si aggirano sui 10000 euro per il viaggio, e per la cifra che i caporali pretendono da loro non appena arrivati in Italia. Naturalmente non riusciranno mai a rientrare di tutte queste spese con la paga da fame che riceveranno in Italia.

Il 3 Marzo del 2018 a farne le spese sarà un migrante: Zulfqar Ahmed, che decide suicidarsi impiccandosi nei campi vicino Latina facendo scoppiare il caso (ma sono molti i braccianti Sick che hanno perso la vita o si sono suicidati per via dello sfruttamento brutale a cui sono sottoposti).

Altro caso eclatante è la morte di Paola Clemente, bracciante agricola nella zona di Andria, in Puglia. La donna, 49 anni e tre figli a carico, lavorava in un vigneto, non aveva altra scelta che quel lavoro, nella sua zona c’è e c’era poco da scegliere. La mattina del 13 Luglio del 2015 le sue compagne di lavoro l’avevano vista distrutta e le avevano consigliato di scendere dal pulman che ogni giorno le prelevava per portarle sul luogo di lavoro, per paura si non essere più chiamata dal caporale se anche solo per un giorno si fosse data malata decide comunque di lavorare, tutto ciò le è costato la morte per via degli stenti. Diverse testimonianze dei braccianti del sud italia parlano inoltre di buste paga “in regola”, così da non avere problemi in caso di controllo, ma fanno luce sull’obbligo di restituire una parte dello stipendio percepito, in contanti, al caporale (su una busta paga di mille euro piu’ o meno 400 tornano nelle mani del caporale).

Ma il problema del caporalato, come accennato all’inizio dell’articolo, non è certo confinato al sud e al centro Italia, bensì è presente anche nel settentrione. Qui le dinamiche in alcuni casi assumono forme diverse,ad esempio per quanto riguarda la lavorazione delle carni i lavoratori (per lo più immigrati) assunti attraverso caporali risultano soci di coperative fittizie dovendo aprire una partita iva, non hanno diritto ad uno stipendio fisso (chi è possessore di partita iva guadagna in maniera autonoma il proprio stipendio in base al lavoro svolto). Quindi il prezzo del lavoro in questo caso è di libero arbitrio del padrone, inoltre da testimonianze e denunce rilasciate è emerso che questi lavoratori risultano aderire all’azienda nel ruolo di facchini, mentre nella realtà sono impiegati alla lavorazione delle carni, e lo stipendio fissato per i facchini non è uguale a quello dei macellai, si parla di migliaia di euro di abbattimento annuo sul costo del lavoro e assenza di specifiche assicurazioni per il pericolo intrinseco nel maneggiare coltelli e macchinari per la macellazione. Ovviamente, detto en passant, essendo soci questi lavoratori dovrebbero poter aver voce in causa su ogni decisione da prendere riguardante l’azienda, dovrebbero essere a conoscenza del fatturato e di tante altre dinamiche aziendali di cui sono invece all’oscuro.

Insomma alla fine dei conti al nord, sud, centro italia, vigono condizioni di sfruttamento simili, non importa dove, importa come ogni giorno questi lavoratori vivano nell’ansia e nel terrore del caporale, nella paura di non riuscire a portare un pezzo di pane a tavola, di non poter far studiare o curare se stessi e la propria famiglia, nella precarietà più assoluta, nella speranza che il telfono squilli, nello squallore del ricatto, nella bassezza di chi non è considerato nemmeno un uomo, ma una merce sfruttata e dimenticata a morire in qualche cascina fatiscente, nella consapevolezza che non c’è Stato che li protegga e che li porti lontano dalla schiavitù che ogni giorno si ritrovano a subire.

La situazione non cambierà da sola o con il tempo ,perché questo è un business estremamente redditizio per i padroni, e nessuna coscienza che riposa ben avvolta nei denari sarà lì in aiuto di questi proletari, solo la loro forza, la loro rabbia e il loro coraggio, può arginare e fermare questo sfruttamento brutale, solo unendosi e battendosi arriverà il momento di riconquistarsi la propria dignità, la propria libertà e tutto ciò che definisce una vita degna di essere vissuta.

Matilda