A distanza di qualche mese dalla competizione elettorale, le promesse fatte da De Magistris trovano già una battuta d’arresto e s’infrangono sullo scoglio insormontabile delle regole del gioco capitalistico e del rispetto della Legge. Regole a cui stanno tutti i partiti del teatrino della politica istituzionale: centrosinistra, centrodestra, M5S e “sinistra radicale”. La giunta arancione al governo della città gode del sostegno della quasi totalità della sinistra di lotta napoletana, che la presenta come “un’anomalia” nel quadro politico nazionale. Pertanto il suo operato merita un’analisi attenta ed accurata, al fine di smascherarne la natura di classe.


La privatizzazione delle aziende pubbliche

Il Comune di Napoli prima delle elezioni di Giugno 2016 aveva verso le banche un debito pubblico di 810 milioni di euro ed un deficit di circa 671 milioni. La situazione oggi è notevolmente cambiata in seguito alle direttive della Corte dei Conti, su mandato delle banche e di Confindustria, a cui l’Amministrazione De Magistris ubbidisce senza batter ciglio: dall’ultimo accertamento finanziario di Settembre 2016 il disavanzo è schizzato da 671.000.000 a 1.433.566.607,86 di euro. Questo significa che i lavoratori, i disoccupati, i pensionati, gli studenti, le classi oppresse saranno costretti, per via del c.d. Patto di Stabilità, a pagare un debito fino al 2044 a banche private. Soldi che saranno ricavati sottraendo risorse ai servizi sociali ed ai trasporti; tutte le partecipate del Comune sono di fatti in perdita ed indebitate ciascuna mediamente per oltre 1 milione di euro: Napoli Sociale S.p.A. è fallita ed è stata incorporata con tutti i suoi debiti, pari a € 1.385.640,00, in Napoli Servizi S.p.A., la quale a sua volta appalta esternamente lavori per i servizi di sanificazione, pulizia e manutenzione degli uffici comunali. Spende, cioè, 3,3 milioni di euro per servizi che da Statuto dovrebbe garantire essa stessa, sprecando, così, milioni di euro per mantenere per accontentare i privati a cui sono state fatte promesse elettorali in cambio di voti.

Con delibera 148 del 14 marzo 2014, adeguandosi ai tagli imposti dal Governo centrale (“patto di stabilità”, legge 27 dicembre 2013, n. 147), la giunta, a firma Mossetti, Virtuoso e De Magistris, dispone tagli al bilancio delle aziende del comune, per gli anni successivi per almeno l’8% e per l’anno 2016 di almeno il 6%, che si aggiunge a quello precedente; decreta un taglio del 30% relativo a nuovi accordi aziendali, sui contratti integrativi dei lavoratori per l’anno precedente (2013). Inoltre, l’articolo 243 bis, richiamato dalla legge “Patto di Stabilità”,stabilisce tagli per almeno il 10% delle spese complessive e per prestazioni di servizio. In più la delibera comunale stabilisce che la mancata attuazione da parte dei dirigenti delle aziende partecipate delle indicazioni del Comune fa venir meno il “patto di fiducia” con l’ente controllante.
Per quanto riguarda la contrattazione aziendale, durante il primo governo De Magistris, con deibera n. 748/2011, la giunta ha stabilito il blocco delle progressioni di carriera, assegnazioni di premi, d’indennità e una tantum per i lavoratori e di limitare compensi “accessori” a soli casi di emergenza.
Una lettera dell’A.U. Ramaglia di ANM, del 19 luglio 2016, informava il Comune di Napoli che questi non aveva garantito gli impegni nei confronti dell’azienda per il pagamento degli stipendi dei lavoratori per ottobre e successivi. De Magistris annunciava l’arrivo di addirittura 48 nuovi autobus. Ad oggi, invece, gli autobus nuovi non solo non sono arrivati, ma sono state anche tagliate numerose linee, procurando ulteriori gravi disagi per un trasporto pubblico sempre più al collasso.

Il quadro economico finanziario del Comune ci fa capire che i soldi per ANM, per le partecipate e per i lavoratori, per il momento non ci sono, al netto di tutte le dichiarazioni rilasciate dal sindaco durante i sempre più folkloristici comizi, e che la situazione dei servizi sociali in città per pendolari, lavoratori e studenti potrà soltanto peggiorare, soprattutto a scapito di coloro che vivono nelle periferie.

Anche il fiore all’occhiello elettorale di Giggino, l’ABC, per anni presentato come esempio di gestione pubblica dell’acqua, è appassito ed è diventato il suo tallone di Achille, dopo il suo più recente terremoto politico. Persino le direzioni riformiste dei comitati per l’acqua hanno pubblicamente rotto con De Magistris, che in delibera ha aperto alla partecipazione a gare d’appalto per ABC. Esattamente ciò che fa De Luca sul piano regionale e su mandato d’importanti multinazionali che speculano sui servizi idrici.

ABC, seppur una conquista in termini di scontro sulla questione privatizzazioni, non ha mai conosciuto realmente una gestione pubblica e democratica, perché anch’essa sottomessa alle leggi padronali e ai metodi clientelari della giunta. Nonostante Montalto sia sempre stato un uomo dell’apparato, gli arancioni non hanno esitato a sostituirlo non appena questi ha dovuto aprire il CdA ad alcuni comitati. Per non avere contestatori sui processi di privatizzazione, lo stesso Montalto è stato rimosso con metodi burocratici dalla giunta. Un dirigente a cui si erogava un compenso di ben 400.000 euro e con cui i proletari delle occupazioni si sono spesso scontrati. Senza contare le diverse mobilitazioni dei lavoratori che ne denunciavano la gestione scellerata e incapace. Stesso discorso vale per le prospettive occupazionali dei 100 lavoratori del Consorzio San Giovanni, presi in giro dal sindaco che ha promesso loro l’assorbimento in ABC, senza chiarire come sarebbero state garantire le coperture economiche, visto che l’azienda non possiede neppure i soldi per rinnovare l’impianto nel quale sono impiegati questi lavoratori.

Una sfilza, dunque, di tagli sia alle aziende comunali sia agli stipendi dei lavoratori. Oltre ai casi eclatanti di ANM e ABC, ricordiamo la privatizzazione delle Terme di Agnano; il regalo di 1.000.000€ dati ai privati per la gestione degli Asili Nido; tagli di milioni di euro per fondi destinati a disabili, asili nido e lotta al disagio sociale. Più di 3 milioni di euro sono stati regalati ai privati per la gestione dei cimiteri; vendita della quota di GESAC, società con bilancio in positivo che gestisce l’aeroporto di Capodichino, che garantisce introiti per milioni di euro per il Comune di Napoli e che fa gola ai privati.

Si dispongono sgomberi “per il mancato possesso da parte degli occupanti dei requisiti essenziali”, si impediscono per “improcedibilità amministrativa” assegnazioni di case a chi ne ha bisogno ed ha una famiglia con figli e persone anziane da curare. Altri ancora vengono sfrattati perché i locali occupati servono per adibirli ad uffici comunali, ma al tempo stesso il Comune paga, sempre per avere locali ad uffici pubblici, centinaia di migliaia di euro di affitto al mese a soggetti privati, alle società immobiliari, alle banche ed alla Chiesa. Alla faccia della difesa dell’economia pubblica tanto sbandierata dal Sindaco. Se le stesse politiche le avesse fatte Valente del PD o Lettieri del centrodestra, oggi la sinistra “radicale” napoletana sarebbe a contestare la giunta. Tacciono, invece, sull’operato degli arancioni perché legati a doppio filo con essi.

Napoli “città ribelle”: differenza tra realtà e autorappresentazione dei centri sociali

La disoccupazione giovanile è al 70%. Ha prodotto suicidi, depressione sociale ed emigrazione, e tutto ciò che l’Amministrazione riesce a fare, in perfetta sintonia con le Riforme del Governo Renzi, è incentivare il lavoro occasionale e precario sottopagandolo attraverso l’erogazione di voucher (ticket), organizzando eventi commerciali e ludici per allietare le serate della “Napoli bene” (America’s Cup, Dolce&Gabbana, Capodanno sul lungomare).
La raccolta differenziata che doveva creare nuovi posti di lavoro è rimasta esattamente dov’era, cioè al 23%, smascherando l’ipocrisia della demagogia populista del sindaco.
I quartieri proletari della società sono sempre più somiglianti ai barrios dei paesi sud americani, controllati dalla piccola borghesia imprenditoriale/commerciale e dai cartelli mafiosi del narcotraffico.
Sempre meno sono i collegamenti tra la periferia e il centro della città; aumenta l’abbandono scolastico; aumentano i poveri in coda per un pasto; aumenta lo sfruttamento della prostituzione e del lavoro nero e il mercato della droga continua a distruggere la vita di migliaia di giovani.
Questa è la rivoluzione arancione dello “zapatismo partenopeo” di De Magistris sostenuta dei centri sociali.

Anomalia napoletana” e interessi privati

I collettivi antagonisti, in cambio dell’assegnazione di locali di proprietà pubblica – trasformati in veri e propri spazi privati -, hanno sostenuto elettoralmente e politicamente il Sindaco. Emblematica è il caso della produzione della delibera del 1 giugno (n°446), che riguarda tale questione ed adottata il giorno antecedente alle elezioni col fine di tenere al guinzaglio i centri sociali. In cambio, questi, hanno rinunciato alle proprie rivendicazioni “classiste”, seppur vaghe e senza basi programmatiche, per cedere il passo a quelle interclassiste della “città” e del “popolo”, divenendo, de facto, una cinghia di trasmissione del centrosinistra in quel che rimane dei movimenti giovanili e nelle lotte territoriali (vd. Bonifica di Bagnoli).

Mentre da un lato il sindaco cavalca la protesta dei centri sociali, dall’altro, contestando la nomina del commissario straordinario, propone collaborazione a De Luca e a Renzi nell’obiettivo di dare a privati la sulla bonifica. De Magistris cerca, così, di rafforzare le relazioni tra la sua giunta e la borghesia napoletana nella prospettiva di avere il suo sostegno nel rappresentare una eventuale leadership in una potenziale riorganizzazione nazionale di un centro sinistra senza il PD. Prova, cioè, ad unire, in una commistione d’interessi, pubblico e privato a vantaggio del proprio apparato politico e degli imprenditori. Un progetto che fu molto caro al vecchio PCI.
Per spostare i rapporti di forza nei confronti di Renzi, utilizza come manovalanza i militanti dei centri sociali e delle burocrazie sindacali.

 

Democrazia partecipata o democrazia operaia?

Gli slogan sulla “partecipazione democratica” alla gestione de Comune di Napoli risultano, alla prova dei fatti, pura demagogia e propaganda. Il modello politico delle “città ribelli”, stile Barcellona in Spagna, che fa riferimento ad organizzazioni come Podemos e Syriza, – le quali hanno capitolato al FMI, alla BCE e alle politiche di austerità -, e ripresa dai disobbedienti in Italia, riprende concezioni teorizzate dal Toni Negri, che rifiutando la prospettiva della rivoluzione come unico e solo strumento per il cambiamento della società, proponendo un’alleanza di fronte popolare tra i settori del mondo del lavoro e l’imprenditoria “illuminata” per costruire un “contropotere” di soggettività senza caratteri di classe definiti. Progetto fallito, tra l’altro, ovunque si sia tentato di realizzare. La polemica su queste concezioni di collaborazione di classe, dove “il popolo comanda e il governo obbedisce”, vide un accesso scontro nel periodo 2000-2001 in Rifondazione Comunista tra i bertinottiani e le opposizioni interne. La storia recente ha dimostrato che pensare di spostare a sinistra i governi degli imprenditori è una pia illusione. Si è verificato, invece, l’esatto contrario. Sono stati i governi degli imprenditori a spostare a destra i movimenti politiche che ne chiedevano collaborazione.
La storia recente, a quanto pare, non ha insegnato a nulla a movimentisti e all’opportunismo nelle sue varie forme.

L’unica forma di governo capace di dare delle risposte ai bisogni dei lavoratori e della popolazione povera è quella dei comitati di lavoratori, operai, disoccupati, casalinghe, immigrati, studenti, e di tutti i settori che oggi sono oppressi dai capitalisti e dalle classi ricche. Un potere che ha la sua collocazione non più nei luoghi delle istituzioni borghesi, bensì nei luoghi di lavoro e sui territori, dove l’autogoverno dei lavoratori è espresso su base democratica e con cariche revocabili in qualsiasi momento.

Solo questa può essere la “città ribelle”, perché basata sulla partecipazione di massa dei lavoratori alla vita politica e contrapposta a ogni interesse privato.

Douglas Mortimer