L’intera campagna elettorale di Unione Popolare si è appoggiata sulla critica ricevuta in TV di voler fare “come Robin Hood”. Ma, se vogliamo prenderlo seriamente, che significato può avere questo riferimento storico medievale?


Nel corso della puntata dello scorso 28 agosto di Mezz’ora in +, la trasmissione di approfondimento politico diretta dalla giornalista Rai Lucia Annunziata, la presentazione della lista e del programma di Unione Popolare ha indotto la giornalista e storica Lucetta Scaraffia, che si trovava in studio, a fare un paragone tra i presunti intenti del soggetto guidato da Luigi de Magistris e la figura di Robin Hood. L’obiettivo della studiosa era chiaramente denigratorio, mostrando peraltro una mal celata bassezza intellettuale. Piuttosto che discutere seriamente quanto veniva presentato, si preferiva infatti relegare il programma di Unione Popolare al campo delle favole (“una favola che piace ai bambini”), tacciandolo così non tanto di essere di difficile realizzazione, ma piuttosto di una strutturale incapacità di fare i conti con la realtà. Come qualche volta però accade in politica, quanto suona offensivo alle orecchie di chi critica può benissimo trasformarsi in vanto per chi riceve l’appellativo. E così, in maniera crescente a partire da quella trasmissione, Unione Popolare ha fatto riferimento al proprio programma elettorale come “agenda Robin Hood”, in chiara opposizione al nauseante riferimento proveniente da molte altre forze politiche – a partire dal Partito Democratico – alla cosiddetta “agenda Draghi”.

Ma ha senso per la sinistra che si vorrebbe “anticapitalista” rivendicare questa figura leggendaria medievale, quando non ricorda personaggi della storia molto più recente del socialismo?

Un eroe “riformista” medievale per un programma elettorale di conciliazione tra le classi sociali            

Per quanto l’immaginario legato alla figura di Robin Hood sia leggermente cambiato nel corso dei secoli, i suoi tratti salienti sono rimasti inalterati e sono noti a tutti. Non li discutiamo quindi. Come non discutiamo neanche il carattere progressivo della tradizionale caratterizzazione del personaggio, ben riassunta nella massima che lo ha reso popolare – rubare ai ricchi per dare ai poveri – nella quale è facile identificare un chiarissimo elemento di giustizia sociale. Ma proprio perché stiamo parlando di politica e non di favole, centrare la propria campagna su questo immaginario è problematico, per via delle zone grigie che caratterizzano la figura di Robin Hood. Il fatto che Unione Popolare non se ne curi, testimonia come non abbia intenzione di presentare un discorso politico e un programma anticapitalista, rivoluzionario, e che i suoi riferimenti rimangono compatibili con posizioni democratiche “radicali”, che sono appunto quelle del capo-coalizione De Magistris. Come noto, Robin Hood è un nobile decaduto, ma non è questo il problema: i movimenti rivoluzionari delle classi popolari hanno sempre trovato validi alleati e dirigenti tra le classi sociali superiori, dei “traditori” del loro ambiente d’origine. Non è quindi solamente l’estrazione sociale che qualifica un rivoluzionario. Il punto è se e come Robin Hood rappresenti un traditore rivoluzionario della classe dominante, e quale immaginario di trasformazione della società sia legato alla sua figura. La sua “defezione” di classe non emerge in seguito alla decisione del nobile di schierarsi nello scontro verticale tra classi dalla parte opposta a quella da cui proviene. Al contrario, solamente dopo una sconfitta nella lotta tra bande e fazioni all’interno delle classi proprietarie che sancisce la propria decadenza da nobile, Robin Hood si trasformerà in un fuorilegge – condizione alla quale peraltro la disfatta nello scontro orizzontale lo aveva alquanto avvicinato. Questa genesi è importante anche per comprendere l’immaginario politico di Robin Hood, che rimarrà quello di fedeltà al presunto sovrano legittimo e quindi alla causa monarchica, senza mai diventare repubblicano – un elemento, dato il contesto britannico nel quale si svolge la storia, che non può non essere richiamato in queste settimane di nauseante propaganda pro-monarchica dopo la morte della regina Elisabetta. Il fine ultimo dell’azione di Robin Hood non era quindi un mondo senza classi, ma una monarchia meno tirannica. Seguendo la classica distinzione che il marxista tedesco Erich Fromm opera tra le due principali aggressività rivolte contro l’autorità, quella di Robin Hood si configura come una ribellione – nel senso di rifiuto di un’autorità per rivolgersi ad un’altra – e non come una rivoluzione – nel senso di completo superamento del concetto di autorità e della dinamica servo-padrone. Con linguaggio moderno, diremmo quindi che Robin Hood poneva l’asticella al livello di un cambio di personale politico, associato ad un riformismo economico e sociale. Di fatto, il profilo politico promosso da Unione Popolare e il suo programma coincidono con questa definizione. Vi è però anche un ulteriore elemento che rende problematico l’adozione della figura di Robin Hood in quanto rappresentativa del proprio immaginario politico.

Ridistribuire la ricchezza” ieri e oggi: perché UP non è radicale nemmeno quanto Robin Hood

A differenza delle società capitaliste dove l’estrazione di plusvalore ha, almeno formalmente, carattere economico – avviene, cioè, direttamente sul posto di lavoro, e nel momento stesso in cui la forza-lavoro viene ceduta da chi non detiene il possesso dei mezzi di produzione – la situazione era decisamente diversa nelle società feudali, dove si colloca il personaggio di Robin Hood. Qui, l’appropriazione di una parte della ricchezza da parte delle classi proprietarie aveva carattere politico, avvenendo principalmente attraverso tassazione, giornate di lavoro non retribuite e cessione di una parte del raccolto. Senza questi strumenti, le classi proprietarie non avrebbero sottratto quanto le classi contadine producevano e, in effetti, non sarebbero state tali. Tutte le attività di resistenza di fronte a queste forme di appropriazione indiretta – come ad esempio il saccheggio ai danni dell’esattore di turno – andavano quindi a colpire direttamente il plusvalore che i proprietari potevano accaparrare e avevano quindi un forte carattere anti-sistemico. Al polo opposto, il differente funzionamento del capitalismo rende una tassazione fortemente progressiva – quanto Unione Popolare propone in una distorta traduzione moderna di Robin Hood – un generico elemento di giustizia sociale, capace magari di produrre una qualche forma di ridistribuzione della ricchezza, ma che non altera minimamente il funzionamento profondo del sistema. In alcuni casi vi sono addirittura settori intellettuali organicamente legati ad alcune frazioni della classe capitalista che apertamente sostengono come una tassazione non modesta degli utili sia un elemento positivo per il sistema stesso, in quanto rafforzerebbe la tendenza, strutturalmente presente, che spinge i capitalisti a reinvestire una parte rilevante dei profitti in nuovi macchinari e miglioramenti tecnologici. Insomma, tassare i ricchi non è neanche lontanamente sufficiente a spodestarli. 

Il saccheggio ai danni dell’esattore nella società feudale non prende quindi la forma di una tassazione progressiva nel capitalismo, ma si trasla nell’azione collettiva sui luoghi di lavoro per aumentare il salario a parità di condizioni e ridurre l’orario di lavoro a parità di salario. Rivendicazioni che non sono il perno dell’attività politica delle correnti che compongono Unione Popolare e che, quando sono presenti, si presentano in forma spuntata, come la richiesta di un salario minimo a dieci euro lordi l’ora, una cifra molto modesta, se pensiamo che l’inflazione si è intanto avvicinata al 10%.

C’è da ricordare, infine, che non a caso una timida misura di tassazione dei profitti stratosferici delle aziende energetiche, portata avanti dall’allora ministro dell’economia Giulio Tremonti (un economista di destra, per capirci) nel 2008, è stata stralciata nel 2015 dalla Corte Costituzionale “per violazione dei principi di ragionevolezza e proporzionalità della norma (articolo 3 e 53 della Carta)”. La legge aveva prodotto una riscossione aggiuntiva di 5 miliardi di euro che, mancando qualsiasi forma di controllo degli utenti e dei lavoratori su queste aziende, sono stati nel frattempo scaricati in tagli nei bilanci aziendali e costi maggiori per gli utenti. Ma la rivendicazione di un controllo dei lavoratori sull’economia è, questo sì, un punto che mancava nell’agenda di Robin Hood come in quella di Unione Popolare.

Insomma, non solamente Robin Hood non era un eroe proletario di un’epoca pre-capitalista, come ad esempio è stato Spartaco – non a caso indicato da Karl Marx stesso come il proprio personaggio storico preferito in quanto simbolo dell’auto-emancipazione della classe oppressa, quella degli schiavi nella Roma antica – ma la traduzione moderna che Unione Popolare propone è decisamente meno anti-sistemica di quanto non sia stato Robin Hood per la società feudale nella quale vive. E la ragione non è difficile da intuire: Unione Popolare è nel suo complesso una proposta democratica radicale, né classista né tanto meno anticapitalista, come illustreremo meglio in un prossimo articolo.

Gianni Del Panta

Gianni Del Panta, studioso di scienze politiche, vive a Firenze ed è autore di "L'Egitto tra rivoluzione e controrivoluzione: da Piazza Tahrir al colpo di stato di una borghesia in armi" (Il Mulino, 2019).