Oggi in Italia sempre meno giovani proseguono gli studi, si è registrata una diminuzione del 20% negli ultimi dieci anni perdendo più di 65 mila iscritti, passando da 335.541 immatricolati nel 2005 a 270.145 nel 2015.

A contribuire a questo calo ci sono vari fattori. In primis la crisi, che ha visto da un lato l’impoverimento del proletariato e del ceto medio; dall’altro il progressivo aumento delle tasse universitarie. Infatti, l’università italiana, con la media di 1500€ a studente, risulta essere tra le più costose in Europa, preceduta solo da Inghilterra (con 8300€) e Olanda (con 2200€).
Ad aggravare la situazione ci sono le numerosissime facoltà a numero chiuso o programmato con un test iniziale necessario al fine del proseguimento, che prevede un costo dai 30 ai 150 euro, a discrezione dei poli universitari.
Questi test, però, non hanno solo il merito di ingrossare le sacche delle università, ma anche di assecondare le leggi di mercato a discapito del diritto all’istruzione. Il numero di posti disponibili viene, infatti, stabilito in base alla necessità di laureati che il mercato del lavoro richiede in una precisa fase, in un determinato settore; numero che ovviamente a seguito dell’aumento della disoccupazione diventa sempre più piccolo, permettendo così l’accesso ad uno studente su dieci per facoltà come quelle di medicina e professioni sanitarie. Tutto ciò viene giustificato con la propaganda sulla meritocrazia.

Nel 2016 con l’approvazione del piano di stabilità abbiamo assistito ad ulteriori tagli all’università pubblica, nel suo personale e nei piani di sussistenza allo studio (come borse di studio). I docenti passano da poco meno di 63mila a meno di 52mila unità, il personale tecnico amministrativo da 72mila a 59mila, i corsi di studio scendono da 5.634 a 4.628 e il Fondo di finanziamento ordinario delle università diminuisce, in termini reali, del 22,5%.

L’istruzione italiana così mette appunto il modello scolastico perfetto nel capitalismo, che permetta il mantenimento delle differenze di classe e l’esclusività dei posti dirigenziali.
Se sei figlio di un proletario sarai statisticamente portato a scegliere un istituto tecnico, che ti inserisca immediatamente nel mondo del lavoro e che ti preclude l’accesso all’università grazie ai test d’ammissione. Ma se ciò non bastasse ci pensano gli elevatissimi costi, che non comprendono solo le tasse ma pure i libri – i cui prezzi possono variare anche centinaia di euro -, il trasporto, i corsi di preparazione ai test, etc. A conferma di ciò, i dati ISTAT ci dicono che solo il 26% degli iscritti all’università proviene da ceti meno abbienti, ma che sono gli studenti che si laureano con più regolarità, ciò poiché i figli dei lavoratori sono più preoccupati del futuro lavorativo e preferiscono non perdere tempo.
Diviene oggi indispensabile, dunque, rilanciare la battaglia per un’ università pubblica, gratuita e ad accesso libero, che dia pari opportunità e cancelli le differenze di classe.

 

Scilla Di Pietro