Nel corso della battaglia per la costruzione di un partito rivoluzionario i militanti della Frazione Internazionalista Rivoluzionaria hanno rivolto diverse critiche al metodo di costruzione del Partito Comunista dei Lavoratori. Al netto delle mancate risposte date dal gruppo dirigente di quest’ultimo, ci sembra opportuno riprendere qualche nostra analisi critica e in particolare una, perchè pensiamo possa produrre degli spunti per il dibattito sulla costruzione di un partito rivoluzionario in Italia.
Abbiamo posto in discussione durante il IV Congresso la modalità di costruzione del partito su quattro punti generali di adesione. La motivazione che ci porta a ribadire alcune critiche complessive ci vengono dalla notizia che la sezione di Taranto del PCL abbia abbandonato tale partito e che oggi i suoi militanti sostengano una lista neoriformista senza basi operaie alle elezioni comunali della stessa città (SIamo Taranto – Sebastio Sindaco).
Non sappiamo precisamente i motivi dell’uscita del gruppo tarantino, ma a giudicare dalla loro decisione di candidarsi in liste piccolo borghesi la motivazione può essere facilmente deducibile.
Non è del merito della rottura che però vogliamo trattare – questione loro interna -, quanto piuttosto trarne uno spunto di riflessione su come la corrente di Ferrando e Grisolia intende la costruzione dei partiti e sul perchè i casi come quello di Taranto sono, in realtà, una costante in questo partito.

Abbiamo già ampiamente analizzato come la concezione di formare raggruppamenti a partire da pochi punti generali ed astratti appartenga alla corrente storica del lambertismo, un tendenza del trotskismo europeo, che faceva capo a Pierre Lambert, dirigente politico francese molto influente nel movimento operaio e che oggi è del tutto residuale, eccenzion fatta per il Partido Obrero in Argentina. Lo abbiamo scritto nel documento di bilancio sul IV Congresso del PCL, durante il quale come FIR abbiamo prodotto la Piattaforma B, in alternativa su un piano strategico a quella dell’attuale direzione di questo partito.

La metodologia del PCL riprende la tradizione lambertista, anche se ne riproduce una forma sui generis, perchè particolarmente differente nell’impostazione militante. I partiti lambertisti, infatti, sono sempre stati partiti fortemente militanti e che hanno anche avuto un certo peso durante il ‘900 nel movimento operaio (su tutti il POR boliviano), cosa che, al contrario, il PCL non riesce e non vuole essere. Ma ne eredita, ad ogni modo, il metodo di adesione.

Sulla sua tessera il PCL dichiara che può aderire all’organizzazione chiunque ne condivida i quattro punti, ovvero:
1) L’opposizione alle classi dominanti e ai loro governi, siano essi di centrodestra o di centrosinistra; 2) La prospettiva di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici che abolisca il modo di produzione capitalistico e riorganizzi la società su basi socialiste. 3) Il collegamento costante tra gli obbiettivi di lotta immediati e la prospettiva di fondo dell’alternativa anticapitalistica. 4) La prospettiva di un’alternativa socialista internazionale, e quindi di un’organizzazione rivoluzionaria internazionale dei lavoratori.

Di per sè quattro punto che possono essere condivisi da “tutti”, perchè di facile e larghissima interpretazione. E’ proprio questa larga condivisione che porta a problemi e distorsioni nella costruzione.
Su tali punti un partito può portare al proprio interno chiunque: dalle tendenze ultrasinistre alle burocrazie, passando per i riformisti. Nel PCL è spesso successo questo. Non è difficile imbattersi in profili pubblici di sezioni del PCL – partito costruito come una sorta di coordinamento federale tra più partiti con lo stesso simbolo – che si differenziano per forma, sostanza e traduzione pratica di differenti metodologie e prospettive strategiche.
Ciò avviene poichè la metodologia di punti astratti sui quali fare nuovi iscritti non solo lascia il più ampio margine d’interpretazione della strategia, ma produce anche politiche opportuniste, che sfociano in metodi formali del tutto estranei alla storia delle migliori esperienze di autorganizzazione del movimento operaio.
Questa metodologia implica in sè diverse distorsioni, molte delle quali portano alla liquidazione del programma transitorio e a una progressiva e conseguente degenerazione della democrazia interna all’organizzazione.

Come FIR avevamo già denunciato l’inesistenza di una pratica militante in tante sezioni nel Partito di Ferrando. Il caso di Taranto, passati in pochi giorni dal “trotskismo ortodosso” del PCL al riformismo di Sinistra Italiana, conferma la critica da noi mossa al IV Congresso. Non soltanto avevamo denunciato la presenza d’impalpabili militanti risultanti iscritti a una lista civica neoriformista “Progetto Taranto”, ma avevamo anche criticato il fatto che la “sezione operaia” spesso esaltata e rivendicata da Ferrando stesso risultasse non fare alcuna battaglia tra i lavoratori e contro le burocrazie sindacali; che la sua adesione al PCL fosse del tutto formale e legata più a un sentimento romantico che alla condivisione di un programma politico. Così è stato. I fatti hanno dopo poco tempo dato ragione alla nostra analisi. Una situazione che, per altro, riguarda decine di altre sezioni in questo partito e di certo non soltanto il gruppo dei tarantini.

Il punto, però, non è l’avere ragione sul PCL – cosa della quale interessa quasi a nessuno -, quanto piuttosto ribadire una diversa interpretazione di come si costruisca un partito rivoluzionario.

Innanzitutto, il partito è una struttura organizzativa centralizzata, che prova a sviluppare e costruire una direzione del movimento operaio. A partire dall’uniformazione delle sue strutture e delle sue finanze, costruisce un programma sulla base delle domande economiche e democratiche degli operai – così come delle grandi masse oppresse – elevandole dal terreno rivendicativo a quello politico. Produce, cioè, un ponte tra le lotte per parziali e la riorganizzazione sociale della società. Riconduce le lotte economiche alla prospettiva della dittatura proletaria, cioè della democrazia operaia. Caratterizza la sua propria esistenza sul suo programma e sulla capacità di essere un corpo unico, con diverse interpretazioni tattiche, ma con una sola strategia.

In questo senso, il partito non è un gruppo che acquisisce a sè la massa della società, ma sviluppa una propria capacità egemonica sul movimento che tende all’abolizione dello stato di cose presenti. Prova, cioè, a sedimentare il programma di transizione socialista con le avanguardie combattive dei lavoratori. Non lo fa, però, nell’idea settaria di far crescere soltanto la sua propria realtà, quanto piuttosto di diffondere il più possibile il suo programma. La sua capacità di veicolare parole d’ordine e educare la classe operaia alla sua propria autorganizzazione, conduce inevitabilmente l’organizzazione a dotarsi di un giornale adeguato a tale compito, secondo gli strumenti di comunicazione, che cambiano a seconda del mutare dello sviluppo delle tecnologie. E’ uno strumento, quindi, che serve a dare un programma sulla base del quale la classe operaia possa diventare classe dirigente di un paese. In genere il “trotskismo ortodosso” è totalmente incapace di concepire forme comunicative adeguate al XXI secolo e preferisce rimanere legato alla penna e al calamaio quando il mondo funziona a suon di smartphone, tablet e informazione internettizzata.

Per raggiungere l’obiettivo finale prova a conquistare al programma i migliori e risoluti elementi del movimento operaio. Costruisce, cioè, un sistema di leve capace di alzare un carico che la sola avanguardia non potrebbe reggere.
E’ l’organizzazione per cui centinaia organizzano migliaia e migliaia organizzano milioni; un partito-quadri fortemente saldato ai lavoratori che lottano.

Ma questo tipo di partito – che nulla a che vedere con l’autocentratura settaria e autoproclamatoria propria delle sette – non è un qualcosa che si costruisce depositando uno statuto con marca da bollo all’Agenzia delle Entrate.
Esso si forma si, sulla base di una discussione profonda sul programma politico di coloro che vi si raggruppano, ma non soltanto su questo aspetto. Si forma anche e soprattutto a partire dallo sviluppo di una discussione sulla fase del capitalismo in cui siamo; sul metodo di lotta alle burocrazie sindacali e allo Stato borghese; nonchè sull’interpretazione e lo sviluppo del centralismo democratico, cioè dell’embrione di governo della futura società.

Inoltre, l’internazionalismo con cui si costruisce un partito rivoluzionario non può ridursi al rapporto epistolare tra realtà nazionali, che poi tornano al proprio “grigio lavoro quotidiano”. La prassi rivoluzionaria non può svilirsi in un “internazionalismo diplomatico”. A partire da Marx finendo a Trotsky, i comunisti rivoluzionari sempre svilupparono un concreto lavoro di discussione teorica e di costruzione di partiti d’accordo organicamente sulla propria affiliazione. Al proprio interno, queste organizzazioni ebbero frazioni e tendenze con diritto di pubblicare sui giornali dell’organizzazione, di condurre battaglie di posizione pubbliche, ma vincolati da una stretta unità d’azione esterna e da una prassi internazionale.

Si può essere astrattamente d’accordo sulla difesa del programma transitorio, ma poi prendere posizioni sbagliate sulla guerra in Siria o sul golpe in Brasile (vd. le posizioni della LIT); si può essere astrattamente d’accordo sulla lotta alle burocrazie sindacali, ma poi tradurre questo sunto teorico in sterili assemblee con le burocrazie di sinistra (vd. la politica del PCL nella CGIL); si può essere astrattamente d’accordo sul centralismo democratico, ma poi non riconoscere la legittimità di una frazione a pubblicare i propri contenuti sugli strumenti d’agitazione e propaganda dell’organizzazione. Tutti questi elementi fanno insieme motivi di carattere strategico senza i quali nessuna unità tra marxisti è possibile. Dissaldarsi tra essi significa fare un passo indietro dalle concezioni del socialismo scientifico e liquidare il programma in nome di una formale crescita numerica. Questa metodologia capitola storicamente alla piccola borghesia e porta progressivamente all’abbandono della prospettiva del superamento del capitalismo stesso.

Per questi motivi, oggi la battaglia per la costruzione di una direzione rivoluzionaria in Italia, cioè di un partito internazionalista rivoluzionario, passa necessariamente per fondazione di una nuova tradizione su basi antiburocratiche, centraliste democratiche e legate indissolubilmente alla traduzione del programma transitorio nelle lotte di classe. 
Diversamente si potranno costruire partiti più o meno larghi – persino di massa – , ma puntualmente capitoleranno alla proprietà privata, come la storia dei partiti lambertisti – compreso il PCL – dimostra ampiamente.

 

Douglas Mortimer