Pubblichiamo, separato in tre parti, un articolo sulla campagna fascista che nel 1921 sgominò il movimento operaio fiorentino, preparando la salda presa del potere politico da parte dei fascisti, che salirono al governo nazionale l’anno seguente, chiamati dal re d’Italia in persona. Qui in versione Pdf l’articolo intero.


Prima della marcia su Roma dell’ottobre ’22, il fascismo conquistò molte delle nostre città. La marcia su Roma fu poco più di una parata, mal preparata e a tratti grottesca. Riuscì per la connivenza della monarchia e delle forze dell’ordine. Determinò la nascita del primo Governo Mussolini per la viltà delle cosiddette “forze democratiche”, più spaventate dalla classe operaia che dalla teppaglia fascista. Fu la marcia simbolica sulla città capitale, quando la marcia reale si era già data in molte città di provincia. Fu la conquista simbolica del centro amministrativo, dopo che molte periferie operaie erano già cadute.

Firenze e provincia vengono piegate tra il 25 febbraio e il 3 marzo 1921. Sarebbe sbagliato e fatalista considerare tale data come l’ascesa irreversibile del fascismo su questo territorio. Tra il ’21 ed il ’25 vi saranno diverse occasioni, a Firenze come in Italia, per impedire la definitiva chiusura della morsa fascista. Un periodo che si rivelò però troppo breve perché il movimento operaio riuscisse a partorire un gruppo dirigente in grado di apprendere dagli errori commessi durante il biennio rosso.

Per vedere la provincia e la città di Firenze definitivamente liberate fu necessario aspettare il 1944: un tempo al contrario troppo esteso perché le lezioni del ’21 potessero essere preservate. Molti dei partigiani che nell’agosto del ’44 entrarono a Firenze, superando l’Arno a dispetto dell’attesismo delle truppe alleate, nel 1921 non erano nemmeno nati. Se potevano avere chiaro l’intreccio indissolubile tra apparato repressivo statale, grandi poteri economici e canaglia fascista, non potevano che ignorare l’intreccio di responsabilità che ne determinarono l’ascesa. Quella stessa borghesia che nel 1944 si gettava tra le braccia del “patriottismo democratico”, provando a dividere frettolosamente le proprie responsabilità dal regime, nel 1921 aveva scatenato l’isteria contro il rosso e l’operaio eversivo.

Rivoluzione o consiglio comunale?

La grande guerra ’14-’18 non comportò un tributo di sangue solo nelle trincee. Oltre ai 571mila morti durante il conflitto, l’Italia registrò 451mila invalidi e soprattutto 500mila vittime delle successive epidemie. Nel 1918 carne e latte sono rare o vietate. L’agricoltura è in ginocchio e la riconversione bellica lenta.

L’Italia entra nel conflitto con un debito di 15 miliardi di lire e ne esce con uno di 60. Decidere come redistribuire il peso di tale cifra significava in ultima analisi decidere quale classe dovesse pagare il costo della guerra. Dal ’14 al ’19 il gettito derivante dalle imposte dirette e indirette aumenta da 1 miliardo e 800mila lire a 5 miliardi in termini nominali. In termini reali però diminuisce di oltre un miliardo di lire. Il debito quindi è stato finanziato con la stampa di carta moneta, tanto che la massa monetaria è aumentata di cinque volte. La svalutazione della lira si somma alla scarsità di beni. La forbice tra salari e prezzi si divarica ad una velocità inquietante. Se si considera 100 il monte retribuzioni reali del 1914, nel 1918 sono scese a 65.

Scoppiano nell’estate del 1919 moti per il caro-viveri in molte città del centro-nord. Partito dalla Romagna, il moto arriva in provincia di Firenze il 4 luglio. Vengono assaltati i negozi e i fornai. Ma non è pura disperazione. I generi alimentari requisiti vengono portati alla Camera del Lavoro. Ad Empoli si decise di imporre ai bottegai, ai commercianti e a tutti coloro che vendevano le merci un ribasso del 50% pena la confisca delle merci stesse, quindi si nominava seduta stante – sull’esempio russo- un Consiglio degli operai, dandogli pieni poteri e ai socialisti non rimase che mettersi a capo del movimento. (…) Le autorità comunali accettavano tutte le rivendicazioni popolari e deliberavano il 50% della riduzione dei prezzi di ogni genere di consumoi

Nei moti del caro-viveri è implicita quindi una richiesta di pianificazione e controllo operaio sulla distribuzione. L’esempio russo si diffonde per contagio proprio ed è solo assecondato o nel peggiore dei casi subito dagli stessi dirigenti socialisti. Tuttavia la distribuzione non può essere pianificata senza parallelo controllo della produzione. Il bottegaio, stretto tra i debiti verso il grande capitale, la rendita fondiaria e il costo delle materie prime, vive con terrore questo assalto da parte del movimento operaio. Scrive a Vittorio Emanuele il padrone di un negozio di stoffe:

oggi a Firenze e ieri sera è una vera anarchia: tutti i negozi vengono saccheggiati e la roba viene straziata e trasportata alla bella Camera del Lavoro, fomentata da anarchici e socialisti falsi; e così vanno alla miseria poveri esercenti, che erano gravemente tassati. Tutto questo è nato per la libertà di stampa e per la deficienza da parte del Prefetto e del Regio Commissario Caracciolo. Urgono provvedimenti energici e magari lo stato d’assedio perché il popolo, divenuto selvaggio, prima ha voluto le otto ore di lavoro e 12 lire al giorno e quindi il vivere gratis e così il buono soffre e il cattivo agisce senza che la Autorità intervenga ii

Troviamo in queste righe in forma embrionale e concentrata la base psicologica del fascismo: la sensazione da parte della piccola borghesia dell’impotenza della forza repressiva statale, il desiderio di farla finita non solo con le manifestazioni del movimento operaio ma anche con qualsiasi libertà democratica ne permetta una minima espressione. Tuttavia nel 1919 tale atteggiamento è largamente minoritario. Dopo il disastro bellico, il proletariato si candida con la propria prepotente ascesa a costituire un nuovo ordine basato non sul manganello ma sugli interessi dei ceti popolari.

Come scrive Gramsci: “la rivoluzione comunista, la dittatura del proletariato sono state, in Russia, in Baviera, in Ungheria e saranno in Italia il tentativo supremo delle energie sane del paese per arrestare la dissoluzioneiii”.

La simpatia della piccola borghesia va in questa prima fase in grossa parte ai colpi vibrati dal movimento operaio contro il grande capitale. Dopo il moto per il caro-viveri, l’agitazione sociale si estende infatti a nuove zone e nuove categorie sociali. Arriva nelle campagne dove scuote la base stessa della proprietà agraria toscana: la mezzadria. Quest’ultima, presentandosi formalmente come rapporto alla pari tra proprietario terriero e colono, è stata in grado di garantire a lungo la pace sociale nelle campagne toscane. In tutta la Toscana nel 1914 si sono verificate il 3,4% del totale delle lotte contadine nazionali, contro il 30% del Veneto o il 24% della Lombardia. Nel 1919 questa percentuale sale al 5% e nel ’20 al 15%. A fine luglio ’19 le leghe mezzadrili riuniscono un convegno in rappresentanza di quasi 10mila contadini della provincia. Nell’autunno lo sciopero mezzadrile divampa nel Mugello e nell’empolese. A fine anno saranno 36.500 i mezzadri ad aver preso parte alla protesta in tutta la provincia fiorentinaiv . Il quotidiano nazionalista di Empoli, Il Piccolo, commenta

I mezzadri scioperano! Parrebbe assurdo (…). I coloni scioperano? Un socio che è cointeressato al lavoro non potrebbe né dovrebbe astenersi. Scioperano operai ed impiegati (ora anch’essi) quando insorgono divergenze o per insufficienza di compenso dal lavoro al quale non sono cointeressati (…) Non dimenticate, o coloni, che voi siete soci del proprietario. (…) Non siete come braccianti ed operai. (…) Scioperate perché vi dicono che devono essere a carico del proprietario tutti gli anticrittogamici e i concimi (…) E sta bene. I proprietari potrebbero anche accettare: ma chi li obbligherà ad acquistare tutti i concimi? (…) Per uno o due anni vi rinunzieranno: il podere ne soffrirà, ma non risentirete maggiore danno voi stessi? I patti fondamentali della mezzadria non si possono né debbono cambiare. v

La mezzadria è una struttura non riformabile. Può essere superata attraverso la collettivizzazione delle terre o una riforma agraria che dia la proprietà delle terre ai contadini. Agli occhi dei proprietari agrari l’agitazione mezzadrile non mette all’ordine del giorno qualche lieve perdita economica, ma il sovvertimento stesso delle relazioni sociali esistenti.

Questo spiega perché il fascismo nelle campagne toscane assumerà subito un carattere tanto feroce. Le leghe mezzadrili rosse, legate al Partito Socialista, sono invece ben lontane da capire la portata del movimento che esse stesse hanno scatenato. Si accontentano di concludere lo sciopero con la revisione dei patti colonici. Il nuovo patto, firmato con l’Associazione Agraria Toscana, rimane però sulla carta. Come anticipato dal Piccolo, niente può obbligare i singoli proprietari terrieri ad applicarlo.

Ma l’errore commesso dai socialisti non si limita a questo. Infatuati da un vuoto massimalismo rivoluzionario, i dirigenti socialisti sono per lo più avvocati, professori, accademici, incapaci di cogliere e dominare la dialettica del processo sociale. Si ostinano a non avanzare la rivendicazione della terra ai mezzadri, considerandola meccanicamente in alternativa alla richiesta di socializzare le terre: “Noi siamo contro la piccola proprietà. Siamo contrari a voler creare una piccola proprietà dove non esiste e non può esistere”vi.

Come nelle città e nel movimento operaio, così nelle campagne il Psi si rivela completamente inadeguato a comprendere la situazione rivoluzionaria che si va preparando. Un gruppo dirigente di origini accademiche e intellettuali si trova improvvisamente in mano un partito rafforzato dall’afflusso del proletariato. Il partito non è solo inebriato dalla crescita di tesserati, ma anche dal proprio successo elettorale. Alle elezioni del 1919 prende 1,8 milioni di voti e controlla il 24% dei comuni.

Nelle elezioni politiche del 1919 il Psi ottenne in provincia di Firenze un notevole successo, balzando dal 34,2% del 1913 al 51,2% dei voti conquistando 8 dei 14 seggi in palio. In 35 comuni i socialisti ottengono la maggioranza assoluta e in altri 17 quella relativa. Dei quattro circondari il più rosso risulta essere S. Miniato, dove il Psi conquista il 59% dei voti: gli elettori empolesi votavano socialista per quasi il 70% e, quando apprendevano i risultati, davano vita ad una manifestazione popolare che riempiva tutto il centro e che terminava sul tardi dopo l’ironico trasporto funebre di un pupazzo rappresentante la borghesia empolese vii

Il gruppo dirigente del partito è quindi molecolarmente inglobato nella vita amministrativa. Viene circondato da un nuovo settore di consiglieri comunali che, appena iscritti al partito, già si trovano a rappresentarlo come consiglieri o addirittura sindacaci o assessori. Scorrendo sulle cronache locali i nomi dei candidati socialisti si scopre con sorpresa che sono in buona parte artigiani e perfino industriali. Ai loro occhi la rivoluzione è folclore lontano, un ordine del giorno da presentare in consiglio comunale. E così è. A Montelupo, solo per fare un esempio, la nuova giunta socialista si insedia nell’ottobre del 1920 approvando il seguente ordine del giorno:

Il Consiglio Comunale di Montelupo Fiorentino, conquistato ai diritti sacri del proletariato, miranti alla vittoria finale per la realizzazione completa del socialismo, nella prima seduta di insediamento invia il più sincero auguro alla Russia. (…) Unisce il suo grido a quello dei ribelli, per il fuori dalle galere di tutti i condannati politici

Così, mentre Gramsci e l’Ordine Nuovo sono impegnati nello sviluppare i consigli di fabbrica come forme embrionali del nuovo potere socialista, la maggioranza massimalista dei dirigenti socialisti è infatuata dal proprio cretinismo elettorale. Ignorando la stessa teoria dello Stato marxista, scambiano la conquista del Consiglio Comunale per l’estensione del socialismo. Questo è il partito nel suo ventre molle. Non è un caso che quando nel 1919 si sviluppa una corrente di opposizione di sinistra al massimalismo – quella del Soviet di Bordiga – essa farà dell’astensionismo rivoluzionario la propria bandiera. Con questa consegna i bordighisti cercavano in forma infantile ma genuina una via per separare il corpo vivo del partito dal suo stesso opportunismo elettorale.

Note

i Libertario Guerrini, Il movimento operaio empolese, Editori Riuniti, Roma, 1970, pp. 160-161.

ii Roberto Cantagalli, Storia del fascismo fiorentino.

iii L’Ordine Nuovo, 4 ottobre 1919.

iv Dati tratti da: Paola Consolani, La formazione del Partito Comunista in Toscana, 1919-1923, Istituto Gramsci, Firenze, 1981.

v Ferrari, L’agitazione agraria, “Il Piccolo”, 1 novembre 1919.

vi Parla il lavoratore dei campi, “Vita Nuova”, 15 aprile 1920.

vii Libertario Guerrini, Il movimento operaio empolese.

viii Roberto Cantagalli, Storia del fascismo fiorentino

 

Articolo apparso originalmente su Cortocircuito.

 

Nato a Cesena nel 1992. Ha studiato antropologia e geografia all'Università di Bologna. Direttore della Voce delle Lotte, risiede a Roma e milita nella Frazione Internazionalista Rivoluzionaria (FIR).