Continua la lotta delle donne argentine per la modifica della legge che garantisce il diritto all’aborto. In un paese in cui  è concesso loro di interrompere una gravidanza solo in tre casi (a seguito di una violenza, se ci sono rischi per la salute della donna o se il feto non è sano), per la prima volta un governo di destra sta valutando la possibilità di indire un referendum per la legalizzazione dell’aborto e, nonostante il parere contrario del Presidente conservatore Mauricio Macri, il suo Congresso voterà con libertà di coscienza.

Ogni anno circa 522 mila donne argentine compiono aborti clandestini. Le attiviste per il diritto all’aborto nel Paese hanno stimato che almeno 49mila di loro finiscono in ospedale per i metodi poco sicuri utilizzati durante l’operazione. Allo stato attuale, le donne che intendono ricorrere all’interruzione volontaria della gravidanza, devono attendere la decisione della Corte, l’approvazione del giudice, che può rallentare la procedura a suo piacimento. Accade anche nel caso in cui l’aborto risulti terapeutico per salvare la vita della madre. Come risposta, è attiva in tutta l’Argentina una rete di 800 professionisti della salute che lavorano per garantire l’accesso all’aborto con il misoprostolo, forzando tutti i casi legali in deroga alla legge.

Nel 2018, dopo 13 anni di lotta e di tentativi falliti, la “Campagna nazionale per l’aborto libero legale sicuro e gratuito” ottiene la presentazione di un progetto di legge firmato da 70 legislatori di diversi partiti, attualmente oggetto di discussione in parlamento, che permetterebbe alle donne che ne fanno richiesta di abortire entro le 14 settimane di gravidanza. Una svolta importantissima che ha creato, come prevedibile, un enorme malcontento all’interno della comunità ecclesiastica. Non si è fatta attendere, infatti, la risposta dei movimenti pro-vita che hanno organizzato manifestazioni in tutto il paese per opporsi al nuovo disegno di legge.

La lotta in difesa del diritto di scelta, però, non riguarda solo le donne argentine. Negli ultimi mesi, infatti, abbiamo assistito a diverse mobilitazioni in Polonia, in cui le limitazioni del diritto di aborto sono le stesse che in Argentina, e in Irlanda, in cui è possibile interrompere la gravidanza solo in caso di gravi rischi per la salute della donna.

In Italia, invece, nonostante l’interruzione della gravidanza “per libera scelta” sia formalmente legale, a 40 anni dall’emanazione della legge 194/78 (che garantisce, appunto, il diritto all’aborto), le donne italiane che intendono esercitare il proprio diritto di scegliere, devono scontrarsi con il sempre crescente numero di obiettori di coscienza all’interno delle strutture pubbliche e  con il giudizio morale che viene riservato alle donne dai medici e dagli infermieri nei consultori e negli ospedali.

Come sempre accade, la morale religiosa viene utilizzata per limitare la libertà di scelta delle donne, relegate al loro ruolo di madri, mogli e angeli del focolare.

In Irlanda, in Polonia, in Argentina, in Italia così come in ogni altro Paese, il prezzo maggiore lo pagano le proletarie, le donne che non possono accedere alle cure private dove ogni morale religiosa viene sostituita dalle regole del Dio denaro, le donne che non possono possono sostenere i costi dei contraccettivi, quelle doppiamente oppresse dal capitale e  e dalla  morale borghese e religiosa per cui, spesso, una gravidanza indesiderata comporta la perdita del lavoro.