La Rete “8 Marzo” di Salerno attraverso assemblee ed iniziative dal basso che hanno coinvolto soprattutto giovanə, studentə medi ed universitari ha organizzato il corteo transfemminista che si terrà oggi a Salerno.
Il corteo partirà alle 17 da piazza Vittorio Veneto e attraverserà le strade del centro per concludersi alla spiaggia di Santa Teresa dove prenderà vita un’assemblea pubblica e un momento laboratoriale rivolto a bambine e bambini.


Leggi il nostro articolo sull’ 8 marzo, giornata di lotta internazionale delle donne.


Riportiamo il comunicato stampa e il manifesto politico della Rete “8 marzo” promossa dal collettivo transfemminista Lisistrata e a cui aderiscono centri antiviolenza, associazioni per i diritti delle donne, collettivi transfemministi e della comunità lgbqt+, associazioni di giovanǝ, studentǝ medi e universitari, movimenti di sinistra, oltre che la rete salernitana per la Palestina e il nascente circolo salernitano della Voce delle Lotte.


Salerno aderisce allo sciopero contro la violenza patriarcale

Si terrà a Salerno venerdì 8 marzo lo sciopero transfemminista provinciale indetto dal movimento nazionale “non una di meno” e sostenuto da tante realtà locali attive ogni giorno sul territorio per la lotta al patriarcato e per il contrasto alla violenza.

La manifestazione partirà alle ore 17 da piazza Vittorio Veneto e proseguirà lungo corso Vittorio Emanuele per concludersi alla spiaggia di Santa Teresa dove prenderà vita un’assemblea pubblica e un momento laboratoriale rivolto a bambine e bambini.

Scendiamo in piazza come donne, persone queer e appartenenti alla comunità lgbtqia+, come persone razzializzate, povere, con disabilità, per rivendicare una città, una scuola, una società transfemminista, che ponga alla base della sua struttura il concetto di cura e di responsabilità collettiva; contro il patriarcato e lo sfruttamento, torniamo a urlare il nostro dissenso verso una classe politica che ci ignora e ci calpesta.

Chiediamo maggiori fondi ai centri antiviolenza, luoghi strategici di tutela e fuoriuscita dalla violenza di genere, maggiori pratiche e formazioni sul contrasto alla violenza di genere, ostetrica, omobilesbotransfobica, razzista, abilista e di classe,  maggior investimenti sul diritto allo studio, sul diritto alla salute e sul contrasto alla povertá, elementi necessari e non sufficienti, per affrontare il tema delle discriminazioni sistematiche che si ripropongono nel nostro paese e nella nostra regione e per fornire l’adeguato sostegno a chi può averne bisogno.
Chiediamo anche il cessate il fuoco manifestando contro l’occupazione della Palestina da parte dello Stato di Israele e per l’auto determinazione dei popoli” -affermano le realtà che aderiscono alla manifestazione.
“L’invito è di scendere in piazza, di fare rumore e manifestare insieme contro un sistema che ci uccide!”

Il comunicato appena letto racchiude in un breve testo le ragioni e le prospettive della Rete 8 Marzo riportate nel documento politico che segue.


Manifesto queer transfemminista 8 marzo

Troppo spesso svuotata del suo portato politico e sociale ed erroneamente chiamata la “Festa della Donna”, la Giornata internazionale delle donne è per tutt3 noi un momento di riflessione e lotta contro le discriminazioni che ancora avvengono in tutto il mondo a causa degli stereotipi di genere figli di una società binaria e ciseteronormata. Quest’anno come ogni anno, scendiamo in piazza come donne, persone queer e appartenenti alla comunità lgbtqia+, come persone razzializzate, povere, con disabilità, per rivendicare una città, una scuola, una società transfemminista, che ponga alla base della sua struttura il concetto di cura e di responsabilità collettiva. Le rivendicazioni del corteo si muovono su molteplici piani, basati sul riconoscimento di un sistema comune alla base delle diverse forme di oppressione. Sono quattro i punti focali da cui partire per rivendicare una società transfemminista: il contrasto alla violenza (di genere, omobilesbotransfobica, razzista, abilista e di classe), il diritto allo studio, il diritto alla salute e il contrasto alla povertá, elementi necessari e non sufficienti, per affrontare il tema delle discriminazioni sistematiche che si ripropongono nel nostro paese e nella nostra regione

 

Contrasto alla violenza

Il 2023 è stato segnato da vicende che hanno senz’altro fatto luce su un problema ignorato da molto tempo ovvero l’ostilità nei confronti delle soggettività marginalizzate. L’occhio mediatico si è concentrato, soprattutto nel periodo di novembre, sull’aumento di femminicidi. Le analisi realizzate nel corso degli anni mostrano che oltre la metà dei femminicidi è ad opera del partner o ex partner della donna uccisa e circa il 20% è commesso ad opera di altri parenti; 4 femminicidi su 5 avvengono quindi in un ambiente familiare allargato o ristretto. Ma il femminicidio è solo l’apice della violenza di genere che si struttura in una piramide di comportamenti che vanno dal catcalling, al victim blaming, dalla violenza psicologica alla violenza fisica, fino allo stupro e al femminicidio. In Italia i dati Istat mostrano Il 31,5% delle 16-70enni (6 milioni 788 mila) ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale: il 20,2% (4 milioni 353 mila) ha subìto violenza fisica, il 21% (4 milioni 520 mila) violenza sessuale, il 5,4% (1 milione 157 mila) le forme più gravi della violenza sessuale come lo stupro (652 mila) e il tentato stupro (746 mila).

Molti tipi di violenze non sono visibili o sono sconosciute: una di queste è quella economica: una rilevazione dell’utenza dei CAV ci dice che nel 2022 il 40,2% (10.515) delle donne che avevano in carico ha indicato di avere subito tra le violenze anche quella economica, come per esempio l’impossibilità di usare il proprio reddito o la mancata conoscenza dell’ammontare del denaro disponibile in famiglia; in altri casi invece sono escluse dalle decisioni su come gestire il denaro familiare. Un’altra violenza invisibile è quella verso le donne disabili. Questa si manifesta su tutti i livelli: economico, fisico, psicologico. La Convenzione Generale delle Nazioni Unite del 2006 riconosce che le donne e le minori con disabilità corrono spesso maggiori rischi all’interno e all’esterno dell’ambiente domestico e per questo evidenzia la discriminazione multipla cui sono soggette e la condizione di invisibilità che spesso accompagna tali discriminazioni. A sua volta l’Istat nel 2014 ha dichiarato che il 36% di chi è in cattive condizioni di salute e il 36,6% di chi ha limitazioni gravi ha subito violenza; il 34% delle donne con limitazioni gravi ha subito violenza psicologica da parte del partner. Possiamo dire anche che l’esposizione alla violenza delle donne disabili deriva dalla scarsa preparazione degli enti che hanno il compito di tutelarle (1 centro su 5 dispone degli strumenti necessari per assistere donne con disabilità motoria). Bisogna creare o potenziare le politiche di sostegno alla persona in modo che siano libere da logiche abiliste.

La violenza di genere si muove e si concretizza anche nelle istituzioni e nelle strutture ospedaliere dove si manifesta in diverse forme, tra cui quella della violenza ostetrica. Si definisce violenza ostetrica un insieme di comportamenti che hanno a che fare con la salute riproduttiva e sessuale delle persone con utero, come l’eccesso di interventi medici, la prestazione di cure e farmaci senza consenso, o la mancanza di rispetto per il corpo e per la libertà di scelta su di esso. Questo tipo di comportamenti, assume una rilevanza particolare nelle fasi di gravidanza, parto e puerperio. Da un’indagine di Doxa nel 2017 commissionata dall’Osservatorio sulla violenza ostetrica in Italia (OvoItalia),e dalle associazioni La Goccia Magica e CiaoLapo è emerso che circa il 21% delle madri italiane ha subito un forma di violenza ostetrica durante il parto. Il 41% ha dichiarato di essere stato vittima di pratiche lesive per la propria dignità psicofisica. Inoltre, si stima che 1,6 milioni siano state sottoposte a un intervento di episiotomia (ovvero la pratica chirurgica che prevede l’incisione del perineo) senza consenso informato.

Questo disinteresse si rispecchia appieno nella nuova direttiva europea sulla violenza di genere che presenta tantissime lacune, prima l’esclusione del reato di stupro. Dal testo sono, poi, state cancellate anche le molestie in ambito lavorativo e la formazione contro la violenza di genere per forze dell’ordine e magistrati. Fortemente penalizzate sono le donne migranti. Non sarà piú infatti garantita la privacy per le donne senza documenti che denunciano un atto di violenza. Anche la narrazione mediatica e giornalistica della violenza di genere evidenzia la profonda ignoranza che dilaga sul tema, che viene fortemente banalizzato. L’esempio piú lampante e ricorrente è la disumanizzazione e che si fa dei maschi abusanti, paragonati ad “animali” e l’infantilizzazione delle vittime la cui storia viene raccontata senza tatto nè cognizione di causa, accompagnata dalla nuova tendenza mediatica basata sulla pornografia del dolore, che scava nelle vite delle vittime, le santifica post mortem senza mai interrogarsi su come agire praticamente per contrastare questo fenomeno in crescita.

Per la stessa narrazione mediatica appare difficile denunciare. Sono tantissime le testimonianze di persone socializzate come donne che hanno denunciato e non sono state credute e sostenute dalle forze dell’ordine, o che, in seguito alla denuncia hanno subito un processo di vittimizzazione secondaria e di ricostruzione forzata della violenza, con domande non attinenti alle indagini.

Le istituzioni scartano la possibilità di introdurre politiche educative che promuovano un tipo di relazionalità che si basi sull’affettività sana e sul consenso, e parlano di una fantomatica “teoria gender”. Il governo e le istituzioni che hanno il potere sulla comunicazione di massa, continuano a proporre una narrazione dei gruppi marginalizzati dannosa e stereotipata che produce solo altra violenza e si mostra incapace di affrontare il tema senza banalizzazioni.

La violenza omobilesbotransfobica parte dalla stessa matrice e si consolida nella stereotipizzazione che si ha della comunità lgbtqia+. Secondo Omofobia.org “l’elenco degli episodi di omotransfobia denunciati tra aprile 2022 al marzo 2023, comprende 115 episodi, che hanno colpito 165 vittime distribuite in 62 località: 50 delle vittime (pari al 30% del totale) hanno denunciato aggressioni singole. 32 sono state vittime di aggressioni in gruppo o in coppia (19% del totale). Si sono registrati 2 omicidi, 4 suicidi (sicuramente la cifra è per difetto),1 tentato suicidio e 76 atti non aggressivi ma comunque di grave rilevanza penale (che arrivano al 46%).”
Recentissimo è il caso delle due ragazze trans vittime di rapina e violenza sessuale, nella nostra regione, a Napoli e ben ci dimostra come la principale inefficienza del contrasto alla violenza di genere e omobilesbotransofica stia nel fatto che queste vengano percepite come separate, quando sono esito di uno stesso sistema egemonico e soprattutto vanno di pari passo. All’interno degli spazi dove si manifesta la violenza, e dove le varie forme di discriminazione si intersecano in modo più evidente, mancano momenti di decostruzione e formazione alternativa.

Anche la violenza razzista parte dalla stessa struttura di base, un elemento differenziale, che distaccandosi dalla normativitá ci rende soggetti discriminabili. Come evidenziato nei punti sul diritto allo studio e il diritto alla salute, la nostra società non si pone a fondo il problema di integrare le soggettività non conformi all’interno del sistema. Le persone razzializzate, e più specificatamente le persone con background migratorio, vivono contesti di discriminazione costante a partire dai luoghi istituzionali. Ad oggi le violenze che vivono le soggettività non bianche sono completamente escluse, sia dall’immaginario di un femminismo “mainstream”, perché appare evidente che il discorso femminista e culturale sia ancora biancocentrico, sia dalle politiche sociali attuali. Esemplari sono le strutture di detenzione amministrativa ove vengono reclusi i cittadini non comunitari sprovvisti di un regolare documento di soggiorno oppure già destinatari di un provvedimento di espulsione, meglio conosciute come C.P.R., dove, “secondo la Relazione annuale 2023 del Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale”, che elabora i dati forniti dal Dipartimento di pubblica sicurezza del ministero dell’Interno, sono morte cinque persone dentro un Cpr nel 2022. Il numero sale a 14 se si considerano gli ultimi cinque anni, come ha ricostruito il report “Al di là di quella porta” pubblicato dall’associazione Naga e dalla rete Mai più lager – No ai cpr”. Il caso più recente è quello di Ousmane Sylla il giovane di 21 anni originario della Guinea che si è tolto la vita nella struttura di ponte Galeria. Bisogna modificare quelle narrazioni che rimangono coloniali e non tengono conto delle esperienze di soggettività non bianche o non borghesi, bisogna restituire centralità politica a quei corpi violati ed invisibilizzati dalle logiche neocoloniali

 

Diritto allo studio

È a partire dal mondo della formazione che è possibile scardinare i bias cognitivi che sono alla base della violenza di genere, eppure, nel pratico sono gli stessi luoghi della formazione a rispecchiare le modalitá e gli strumenti di una società violenta e discriminatoria come quella con cui ci stiamo confrontando. In una società che si muove sempre più verso la privatizzazione dei luoghi della formazione, e verso la specializzazione degli indirizzi formativi, diventa molto più complesso mantenere l’autonomia e il fine puramente formativo libero da sovradeterminazioni esterne. Ciò che ne risente è la libera formazione e autodeterminazione dell* student*. Il risultato è un ambiente deleterio, che lede la crescita della persona e che mira a una formazione puramente nozionistica e orientata a un mondo del lavoro deumanizzante; un ambiente in cui le individualità vengono schiacciate in virtù dell’omologazione a un mondo del lavoro sempre più malsano, insostenibile e subordinante; dove lo studio e lo sforzo, che sono a priori culturalmente narrati come attributi imprescindibili del valore di una persona, vengono trattati come attività da svolgere in virtù di cose esterne all’individuo: voti, numeri, attestati. Una cultura del merito che non rafforza gli interessi e le conoscenze individuali, ma che si limita a fornire degli standard comportamentali e sociali basati sulla produttività, con un drastico effetto sulla salute psicologica di studenti e studentesse.

A ciò si somma un ambiente, troppo spesso, ancora lontano dall’idea di integrazione e abbattimento delle barriere strutturali e sociali per le individualità non conformi allo standard occidentale ed eteronocisnormate. Nella nostra provincia, secondo i dati raccolti dall’associazione GenderLens, sono solo due le scuole che hanno introdotto le carriere alias, uno strumento per permettere alle persone trans binarie e non binarie di modificare il proprio genere e il proprio nome anagrafico, per evitare fenomeni di dicrimanaione. Le strutture scolastiche, inoltre, sono spesso ancora inaccessibili alle persone con disabilità. Secondo le fonti di Openpolis, aggiornate nel 2019, il 3,5% degli alunni ha una disabilità comprovata, solo il 7% delle scuole del mezzogiorno dichiara la presenza di un servoscala o di una piattaforma elevatrice. Rispetto alle barriere fisiche, la regione più virtuosa è la Valle d’Aosta con 2/3 delle scuole accessibili. A seguire la provincia autonoma di Bolzano (46,7%). Poco al di sotto del 40%, quella di Trento e le regioni Lombardia e Emilia Romagna. A fondo classifica Campania e Molise, che si attestano sul 22% di edifici scolastici accessibili. Sulle barriere sensoriali, a fronte di una media del 17,5%, il territorio con le scuole più accessibili è la provincia autonoma di Bolzano (38,4%). Meno di una scuola calabrese su 10 (8,5%) possiede almeno un facilitatore sensoriale. Più nello specifico, nella provincia di Salerno il 41,38% delle scuole superiori e medie non possiede percorsi esterni accessibili e il 9,69% non ha risposto alla raccolta dati. Con la recentissima approvazione dell’autonomia differenziata peggioreranno le condizioni di diseguaglianza nei finanziamenti agli istituti, poiché le regioni maggiormente ricche potranno investire più fondi su scuola e università, lasciando indietro le scuole delle regioni meno abbienti, e quindi tutti gli studenti e le studentesse meno privilegiati.

Se è dalla scuola che può partire il cambiamento, affianco ad un adeguamento delle condizioni strutturali dei luoghi della formazione e a una maggiore attenzione all’inclusione strutturale e sociale delle soggettivitá marginalizzate, emerge fortemente l’esigenza di una maggiore attenzione alla sfera della sessualitá e dell’autodeterminazione, con l’introduzione di corsi di educazione sessuale e all’affettivitá che insegnino a studenti e studentesse come relazionarsi in modo sano e che forniscano gli strumenti per la conoscenza del proprio corpo e la prevenzione per costruire una societá del consenso. Questo lavoro mirato deve essere accompagnato da una messa in discussione delle strategie educative. In questa fase storica e in questo mondo globalizzato, dove il pensiero critico appare uno strumento necessario per mantenere una propria autonomia, appare fondamentale ripensare il sistema scolastico. Lo studio è un diritto e dovrebbe essere, per costituzione, accessibile a tutt* a prescindere da condizioni fisiche, mentali o economiche (cosa che al momento *non è*), e deve essere anche sano, non basato su concezioni di merito personale insensate, ma volto alla formazione libera del sapere e alla condivisione.

 

Sanità

Il tema della Sanitá pubblica si intreccia in modo indissolubile all’ampia sfera delle discriminazioni per genere, inserendosi a buon diritto, in qualsiasi analisi volta al superamento dei costrutti eterocispatriarcali. Parlare di diritto alla salute infatti significa anche parlare di diritto alla salute sessuale e riproduttiva (contraccezione, gravidanza, parto, allattamento, diritto all’aborto, mortalità infantile e materna, pap test, mammografia…)

La salute riproduttiva rappresenta una tematica prioritaria della salute pubblica, sia perché la gravidanza e il parto in Italia sono la prima causa di ricovero per le donne, sia perché gli indicatori relativi a questa sfera della salute sono utilizzati a livello internazionale per valutare la qualità dell’assistenza sanitaria di un Paese. In Campania e, piú nello specifico, nella nostra provincia, assistiamo alla presenza di strutture fatiscenti o non funzionanti, esemplare è il Presidio Ospedaliero “Mauro Scarlato” di Scafati, che non possiede un pronto soccorso, nonostante la densità abitativa della città, che conta 60.000 abitanti. Sono 7 i presidi ospedalieri, divisi in diversi reparti. Non è garantita in tutte le città la presenza di ambulanze e di presidi sanitari di emergenza.Tutto è accompagnato dall’assenza di personale bastevole e formato. I consultori sono tra le strutture più depotenziate, con venti strutture dislocate in tutta la provincia, che conta 105 5863 abitanti. La diffusione delle sedi consultoriali in Campania, pari a una sede di CF ogni 41.547 residenti, è inferiore alla media nazionale. A livello aziendale si riscontra un’ampia variabilità, compresa tra i 23.000 residenti per sede nella ASL di Avellino e i 54.000 nella ASL Napoli 1. Il risultato è una forte congestione dei presidi sanitari, con conseguenti attese lunghissime e rinunce ai servizi ospedalieri pubblici. In questo contesto le donne si vedono negato il diritto a una salute riproduttiva e a una contraccezione gratuita e accessibile, e la possibilità di concentrarsi sulla prevenzione, seguendo le tempistiche consigliate. Aborto, contraccezione, visite di controllo, sembrano un miraggio, in una regione in cui le prenotazioni ai Consultori si trascinano nei mesi.

Anche le persone trans e non binarie si confrontano con gli stessi ritardi e con un personale profondamente disinformato sulle terapie ormonali per le diverse identitá di genere, in un paese in cui l’iter per accedere alle cure ormonali e al cambio anagrafico dei dati, è giá fortemente rallentato e discriminatorio. L’assenza di corsi di formazione e di investimenti sul piano dei diritti e delle esigenze delle identitá non conformi, porta a una drastica assenza di dati e studi ed a un rifiuto massiccio delle persone queer di prendersi cura di sé stesse, per evitare di incorrere in episodi discriminatori e violenti. Oltre ad essere economicamente depotenziato, l’accesso alla salute sessuale non è garantito e non è incentivata la prevenzione su malattie sessualmente trasmissibili, pap test e mammografie.

Le stesse mancanze si riscontrano nell’ambito della salute psicologica, nonostante gli aumenti esponenziali delle diagnosi. Già prima della pandemia nel 2019 si stimava che una persona su otto nel mondo convivesse con difficoltà psicologiche. La pandemia ha creato poi una crisi globale per la salute mentale, si calcola un incremento dei disturbi d’ansia e di quelli depressivi di oltre il 25% durante il primo anno della pandemia. un’indagine condotta da Ipsos e promossa dal gruppo Axa: “In Italia ha dichiarato di provare uno stato di pieno benessere (Flourishing) solo il 18% del campione, in calo rispetto al 20% registrato nell’indagine del 2022. A pesare sul benessere mentale è soprattutto lo stress, il disagio mentale più diffuso a livello globale, avvertito dal 56% degli italiani. Rispetto al 2022, la percentuale di italiani che dichiarano di aver accusato stress è cresciuta di ben 8 punti percentuali. I risultati dell’analisi annoverano tra le cause che inficiano il benessere mentale anche l’impatto delle guerre, avvertito dal 52% del campione, e del cambiamento climatico, avvertito dal 43% della popolazione”. Le categorie più colpite sono le persone giovani e le donne. Un altro dato in crescita sono le persone che soffrono di DCA. Secondo i dati 2023 dell’ Osservatorio Aba e Istat, sono circa 3 milioni gli italiani che soffrono di disturbi alimentari e in seguito alla pandemia l’incidenza è salita del 30%. Tutto ciò è affiancato da una scarsa cultura della salute mentale e da una forte mancanza di strutture pubbliche e personale statale a disposizione della salute psicologica.

Di fronte al recente provvedimento nazionale che prevede l’approvazione della Autonomia Differenziata, ci chiediamo quale sia il destino della nostra sanità, che, inevitabilmente, vira sempre piú verso una privatizzazione di reparti e strutture pubbliche, in una regione già al collasso.

 

Contrasto alla povertà

La discriminazione che accomuna tutte le soggettività marginalizzate e che è alla base del mantenimento dello status quo, è il rischio di incorrere in povertà. la discriminazione di classe, perfettamente connessa ai punti precedenti, completa una primo quadro di insieme. La povertà è un problema in crescita, in Italia 6 milioni di persone sono in povertà alimentare (dati Action Aid del 2021), e in Campania sono al di sopra della media nazionale con un 20,7% della popolazione. Per “deprivazione alimentare materiale o

sociale” si intende l’impossibilità di fare un pasto completo con carne, pollo, pesce o equivalente vegetariano almeno una volta ogni due giorni. Nel 2022 sono in condizione di povertà assoluta poco più di 2,18 milioni di famiglie (8,3% del totale da 7,7% nel 2021) e oltre 5,6 milioni di individui (9,7% in crescita dal 9,1% dell’anno precedente). Questo peggioramento è imputabile in larga misura alla forte accelerazione dell’inflazione.

L’incidenza della povertà assoluta fra le famiglie con almeno uno straniero è pari al 28,9%, si ferma invece al 6,4% per le famiglie composte solamente da italiani. la povertà assoluta in Italia interessa quasi 1 milione 269 mila minori (13,4%, rispetto al 9,7% degli individui a livello nazionale); l’incidenza varia dall’11,5% del Centro al 15,9% del Mezzogiorno. Rispetto al 2021 la condizione dei minori è stabile a livello nazionale, ma si colgono segnali di peggioramento per i bambini da 4 a 6 anni del Centro (l’incidenza sale dal 9,3% al 14,2%) e per quelli dai 7 ai 13 anni. Le famiglie in povertà assoluta in cui sono presenti minori sono 720 mila. Il fenomeno della povertá colpisce con piú forza e frequenza le persone non conformi agli standard della societá: le donne, le persone con background migratorio, i membri della comunità lgbtqia+ e le persone disabili. Nel 2019, il 22% delle donne è esposto a povertà e esclusione sociale, mentre tra gli uomini lo è il 19,6%. Uno scarto che sale poi ulteriormente se consideriamo solo le persone di età superiore ai 65 anni. Non esistono molti dati sulle discriminazioni lavorative subite sulla comunità lgbtqia+, ma concentrandosi solo sulle persone omosessuali e bisessuali già emerge una netta differenza: la stragrande maggioranza delle persone omosessuali o bisessuali (in unione civile o già in unione), occupate attualmente o in passato, dichiara che il proprio orientamento sessuale è o era noto almeno a una parte delle persone del proprio ambiente lavorativo (92,5%), con un’incidenza minore tra le persone bisessuali (l’86,2%). Una persona su tre, tra le persone omosessuali e bisessuali in unione civile o già in unione che vivono in Italia, dichiara di aver subito almeno un evento di discriminazione mentre cercava lavoro. Circa una persona su cinque, occupata o ex-occupata in Italia, afferma di aver vissuto almeno un evento di clima ostile o aggressione nel proprio ambiente di lavoro. Con riferimento ai soli dipendenti o ex-dipendenti, il 34,5% riferisce di aver subito almeno un evento di discriminazione, tra quelli rilevati, durante lo svolgimento del proprio lavoro (attuale per i dipendenti, ultimo lavoro svolto per gli ex-dipendenti).

Oggi vogliamo accendere la lampadina su tematiche tanto complesse quanto necessarie, ma vogliamo anche rivendicare nuovi spazi di discussione e di socialità, nuove strade e nuove città sicure. Vogliamo alzare la nostra voce per le soggettività marginalizzate, per rivendicare il nostro spazio nel mondo e il nostro diritto ad esistere. Ma scendiamo in piazza anche contro la guerra e per l’autodeterminazione dei popoli, per chi non è privilegiato e oggi in Palestina, nello Yemen, in Ucraina e in tantissime parti del mondo, sopravvive senza acqua e senza cibo, sotto le bombe o nella miseria. Per tutte le persone senza voce, invisibilizzate da un potere che non ha voglia di ascoltare e che si pone a difesa di puri interessi economici. Perché essere transfemminist* significa prendere posizione di fronte ad ogni ingiustizia, significa adeguare il proprio passo per non lasciare indietro nessun*. Questo primo momento di rivendicazione, supportato dal suddetto documento politico, ha il fine di aprire un dibattito sulla cittá di Salerno e di spingere le istituzioni ad interrogarsi sul da farsi e ad agire con politiche immediate e necessarie.

La Voce delle Lotte ospita i contributi politici, le cronache, le corrispondenze di centinaia compagni e compagne dall'Italia e dall'estero, così come una selezione di materiali della Rete Internazionale di giornali online La Izquierda Diario, di cui facciamo parte.