L’ascesa di partiti di destra, reazionari nel mondo e la polarizzazione politica in Italia ancora più forte dopo la salita al governo della Lega di Salvini hanno particolarmente riacceso il dibattito sul fascismo e sull’antifascismo, a fronte di un aumento delle forze e della popolarità dei gruppi che si rifanno direttamente al nazifascismo. Riemergono anche le ambiguità e gli opportunismi “democratici” che da un secolo hanno caratterizzato il dibattito e l’azione antifascista.


Che cos’è l’antifascismo? Potrebbe sembrare una domanda ingenua, banale forse, ma nella fase storica che stiamo attraversando assume un enorme importanza. Chiaramente la questione va posta all’interno del dibattito a sinistra, escludendo a priori reazionari d’ogni ordine e grado, ben rappresentati nell’attuale arco parlamentare.

Allo stesso tempo, è necessario oggi come lo è sempre stato, sgomberare il campo dalla illusione statalista per cui sia verosimile e auspicabile che lo Stato “democratico” liberale, attraverso i suoi cosiddetti organi di garanzia, possa farsi carico di una serie di questioni democratiche, anche radicali, senza tenere conto delle ragioni economiche e sociali che muovono quello stesso Stato – le stesse che muovono il fascismo. Proprio per questo, il “silenzio delle istituzioni” di fronte all’attività di certe formazioni è un consenso ben cosciente della situazione, e ben deciso a non far evolvere in un’opposizione “pericolosa” l’indignazione di settori della società civile e della sinistra politica.

Bisogna partire dal presupposto che il fascismo non è mai stato un elemento avulso alla democrazia rappresentativa borghese, sforzarsi di inquadrarlo come un fenomeno a sé stante è del tutto erroneo: non fu certo la (patetica) marcia su Roma a consegnare il potere a Mussolini, bensì il re Vittorio Emanuele III con l’incarico di formare un nuovo governo, dopo la caduta dell’esecutivo di Luigi Facta. Il fascismo già allora, prima di andare al governo, era una “normale” forza del Parlamento italiano regolarmente eletta, anche in alleanza con altri partiti.

Poche settimane dopo la nascita della Repubblica, durante il primo governo De Gasperi, sarà il Ministro di grazia e giustizia Palmiro Togliatti (capo assoluto del PCI) a concedere l’amnistia a fascisti e collaborazionisti, come a voler suggellare la continuità, reazionaria, tra regime fascista e regime costituzionale-repubblicano; per comprendere al meglio la linea politica togliattiana è utile citare questo passo tratto dal saggio Proletari senza rivoluzione: “Occorreva allora battere una strada diversa e cioè garantire l’esistenza del Partito Comunista, proteggerne la legalità nel giuoco della democrazia borghese, perpetuare l’illusione nel centro comunista di una possibile evoluzione della società in senso democratico e alla lunga socialista. Occorreva cioè assorbire nell’alveo e nell’ambito dello stato neo-capitalista tutte le forze potenti delle classi subordinate, svirilizzandole e facendo perdere loro pian piano ogni forza rivoluzionaria” [1].

I processi ai membri della Volante Rossa uniti agli eccidi di Portella della Ginestra (11 morti, 90 feriti) e delle Fonderie Riunite di Modena (6 morti, 200 feriti) saranno solo l’antipasto di una lungo itinerario di offensive antioperaie; parafrasando l’articolo 1 della tanto glorificata Costituzione, l’Italia è una Repubblica fondata sul massacro e lo sfruttamento degli oppressi.

Le ricostruzioni fiabesche ancora oggi in voga a sinistra non fanno altro che portare acqua al mulino della borghesia, così come la tendenza ritualistica annichilente, da guerra fra bande, inscenata nei contro-presidi, contro-cortei e in altre situazioni estemporanee prive di qualsiasi rivendicazione comprensibile e tangibile per le masse.

Per essere un elemento incisivo, l’antifascismo dev’essere collegato alla questione della lotta di classe su vasta scala; lo stesso vale per il femminismo e l’ambientalismo: l’efficacia di questi elementi è imprescindibile dalla prospettiva rivoluzionaria poiché i padroni utilizzeranno ogni mezzo per assicurarsi i profitti ai danni degli ultimi, non per ultimo con la propaganda legalitaria e costituzionalista.

Appellarsi alle istituzioni e alla democrazia significa per gli oppressi e per le vittime del fascismo (quelle vere, non le istituzioni democratiche borghese) scavarsi la fossa. Già nel 1917 Vladimir Lenin ricordava che “la repubblica democratica è il migliore involucro possibile per il capitalismo, per questo il capitale, dopo essersi impadronito […] di questo involucro – che è il migliore – fonda il suo potere in modo talmente saldo, talmente sicuro, che nessun cambiamento, né di persone, né di istituzioni, né di partiti nell’ambito della repubblica democratica borghese può scuoterlo” [2].

Pur volendogli conferire un’accezione popolare con le forme democratiche, il dominio del profitto genera soltanto diseguaglianza e miseria. Invero le crisi cicliche del sistema capitalista agevolano l’ascesa dello sciovinismo, del razzismo, del patriarcato e dell’omofobia: nel nome della libertà d’espressione si promuove il terreno politico e sociale adatto all’ascesa del fascismo, qualora fosse utile alla classe dominante come strumento per trasformare le sconfitte della lotta degli sfruttati in disastri e massacri.

Le uniche armi di cui possono disporre gli sfruttati sono l’organizzazione e la necessità di demarcare un confine tra loro e chi li sfrutta, necessità che si sviluppa in ogni versante di lotta e genera una repulsione naturale nei confronti del padronato e dei partiti che lo supportano. Proprio per questo l’antifascismo deve tornare ad essere uno strumento capace di respingere ogni provocazione ed ogni malcelato tentativo di sottoporlo alle ragioni di Stato, proprio perché saranno gli stessi partiti “progressisti conservatori” a utilizzare la legge del bastone contro i proletari al momento opportuno.

 

Note

1. Renzo Del Carria, Proletari senza rivoluzione. Storia delle classi subalterne italiane dal 1860 al 1950, Vol 1-2, Edizioni Oriente, Milano, 1966.

2. Lenin, Stato e rivoluzione, in Opere, vol. 25, Roma, Editori Riuniti, 1967.

 

Roger Savadogo