Il quadro italiano dei partiti, con frequenti cambi di nomi e ricomposizioni delle aree, risulta difficile da seguire, specie quando si formano le liste per le elezioni. Chi si presenta al voto, e con che legge si vota?


Le liste presenti a queste elezioni, il loro contesto politico e la questione dell’astensione

Come approfondiamo nella nostra dichiarazione sulle elezioni, il tentativo di riassorbire nel vecchio schema dello “scontro di civiltà” centrodestra-centrosinistra i nuovi fenomeni politici è riuscito solo in parte, e a queste elezioni le liste che correranno fuori dalle aree “classiche” potrebbero verosimilmente raccogliere un quarto dei voti; per valutare meglio questa situazione, ricordiamo brevemente gli equilibri elettorali delle ultime elezioni nazionali.

Alle elezioni di nove anni fa, nel 2013, la tradizione ventennale della lotta fra centrodestra e centrosinistra, i quali coprivano oltre il 90% dello spazio elettorale, si è incrinata, col Movimento 5 Stelle che guadagnò un quarto dei voti, e col polo centrista (guidato allora dall’ex-premier Mario Monti), esterno al centrodestra, che superò il 10%; il 2018 ha visto invece un riassorbimento del centro nelle due coalizioni, un avanzamento del M5S a quasi un terzo dei voti, e un indebolimento delle forze a sinistra del PD (che aveva perso un suo settore social-liberale presentatosi con “Liberi e Uguali”) anche se, messe insieme, le loro liste fuori dal centrosinistra si attestavano circa al 5%; una situazione che non si ripeterà a questa tornata elettorale, visto il riassorbimento del riformismo istituzionale nella coalizione a guida PD, e le proiezioni fra l’1 e il 2% di Unione Popolare.

Uno scenario dove, in sostanza, continua a mancare un’opzione elettorale chiaramente anticapitalista e dalla parte della classe lavoratrice, legata alle sue lotte e agli altri movimenti sociali progressivi, e in generale la sinistra è piuttosto debole.

Vediamo dunque le liste presenti a livello nazionale: riporteremo tra parentesi le percentuali che raccoglierebbero secondo l’ultimo sondaggio pubblicato da Ipsos prima del silenzio elettorale. Di seguito, illustreremo velocemente la legge elettorale in vigore.

_La coalizione di centrodestra: la Lega di Matteo Salvini (12,5%), Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni (25,1%), Forza Italia di Silvio Berlusconi (8%), Noi Moderati, una federazione tra l’UDC, “Italia al centro” di Giovanni Toti, governatore della Liguria, e “Noi con l’Italia” di Maurizio Lupi, storico referente di Comunione e Liberazione nel centrodestra (1%); salvo svolte ormai del tutto improbabili, sarà questa coalizione dominata dalle destre nazionaliste a vincere le elezioni;

_Il “polo di centro” (6,7%): Azione di Carlo Calenda e Italia Viva di Matteo Renzi; due partiti “giovani” che hanno pescato personale politico ed elettori in buona parte dal vecchio centrosinistra, ma che hanno un profilo smaccatamente borghese, legami col grande capitale italiano ed estero, e la propria base sociale tra i “professionisti” e i ceti-medio alti;

_Noi di Centro – Europeisti, erede dell’Udeur di Clemente Mastella;

_Il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte (12,5%);

_La coalizione di centrosinistra: il Partito Democratico di Enrico Letta, che ospita molti esterni nelle sue liste, a partire dai dirigenti di Articolo 1 e Mdp dopo lo scioglimento di Liberi e Uguali (20,5%); Impegno Civico di Luigi Di Maio, federato nella stessa lista col Centro Democratico di Bruno Tabacci (0,8%); +Europa di Emma Bonino, cioè la destra del vecchio partito dei Radicali dopo la scissione del 2017 (2,5%); la lista unitaria Sinistra Italiana-Verdi (3,4%);

_Italexit per l’Italia di Gianluigi Paragone, passato dalla TV alla politica su posizioni sovraniste (3%);

_Italia Sovrana e Popolare, una coalizione tra il Partito Comunista di Marco Rizzo, Azione Civile di Antonio Ingroia, e altre piccole organizzazioni nazionaliste, guidate spesso da imprenditori medio-piccoli, emerse come opposizione di destra ai governi Conte e Draghi, in particolare sulla questione dei vaccini (sotto l’1%);

_Unione Popolare, lista unitaria formata da DeMa di Luigi De Magistris, Potere al Popolo e Rifondazione Comunista, oltre a forze minori come il Partito del Sud (1%);

A queste liste, presenti su tutto il territorio nazionale, si aggiungono alcune candidature presenti solo in alcuni collegi: a sinistra segnaliamo la presenza in nove regioni del PCI, cioè il vecchio PdCI di stretta osservanza togliattiana, tanto “socialista” a parole quanto compromesso con le politiche del centrosinistra durante la sua esistenza, e ora ridotto a poco più che un’associazione di amici delle burocrazie “socialiste” in giro per il mondo, a partire da quella cinese, che fa candidature solitarie “di bandiera” o in alleanze estemporanee con Rifondazione e altri settori simili, in maniera del tutto scollegata dal limitato e inconcludente intervento nella classe lavoratrice che hanno queste correnti.

Seguendo i dati Ipsos (vedere infografica successiva), è particolarmente alta la percentuale di indecisi (circa il 10% degli elettori) e di astensionisti (oltre il 30%), rendendo gli ultimi dati suscettibili di cambiamenti, forse anche significativi: su questo si gioca principalmente il carattere della vittoria più o meno “totale” della destra, così come l’entrata o meno in parlamento dei candidati delle liste “minori”. Significativo, come commenta Nando Pagnoncelli, è che, se da una parte gli indecisi sono costituiti perlo più da giovani e ceti medio-alti come è fisiologico che sia per i voti “d’opinione”, la percentuale di popolazione operaia e più in generale povera, meno istruita, marginalizzata nella società italiana che non voterà è enorme, ben oltre il 30%, in particolare tra i disoccupati. Non è esagerato dire che la scelta più comune nella classe lavoratrice e tra la popolazione povera (che include milioni di pensionati) sarà quella dell’astensione:

A questo proposito appare interessante quantificare la quota di elettori indecisi e astensionisti e descriverne il profilo socio-demografico. Attualmente i primi rappresentano il 10,1% dell’intero elettorato e l’indecisione è più presente tra le donne (11,2%), tra i più giovani (13,6%), tra i laureati (12,7%) e i diplomati (11,6%), tra gli studenti (22,7%) e tra le persone di condizioni economiche medio alte (12,1%). L’astensione è oggi stimata al 33,4%: se venisse confermata, si tratterebbe del valore più elevato nell’Italia repubblicana in una consultazione legislativa, in aumento di oltre 6% rispetto al dato delle elezioni del 2018, quando l’affluenza fu pari al 72,9%. L’astensionismo ha motivazioni diverse, riconducibili all’età (connessa spesso alle condizione di salute), al livello di istruzione, alle condizioni economiche e occupazionali, alla zona di residenza e al rapporto con la politica: infatti, la diserzione delle urne risulta più diffusa tra le persone meno giovani (40,3%), nelle regioni del centro sud (36%) e in quelle del sud e isole (39,2%), tra i cittadini con licenza elementare o media (42,1%), tra coloro che vivono in condizioni economiche basse (47,3%) o medio basse (40,8%), tra i disoccupati (48,5), le casalinghe (38,4%) e i pensionati (39,6%) e, considerando le persone che hanno un’occupazione, tra gli artigiani e i commercianti (33,6%). Ma il picco più elevato (70%) si registra tra i cittadini che non si riconoscono nell’asse destra-sinistra e rivendicano una distanza dalla politica, da cui non si sentono rappresentati.

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Gli ultimi dati, elaborati da Ipsos per il Corriere della Sera, prima del silenzio pre-elezioni dei sondaggi.

Il carattere palesemente antidemocratico di queste elezioni contribuisce senz’altro a questi numeri. L’indizione a stretto giro durante l’estate, con una campagna elettorale monca e una difficoltà ancora più grande a presentarsi per chi non dispone di parlamentari di riferimento; la fedeltà di fondo condivisa da quasi tutti gli schieramenti verso l’UE e la NATO e in generale i “poteri forti”; il sentimento anti-democratico rafforzato dal referendum sul parlamento del 2020; gli annunci precoci di più capi politici che si vorrà seguire a ogni costo l’agenda Draghi e, possibilmente, richiamarlo al governo: tutto questo non fa che spingere milioni di persone non soltanto a disertare le elezioni, ma a sviluppare un senso di cinismo politico-sociale che alla lunga le rende passive e scettiche rispetto qualsiasi percorso di organizzazione politica e democratica. 

Un tratto “antropologico” che sicuramente indebolisce di molto l’egemonia della classe dominante sulla società ma che, finché si contraddistingue per la passività, non crea grandi difficoltà ai “poteri forti”, anzi, permette loro di sviluppare regimi politici sempre più autoritari, e di contare su una burocrazia nelle organizzazioni di massa, a partire dai sindacati, sempre meno controllabile dalle proprie basi.

 

Una legge elettorale profondamente antidemocratica

La legge in vigore per le elezioni del 25 settembre è la legge Rosato (da Ettore Rosato, deputato del PD e poi di Italia Viva) n.165 del 3 novembre 2017, promossa al tempo congiuntamente dal Partito Democratico e dalla Lega (a proposito della “crociata” del PD contro la destra “fascista”!), nota come Rosatellum. È la stessa legge che ha regolato le elezioni del 2018 ed è stata “aggiustata” sul piano tecnico tenendo conto del referendum reazionario sul taglio dei parlamentari promosso dal M5S, che ha portato il Parlamento ad essere composto di 400 deputati e 200 senatori.

Essa prevede l’elezione del 37% dei parlamentari col criterio maggioritario, con collegi uninominali, e del resto (a parte un 2% di eletti all’estero) con liste in collegi locali plurinominali e metodo proporzionale; in entrambi casi, le soglie di sbarramento (3% nazionale per liste singole e 10% per le coalizione, con calcolo valido solo per le liste di coalizione che raccolgono almeno l’1% nazionale) fanno sì che i voti di centinaia di migliaia di persone saranno del tutto esclusi dal calcolo. Ad esempio, una lista singola che in modo uniforme prendesse l’1% su scala nazionale, cioè circa 300.000 voti (tenendo conto di un’astensione del 30% o più, com’è probabile), non sarebbe minimamente rappresentata, mentre in proporzione dovrebbe esprimere 4 deputati e 2 senatori. Se pensate che questa esclusione può avvenire per diverse liste, stiamo parlando potenzialmente di milioni di voti che semplicemente vengono negati e spartiti tra le liste “vincitrici”.

Una legge che, con un puntello approvato all’ultimo minuto prima dello scioglimento delle camere lo scorso luglio, dà la possibilità di candidarsi in tutti i collegi a tutte le forze politiche che abbiano già un proprio gruppo parlamentare senza dover raccogliere decine di migliaia di firme in poche settimane con un sistema di controllo burocratico, come è previsto per tutte le altre candidature. La ciliegina sulla torta di una legge che, palesemente, non rispetta nemmeno i criteri della Costituzione.

 

La truffa “democratica” delle elezioni: per una politica operaia e a sinistra sul terreno democratico

Una legge del genere è l’ennesimo caso pratico che conferma come le elezioni parlamentari dello Stato borghese non servano ad applicare quanto più possibile la democrazia, ma offrire dei momenti rarefatti di “sfogo” politico di massa; di selezione di personale politico da imbrigliare, cooptare, corrompere; di aggiustamento della lotta tra partiti al fine di dare forme di governo “accettabili”… dalla classe dominante.

Ignorare questi fenomeni, e in generale lo Stato, oppure limitarsi a fare pressione su di esso “dal basso” non sono strategie in grado di indicarci concretamente quale dovrebbe essere il fine, la “vittoria” per le nostre lotte, né tanto meno di immaginare la via per raggiungerlo. Per questo è fondamentale pensare e sviluppare la lotta per tutte le rivendicazioni che possano espandere le pratiche democratiche, l’esercizio più libero e pieno possibile del dibattito pubblico e dell’attività politica. Non solo “dal basso” nella società civile e nelle organizzazioni operaie e popolari, a partire dai sindacati, ma anche “dall’alto”, come in parlamento.

Se pensiamo che la classe lavoratrice possa e debba essere “classe dirigente” – come hanno rivendicato a gran voce le decine di migliaia di persone coinvolte nelle mobilitazioni del movimento “Insorgiamo” -, allora sta a noi stimolare lo sviluppo e la discussione di rivendicazioni democratico-radicali nelle organizzazioni larghe e nei movimenti, e integrarle nei nostri programmi di lotta. Lottiamo oggi per potenziare gli aspetti democratici nella nostra società – Stato incluso – contro l’autoritarismo, contro le proposte presidenzialiste, contro le leggi liberticide, e contro la burocratizzazione e la repressione che rendono asfittici i nostri movimenti e le nostre organizzazioni.

Non possiamo nemmeno sognare una società superiore, con una democrazia superiore, basata effettivamente sulla partecipazione diffusa e sull’autogoverno, se gli attivisti anticapitalisti e della classe lavoratrice non sono i più radicali e battaglieri democratici!

 

Giacomo Turci

Nato a Cesena nel 1992. Ha studiato antropologia e geografia all'Università di Bologna. Direttore della Voce delle Lotte, risiede a Roma e milita nella Frazione Internazionalista Rivoluzionaria (FIR).