La lettura non è un’attitudine naturale dell’uomo, ma una sua invenzione, forse la più geniale, che nasce circa 6000 anni fa in Mesopotamia, con la scrittura cuneiforme dei Sumeri. L’evoluzione di Homo sapiens, come quella delle altre specie animali, è un fenomeno molto complesso che agisce su scale temporali delle centinaia di migliaia di anni. Possiamo affermare quindi che “non siamo fatti per leggere”, ma la versatilità della nostra specie ci permette di adottare dei comportamenti non propriamente biologici. Comportamenti e capacità conquistate col progressivo sviluppo culturale, come la lettura, non dipendono strettamente dal nostro corredo genetico quanto piuttosto dalla plasticità tipica dei nostri circuiti neuronali, potrebbero rivelarsi conquiste fragili.

 

Nel tempo in cui viviamo, non è una novità, si legge sempre meno. L’ISTAT stima che il 42% delle persone di 6 anni e più (circa 24 milioni) abbia letto almeno un libro nei 12 mesi precedenti l’intervista per motivi non strettamente scolastici o professionali. Il 9,1% delle famiglie non ha alcun libro in casa, il 64,4% ne ha al massimo 100. La popolazione femminile ha maggiore confidenza con i libri: il 48,6% delle donne sono lettrici, contro il 35% dei maschi.

 

In termini assoluti, però, non è neppure vero che leggiamo meno, in quanto il numero di caratteri codificati dai nostri cervelli è addirittura cresciuto nel tempo. La qualità di ciò che leggiamo, però, il modo in cui leggiamo e l’attenzione che poniamo nella lettura, sono in continuo declino. L’era digitale dei social, della messaggistica istantanea, della multimedialità, dell’informazione sempre a portata di mano, ci sta però distaccando sempre più dalla capacità di analizzare le cose che leggiamo con cognizione di causa.

 

Quello di cui siamo sempre più incapaci, sovrastati dalla massa delle informazioni da internet e distratti da mille stimoli digitali, è trovare la calma e la forza, o meglio la “pazienza cognitiva”, per affrontare letture lunghe e lente, capaci di risuonare dentro di noi, di aprire mondi sconosciuti e trasformarsi in riflessione, conoscenza e saggezza.

 

Vittime del cosiddetto “Google effect”, abbiamo acquisito, più o meno inconsciamente, la presunzione di avere sempre e ovunque l’informazione che ci serve senza neanche doverci sforzare di ricordarla. E, mentre i manager della Silicon Valley cercano per i loro figli scuole technology free, in tante famiglie il tablet o il telefono sono diventati il nuovo ciuccio, o il sostituto della baby sitter.

 

«Il cervello che legge è intrinsecamente malleabile ed è influenzato da fattori chiave: ciò che legge, cioè il sistema di scrittura e il contenuto; come legge, cioè il mezzo, testo stampato o schermo digitale; e come si forma, cioè come impara a leggere… Quando siamo davvero immersi in quello che leggiamo, attiviamo una serie di processi che coinvolgono tutto il cervello», spiega Maryanne Wolf, una delle più influenti studiose della lettura, neuroscienziata cognitiva che insegna alla University of California a Los Angeles.

 

Maryanne Wolf è una scienziata che da anni studia i processi celebrali alla base della lettura, le relazioni tra fluidità di lettura, comprensione di un testo e il trattamento di problemi come la dislessia. Più recentemente si sta interessando a come e quanto i fattori sociali influenzano le capacità di lettura e quindi di apprendimento, soprattutto nelle fasi precoci dello sviluppo.

 

Lo studio pubblicato lo scorso ottobre da Maryanne Wolf e i suoi collaboratori (O. Palchik, E. S. Norton, Y. Wang, M. Wolf, et al., 2018. The relationship between socioeconomic status and white matter microstructure in pre-reading children: A longitudinal investigation), si è posto di indagare la relazione tra lo sviluppo di abilità di lettura e apprendimento in età infantile e lo status socioeconomico (SES) delle famiglie di provenienza. Lo studio ha preso in esame un campione di 125 bambini con diverso SES e le rispettive aree cerebrali associate alla lettura. Sono state osservate associazioni significative tra SES e prestazioni relative alla lettura nella scuola materna ed elementare. Tutte le abilità di pre-alfabetizzazione esaminate, erano associate all’educazione genitoriale.

Ciò è coerente con scoperte precedenti secondo cui SES familiare è correlato alla variazione della microstruttura della materia bianca e delle capacità di lettura, indipendentemente dall’alfabetizzazione domestica (Vandermosten et al., 2015). Esistono numerosi meccanismi candidati che potrebbero spiegare l’associazione tra status socioeconomico e neurosviluppo.

 

Questo tipo di ricerche in campo neurologico, dunque, dovrebbero farci riflettere su quanto sono a rischio le nuove generazioni, che sempre più precocemente si ritrovano immerse in un mondo tecnologico in cui, tra milioni di pop-up, diventa sempre più difficile saper discriminare ed attribuire differenti significati ed importanze agli input che si ricevono.

 

La Wolf, come esperta di sviluppo cognitivo dei bambini, consiglia: «Fino a due anni i bambini non dovrebbero avere in mano schermi digitali. Che possono essere introdotti più tardi, in dosi crescenti secondo l’età. Ma i ragazzi dovrebbero comunque imparare la lettura sui libri. E gli insegnanti dovrebbero essere formati su come usare la tecnologia in classe», ma purtroppo questo potrebbe non bastare a garantire lo sviluppo di menti curiose, critiche e attive nell’introspezione quanto nell’osservazione del mondo esterno. Servirebbe non fermarsi alle apparenze, non abbandonarsi ai bombardamenti che ogni giorno i nostri occhi e le nostre orecchie subiscono.

 

Questo però difficilmente si apprende autonomamente. Abbiamo tutti bisogno, almeno negli anni dedicati all’istruzione, che ci istruisca, per l’appunto, su questioni che non siano prettamente nozionistiche. Abbiamo bisogno di un insegnante, di un maestro, che sappia insegnare noi come tradurre, come dare un senso e una direzione a quegli impulsi e a quelle emozioni che soprattutto in età giovanile non riusciamo a spiegarci. Per riuscire ad affrontare le proprie crisi senza mistificarle, ma riportandole su un piano razionale e ricondurle a una visione il più oggettiva possibile della realtà che ci circonda.

 

Alla base di questo, ovviamente, ci sono dei requisiti necessari allo sviluppo di una mente sana e questi partono proprio dallo stato socioeconomico di una famiglia, che ha, inevitabilmente, ripercussioni di tipo ontologico sulla formazione di un nuovo individuo. Tali ripercussioni sono determinanti nello sviluppo delle abilità cognitive, quindi fondamentali per la formazione di una persona sana, intelligente e che sappia costruirsi da sé.

 

Già ora, dice Wolf, siamo a un passo dal non riuscire più a riconoscere la bellezza del linguaggio degli scrittori difficili e dalla rimozione di pensieri complessi, che non si adattano alla restrizione del numero di caratteri usati per trasmetterli. Ma il peggio forse non è neppure questo. «La cosa più tremenda è che non abbiamo più tempo per riflettere sul valore di verità di quello che leggiamo. Leggiamo le cose comode, che si conformano a quello che già pensiamo, che rinforzano, invece di sfidare, le nostre prospettive. Alla fine, diamo retta a chi ci dice quello che vogliamo sentire».

Forse, siamo troppo impegnati nel diffondere notizie o “scoperte” di dubbia provenienza e validità scientifica, o troppo presi dallo scrollo su instagram, per alzare la testa e rendercene conto.

 

Per non confondere cause ed effetti, è importante tenere a mente esempi come quello dell’ultimo studio della professoressa Wolf e non scadere in pregiudizi che ci facciano trovare le risposte in cause apparenti. Basti pensare quanto le discriminazioni razziali possano poggiare, per alcuni, su basi apparentemente imposte dalla natura (purtroppo sono in tanti a credere che gli immigrati abbiano un QI minore perché appartengono ad una razza inferiore), ma in realtà determinate da fattori sociali a loro volta determinati dalla struttura politico-economica vigente.

Oggi è ridicolo pensare che, in una civiltà come la nostra, il progresso tecnologico sia inversamente proporzionale al numero di iscrizioni annue nelle università. Fenomeno meno stupefacente se si pensa a quanti insegnanti sono in possesso di competenze in psicologia dello sviluppo, e quanti invece gli psicologi al servizio del marketing, in ambito pubblicitario o in aziende che sviluppano software e app. Stesse app che poi finiscono sugli smartphone dei ragazzi che al mattino, nelle classi, non sentono neanche più il pugno del prof che insiste sulla cattedra.

 

E il nostro governo, il governo del terzo millennio che a sua volta sembra dipendere strettamente dai social, si prende cura dei suoi giovani e della delicata fase adolescenziale a suon di alternanza scuola lavoro. Mandandoli a lavorare gratis nei Mcdonald, a fare da assistenti nei centri anziani, o al meglio facendogli mettere in scena convegni internazionali in cui impersonano le stesse figure che gli stanno bruciando il futuro. Rendendo i loro professori sempre più precari, continuando la politica della forbice per pagare gli interessi su un debito che non smetterà mai di crescere, dovrebbe sembrare ovvio che la formazione di menti con una coscienza lucida e critica non è proprio all’ordine del giorno in parlamento.

 

Bierre