La spazialità del ciclo del capitale è un aspetto spesso rimosso o considerato in modo superficiale persino nelle analisi di richiamo marxista. Ma la geografia è un aspetto fondamentale per analizzare le varie fasi del capitalismo.


Nella prefazione al libro di Juan Dal Maso “Il marxismo di Gramsci”, Fabio Frosini pone l’accento su un aspetto delle relazioni sociali che viene spesso sottovalutato o peggio ancora ignorato: i loro connotati geografici. Anche nelle analisi marxiste più raffinate il punto viene evocato, al massimo descritto, ma molto raramente indagato come elemento strutturale necessario alla produzione e riproduzione capitalista. La geografia – o lo spazio in modo più generale – entra negli studi di classe principalmente in relazione a una specifica fase storica e secondo una limitata declinazione. Si parla principalmente di relazione con il territorio nelle lotte operaie degli anni Settanta in Italia e lo si fa prendendo atto che gli operai nelle fabbriche non rivendicavano solamente condizioni di vita diverse sui luoghi di lavoro, ma anche negli ambiti della vita quotidiana: nei quartieri e nelle case. È il momento nel quale in molte città le lotte operaie vanno di pari passo con quelle per l’abitazione. In questo senso le condizioni spaziali sono prese in considerazione soprattutto come fattore soggettivo, come rivendicazione appunto.

Ma se la relazione classe lavoratrice/territorio esiste, non esiste solamente questo. La geografia è determinante anche nelle condizioni oggettive che caratterizzano le varie fasi del capitalismo e non solo. Se assumiamo una prospettiva storica e osserviamo lo sviluppo dei modelli produttivi e distributivi degli ultimi sessant’anni, ci accorgiamo come ad ogni fase capitalista corrisponda una peculiare forma di distribuzione della forza lavoro all’interno delle città e sul territorio nazionale. Queste distribuzioni specifiche oltre a permettere la riproduzione del paradigma economico, condizionano i modi di soggettivazione della classe. Detto in altre parole, il modo in cui la forza lavoro è distribuita nello spazio consente o impedisce alcune dinamiche attraverso cui la classe si soggettiva e, al tempo stesso, le lotte che essa è in grado di mettere in campo. Indagare, dunque, la geografia specifica dei modelli industriali è cruciale non solamente per interpretare processi storici, ma anche per immaginare quali percorsi politici si possono dare e si danno nella fase attuale, caratterizzata da un economia digitale. Proviamo a spiegarci meglio.

Nel modello fordista la classe operaia impegnata nella produzione si trovava concentrata là dove erano concentrate le fabbriche: nei grandi centri urbani. Nel territorio italiano, caratterizzato dalla preponderanza di industrie manifatturiere, questa tendenza appare evidente se pensiamo al quadrante nord-ovest della penisola. La produzione e il consumo di massa poneva l’esigenza di avere un grande numero di manodopera facilmente reperibile in tempi rapidi, quindi in luoghi prossimi a quelli delle industrie. Una manodopera caratterizzata da una media specializzazione, in grado di sapere usare macchinari più o meno complessi. La produzione di massa era una produzione largamente fatta dagli operai e per gli operai. Il luogo della produzione ero lo stesso del consumo. Tutto era accentrato nelle città che erano così tre cose insieme: gli agglomerati della produzione, gli spazi di vita della classe operaia e anche il mercato nel quale circolavano le merci prodotte e consumate dalla classe operaia.

I processi di de-industrializzazione di fine anni Settanta e l’inizio di una fase post-fordista hanno cambiato in modo graduale, ma progressivo, il volto degli spazi urbani e di chi li abitava. La città post-industriale (o post-fordista, a seconda di quale letteratura si abbia come riferimento) è una città molto diversa da quella che si sviluppava attorno e in funzione della fabbrica manifatturiera. Questa trasformazione è talmente decisiva da determinare il collasso della centralità di alcuni centri urbani che fino a poco prima avevano rappresentato il cuore pulsante delle relazioni economiche mondiali. Un esempio è rappresentato senz’altro dalla parabola di Detroit. Alla produzione in serie di massa e al consumo indifferenziato subentra una nuova organizzazione, più capillare e differenziata che mira a intercettare consumatori diversi attraverso beni vasti e variegati.

Proliferano industrie marginali o impensabili fino a pochi anni prima: l’industria della cultura, del divertimento, della formazione. In questo senso il post-fordismo può essere definitivo lo stato embrionale di quello che oggi chiamiamo “profiling”. Questa nuova organizzazione industriale non ha solamente determinato nuovi equilibri internazionali facendo entrare in scena nuovi paesi e facendone uscire degli altri, ma ha anche comportato una nuova geografia all’interno dei confini statali.

Con il passaggio a una produzione più specializzata il beneficio di avere industrie localizzate nello stesso luogo del consumo e della forza lavoro viene meno. Né dal lato della produzione, né da quello del consumo era più necessario che gli operai si trovassero nei centri urbani: non era più la manodopera omogenea e mediamente specializzata che serviva maggiormente nei nuovi settori produttivi, così come non era più (non prevalentemente) la classe operaia la destinataria dei beni prodotti. Assistiamo dunque alla delocalizzazione delle maggiori produzioni non solo in paesi diversi, ma anche in aree diverse della stessa regione o quadrante. Non più nel cuore dei centri urbani, ma piuttosto nelle aree più periferiche e in quelle rurali. In modo progressivo cambia anche la tipologia di forza lavoro presente in città. Una città – vale la pena ricordarlo – che si sta progressivamente terziarizzando. Molti teorici – anche non marxisti – hanno riconosciuto il ruolo preponderante della nuova distribuzione della forza lavoro per comprendere le dinamiche socio-economiche della fase di passaggio che ha poi permesso la consolidazione del neo-liberismo.

Questa tendenza è ben visibile in Italia, dove il settore industriale, come effetto della riproduzione di uno sviluppo diseguale che ha accompagnato l’intera storia unitaria del paese, si trova largamente concentrato nelle regioni del nord. Per quanto infatti tra Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna viva il 32 percento circa della popolazione italiana, il 55 percento dell’intera produzione manifatturiera si concentra qui. Se vi aggiungiamo anche Piemonte e Toscana saliamo ad oltre il 72 percento. In maniera ancora più disomogenea, anche le imprese grandi (quelle con oltre 250 dipendenti) mostrano una specifica connotazione geografica. Nel 2018, vi erano 1305 imprese grandi nel settore industriale in senso stretto in Italia. Ben 798 di queste (il 61 percento del totale) si concentravano tra Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Con il Piemonte, il dato sale a 950, ovvero quasi i tre-quarti del totale. Al polo opposto, vi era una sola industria grande in tutta la Calabria, quattro in Sardegna e otto in Sicilia.

Fino a qua, niente di particolarmente nuovo. I dati mostrano però anche una seconda importante linea di frattura, quella tra città medie e grandi, da un lato, e città di provincia, dall’altro. In maniera sorprendente, sono però le seconde a fare la parte del leone per quanto riguarda la presenza di aziende grandi, mostrandoci come si sia trasformata la geografia industriale italiana negli ultimi decenni. Se prendiamo in considerazione il numero di aziende manifatturiere grandi in rapporto alla popolazione di una provincia, ai primi dieci posti troviamo nell’ordine: Vicenza, Reggio Emilia, Modena, Mantova, Biella, Parma, Belluno, Bergamo e Pordenone. In altri termini, nessuna delle dieci città italiane più popolose – Roma, Milano, Napoli, Torino e così via – insiste su una provincia dove si concentra il numero maggiore di aziende manifatturiere grandi in relazione alla popolazione residente. Questo rappresenta certamente un cambiamento profondo rispetto al passato e che aiuta a comprendere la trasformazione della città fordista in quella che Lever – e con lui molti altri – ha chiamato “la città duale”, ovvero una città caratterizzata da una forte polarizzazione. Una polarizzazione che riguarda anche le condizioni dei lavoratori che nel fordismo sarebbero invece stati simili.

I centri urbani iniziano ad essere vissuti e attraversati da una forza-lavoro dove prolifera da una parte un settore scarsamente qualificato e retribuito, terziarizzato, dove si concentrano donne e settori di immigrazione; dall’altra, una forza lavoro specializzata, con dimestichezza tecnologica, progressivamente impegnata nel settore terziario e dei servizi, con salari più alti, in prevalenza bianca e maschile. Le zone periferiche e rurali sono invece caratterizzate dalla presenza di forza lavoro stagionale – che deve essere pronta e disponibile durante i picchi produttivi, proprio lì dove hanno sede le nuove fabbriche – scarsamente specializzata, con la massima concentrazione di immigrati, se possibile, impiegabile a domicilio per alcune mansioni, in modo da scaricare i costi aziendali sui lavoratori a cottimo.

Dunque, la nuova disposizione spaziale della classe lavoratrice nel periodo post-fordista tende a creare una distanza geografica tra il mondo operaio – sempre più rurale e concentrato in provincia – ed i gruppi politici, che mantengono invece una natura decisamente urbana. Questo secondo aspetto si realizza per due ragioni principali. Da un lato, vi è una presenza disproporzionale di quadri e attivisti politici che provengono da settori di classe media cittadina. Dall’altro, l’ubicazione delle università nei principali centri urbani di un paese funge da catalizzatore per presenti e futuri militanti. Nel periodo fordista, con le fabbriche alle porte della città, vi era una certa continuità spaziale tra gruppi politici e grandi concentrazioni operaie. Gli esempi dei quartieri di Mirafiori a Torino e Vyborg a San Pietroburgo vengono in mente al riguardo. Con la post-industrializzazione invece esiste una maggiore discontinuità geografica tra le grandi imprese e i militanti politici.

Questo, assieme ovviamente a molti altri fattori, ha spinto un numero rilevante di attivisti su un versante ‘culturalista’, mentre lascia gli operai orfani dell’apporto politico e sindacale dei settori militanti. L’allargamento significativo di settori con notevoli competenze tecniche ed intellettuali nella classe lavoratrice, frutto della proletarizzazione della piccola borghesia e di ceti medi un tempo molto più differenziati dai “comuni lavoratori” per condizioni di lavoro e di vita, di per sé non colma spontaneamente questo gap, anche se oggettivamente semplifica il problema del reperimento di competenze che storicamente il socialismo e il movimento operaio hanno operato per arricchire la propria schiera di quadri politici.

Il risultato, per ora, è una sinistra senza classe e una classe senza sinistra.

E cosa succede oggi? Le dinamiche globali e digitali che caratterizzano l’economia gig e di piattaforma potrebbero farci pensare che la distribuzione geografica, il rapporto con il territorio, non sia più così cruciale. Fermarci a questa considerazione però non sarebbe solo parziale, ma anche scorretto. Il ruolo dirimente della logistica in questa fase storica ribadisce la centralità della prossimità geografica. Per tutte le merci che circolano esistono magazzini che le trattengono, grandi centri che ne organizzano le traiettorie. La finanza può anche essere immateriale, ma non sono immateriali gli uffici dei finanzieri, le sedi delle banche. E questi condividono territori e spazi, nei centri delle città, nelle sedi istituzionali. In conclusione: la geografia conta oggi come ieri e, oggi come ieri, apre alcune possibilità di organizzazione collettiva e ne impedisce altre. E sulle modalità specifiche di questa fase storica forse non ci siamo ancora interrogati abbastanza.

Carlotta Caciagli, Gianni Del Panta