Angela Nagle e gli altri riformisti americani si sbagliano. La “posizione di sinistra” contro le frontiere aperte ignora l’imperialismo e si basa sulla falsa premessa che i capitalisti vogliano aprire le frontiere.


Abbasso la spada di Damocle della deportazione! Questa è la prima condizione perché gli stranieri non siano predestinati a comprimere i salari e spezzare gli scioperi”

Karl Liebknecht

 

Da diverse settimane1, politici da entrambi gli schieramenti2 si sono affannati nel rispondere alla mobilitazione di massa rappresentata dalle migliaia di emigranti3 del Centroamerica, che hanno marciato verso il confine Messico-USA alla ricerca di un rifugio dalla violenza e dalla povertà del loro paese. Il presidente Trump, in una tipica dimostrazione spropositata di forza, ha mandato più di 5.000 soldati al confine contro la “minaccia” di questi emigranti, e giusto questa settimana la polizia ha utilizzato i lacrimogeni contro donne e bambini. Intanto, il Democratic Party, sotto la leadership di Nancy Pelosi, forse percependo che Trump potrebbe galvanizzare la propria base per le elezioni di midterm assecondando il nazionalismo xenofobo ridestato dalla carovana, ha largamente ignorato il fenomeno e voltato le spalle alla sofferenza di questi emigranti, al fine di rivolgere invece l’attenzione pubblica sulle più pressanti questioni, o presunte tali, della sanità ed altre questioni interne.

In opposizione alla xenofobia ed alla feroce impassibilità dell’establishment politico, la risposta da parte di lavoratori, di sindacalisti così come di ampie frazioni della sinistra statunitense è stata una chiamata a raccolta in supporto della carovana emigrante, per “aprire la frontiera” e “lasciarli tutti entrare”. Questa dimostrazione di supporto senza precedenti è stata spesso accompagnata da una critica senza compromessi del concetto stesso di confine nazionale militarizzato e dall’asserzione del diritto fondamentale di ognuno di emigrare liberamente da uno stato all’altro. Ma non tutti nella cosiddetta sinistra sono d’accordo, e giusto la scorsa settimana, neanche a farlo apposta Angela Nagle, autrice di “Kill All Normies”, ha lanciato non meno che una granata sul dibattito sull’immigrazione. Il suo articolo, “La posizione di sinistra contro i confini aperti”, pubblicato sul giornale di destra, pro-Trump American Affairs, sostiene che i “confini aperti” siano sempre stati una rivendicazione del grande capitale. Nagle sostiene che la chiamata a raccolta da sinistra per “aprire le frontiere” sia basata su di un astratta “moralità”; su buoni e nobili principi probabilmente, ma errati. Inoltre, chiudere i confini sarebbe vantaggioso per i lavoratori. “Non si può ignorare il fatto che il potere dei sindacati poggi per definizione sulla loro capacità di ritirare e contenere l’offerta di lavoro”, scrive, “il che diviene impossibile se tutta una forza lavoro può essere sostituita facilmente e senza costi. L’apertura dei confini e l’immigrazione di massa sono una vittoria per i padroni”. Invece che aprire le frontiere, Nagle propone la difesa degli emigranti dagli abusi e di supportare ciò che lei chiama “una sinistra nazionale nelle piccole nazioni in via di sviluppo – agendo in concerto con una sinistra che lotti per porre fine alla finanziarizzazione e allo sfruttamento globale del lavoro nelle economie più forti”.

Sebbene Nagle sembri parlare nell’interesse dei lavoratori, ha torto marcio riguardo l’apertura dei confini: questa non avvantaggia il capitalismo e non danneggia la classe lavoratrice. Sfortunatamente, lei non è l’unica nell’ampio spettro della sinistra a proporre questo argomento; Bernie Sanders ha fatto dichiarazioni analoghe, sostenendo com’è noto con Ezra Klein che i confini aperti siano una “proposta dei fratelli Koch”. In risposta a questi numerosi e volontari equivoci e bufale, è opportuno riaffermare che i socialisti appoggiano ed hanno sempre appoggiato l’apertura dei confini, non per un qualsivoglia imperativo morale (sebbene un simile imperativo certamente esista), ma come via per unire la classe lavoratrice nella lotta contro l’imperialismo.

 

Mettere al centro l’imperialismo

Mentre l’articolo di Nagle esamina in dettaglio la relazione tra l’immigrazione e le politiche economiche neoliberiste come il North American Free Trade Agreement (NAFTA), che ha devastato l’economia messicana, le conclusioni che ne trae sono alterate dalla sua propria analisi economica liberal, che vede gli emigranti come agenti individuali alla ricerca del massimo salario, e l’immigrazione più in generale come un gioco a somma zero, in cui i lavoratori competono l’uno contro l’altro e gli stati vincono o perdono. Il fatto è che molti emigranti preferirebbero restare in patria se potessero, e la grande maggioranza fugge da circostanze create direttamente dalla politica imperialistica su scala globale volta al profitto – i cui effetti non scompaiono semplicemente quando i confini sono chiusi, o quand’essi del resto fossero aperti. Il capitale, con l’aiuto di queste politiche imperialiste, ha sempre illimitata libertà di movimento; limitare il movimento del lavoro rende solamente prigionieri i lavoratori e vulnerabili ad ulteriore sfruttamento.

Tuttavia è dall’incapacità di Nagle nel fare i conti con la potenza e la persistenza dell’imperialismo che deriva la maggiore debolezza del suo argomento. L’immigrazione massiva di milioni di uomini verso i centri imperialisti del globo è uno dei più pressanti problemi strutturali del sistema imperialistico mondiale, in particolare dopo la crisi economica del 2008. In Europa, per esempio, in migliaia sono fuggiti dai paesi devastati dalle guerre imperialiste. Molti di costoro sono annegati nel Mediterraneo, mentre altri sono ancora fermi nei campi profughi, nell’attesa di essere rimandati nei paesi nativi. Nelle Americhe, il flusso migratorio dal Centroamerica agli USA è il prodotto diretto degli interventi economici e militari statunitensi lungo entrambi i continenti4. Il Messico e l’America centrale, infatti, sono totalmente subordinate al loro vicino del nord nelle questioni economiche, politiche e della sicurezza. La liberalizzazione commerciale e gli accordi di libero mercato degli anni ’90 hanno avuto effetti devastanti sui popoli di queste regioni, producendo corruzione politica, violenza di massa, femminicidio e guerre tra gang, per non parlare dei livelli generali di povertà e della povertà estrema che sono in aumento da anni. Nel frattempo le classi lavoratrici di questi Stati ed in particolare i più giovani sono stati costretti a campare di salari più magri per accontentare la fame di profitto delle multinazionali. L’alternativa a cui molti si volgono è unirsi alle maras, i cartelli organizzati della droga.

Durante gli ultimi trent’anni la cosiddetta guerra alla droga è stata imposta al Messico ed all’America centrale al fine di controllare i cartelli, i quali riforniscono di droga innanzitutto i consumatori negli Stati Uniti. Questa guerra ha portato ad un conflitto sanguinoso basato sulla militarizzazione della regione, per mano degli eserciti locali monitorati, addestrati ed armati dagli Stati Uniti. Questi eserciti locali sono, per parte loro, partners del crimine organizzato, dal rapporto con cui traggono immensi profitti. Sebbene l’intelligence statunitense affermi di “combattere i narcos”, in realtà gli Stati Uniti fanno accordi con gli stessi narcos che dicono di combattere; ciò fu lampante con i traffici segreti di cocaina dei Contras negli anni ’80. Le multinazionali USA delle armi hanno fatto milioni con questa guerra, inondando la regione di fucili. Nel mezzo, stanno i poveri e la classe lavoratrice. Tralasciare che l’emigrazione di oggi è connessa alle circostanze brutali dell’oppressione imperialista è tralasciare il fatto che la lotta per i diritti degli emigranti è una lotta anti-imperialista.

Contemporaneamente alla lotta che la sinistra deve condurre contro le politiche imperialistiche sul terreno economico e militare, decenni di imperialismo fanno delle emigrazioni una certezza. È completamente utopico pensare che gli Stati Uniti avrebbero alcun interesse nel migliorare le condizioni di vita o di aumentare i salari dei lavoratori nel Sud e Centroamerica al punto che l’immigrazione non si verificherebbe più. Le leggi restrittive sull’immigrazione non fermeranno l’immigrazione; la renderanno solo più pericolosa. Similmente, tali leggi non cesseranno lo sfruttamento del capitale sui lavoratori immigrati ma renderanno questi ultimi semplicemente ancora più precari e sfruttabili.

 

I capitalisti traggono profitto dai confini

La competizione libera, senza restrizioni nel mercato del lavoro è essenziale al profitto capitalistico. L’impulso a spingere i salari verso il basso attraverso la competizione tra lavoratori è un meccanismo iscritto nella logica del capitale, come Marx ha mostrato. È dunque assurdo che Nagle citi Marx nella sua argomentazione “da sinistra” contro le frontiere aperte, dato che Marx avanza esattamente l’argomento opposto. Come afferma Marx, nella citazione di Nagle, “Questo antagonismo [tra la classe lavoratrice locale e straniera] è tenuto in vita artificialmente ed intensificato dalla stampa, dal pulpito, dalla satira, in breve, da tutti i mezzi di cui le classi dominanti dispongono. Questo antagonismo è il segreto dell’impotenza della classe operaia inglese, nonostante la sua organizzazione. È il segreto tramite cui i capitalisti mantengono il proprio potere”.

In altre parole, come Marx ed i socialisti hanno sempre sostenuto, i confini sono essenziali al comando capitalista. Marx prosegue sostenendo la classe lavoratrice irlandese, la lotta contro l’intervento inglese in Irlanda, e per “una coalizione dei lavoratori tedeschi con i lavoratori irlandesi”. La risposta socialista è sempre stata l’unità della classe operaia attraverso i confini nazionali.

Il neoliberismo è stato molto efficace nel perfezionare i propri mezzi [allo scopo di dividere i lavoratori], depotenziando le leggi sul lavoro, tramite un processo di desindacalizzazione dei lavoratori, ed accentuando le divisioni tra i sindacalizzati e quelli che non lo sono, tra chi ha i documenti in regola ed i senza documenti, tra gli assunti in subappalto e quelli con contratto “normale”. In particolare, l’era neoliberista ed i suoi accordi di libero mercato ha espropriato milioni di indigeni della loro terra e creato un nuovo proletariato latinoamericano. Ha reso immensamente profittevole spostare le fabbriche nei paesi semicoloniali, dove quelli che un tempo erano buoni lavori sindacalizzati negli States sono diventati maquilas e lavoro a basso costo ipersfruttato nel Sud Globale.

La crisi economica globale del 2008 ha reso disoccupate milioni di persone. Questa situazione ha abbassato i salari per l’intera classe lavoratrice, usando i capitalisti queste divisioni entro la forza lavoro per estrarre più plusvalore dai lavoratori senza documenti e precari, mentre licenziavano i lavoratori sindacalizzati e con le paghe più alte.

I lavoratori che emigrano dai loro paesi d’origine alle metropoli imperialiste sono integrati nel mercato del lavoro come cittadini di seconda classe: senza diritti, senza benefit, senza nulla. Questo permette ai padroni, in primo luogo, di avere accesso a lavoro a basso costo e di rendere ai lavoratori troppo difficile e pericoloso organizzarsi. In secondo luogo questa forza lavoro a basso costo senza diritti comprime i salari della classe lavoratrice locale.

Non è vero dunque che i capitalisti vogliano l’apertura dei confini. Le leggi anti-immigrazione avanzate dalle borghesie imperialiste sono funzionali all’accrescimento di questa divisione e quindi dei loro profitti. Ecco perché la destra della classe dominante utilizza un discorso profondamente razzista che vuole indicare i lavoratori “illegali” (o senza documenti) come responsabili degli effetti della crisi economica e della disoccupazione di cui soffrono i lavoratori locali. Ecco anche perché Hillary Clinton propone leggi sull’immigrazione più dure in risposta a quella destra e perché Barack Obama è noto come “deportatore in capo”.

In questo senso, Nagle ruba gli argomenti alla campagna elettorale di Donald Trump, considerando come un dato di fatto che gli immigrati accrescano la precarietà del lavoro. Ma non è il flusso di lavoratori immigrati in sé che comprime i salari o produce disoccupazione per la classe lavoratrice locale. Sono precisamente le restrizioni sulla mobilità che permettono ai padroni di avere forza lavoro a basso costo senza diritti di cittadinanza. È precisamente lo status di “illegale” che comprime i salari, non un risultato necessario dell’immigrazione. L’argomento di Nagle, secondo cui la sinistra dovrebbe appoggiare la restrizione della mobilità della classe lavoratrice, sancisce implicitamente proprio il meccanismo tramite cui questi lavoratori sono forzati a vivere come cittadini di seconda categoria, a garanzia dei profitti dei capitalisti in un momento di crisi economica.

Qual è dunque una risposta socialista ad una simile situazione? Confrontandoci con la divisione delle file operaie tra lavoratori in regola e non in regola, occupati e disoccupati, una risposta di sinistra sarebbe rivendicare la riduzione dell’orario a parità di salario, una ridistribuzione dell’orario di lavoro tra tutti i lavoratori. Questa è una rivendicazione che è stata e può essere portata avanti dalla sinistra. Recentemente questa è stata al centro della campagna elettorale del Fronte di Sinistra e dei Lavoratori argentino (FIT) con l’obiettivo di rimuovere gli immensi carichi sulle spalle della classe operaia, posti nel nome della produttività capitalistica. Il Fronte ha vinto due seggi al Congresso, così come decine di seggi nei consigli locali e comunali.

La sinistra e la classe lavoratrice in America deve combattere per pieni diritti politici, economici e sociali per tutti i lavoratori senza documenti che lavorano in condizioni estremamente misere negli Stati Uniti. Mentre questo ha implicazioni “morali”, la ragione dell’appoggio ai confini aperti risiede negli interessi materiali della classe lavoratrice e nella necessità strategica di affrontare la destra. Così come i lavoratori del sindacato aiutano se stessi lottando per la sindacalizzazione dei non organizzati, così migliorare le condizioni di vita del settore immigrato del proletariato americano metterà la classe lavoratrice in una posizione migliore per imporre il suo programma, per far avanzare le sue condizioni e costruire il suo potere.

 

È utopista la lotta per i confini aperti?

La posizione di Nagle, come quella di altri riformisti che dicono di avere a cuore gli interessi dei lavoratori, ri-afferma solamente, così rafforzandola, la logica dello sfruttamento capitalistico. Come Sanders, il quale pure si oppone all’apertura dei confini, il suo collocamento “a sinistra” non costituisce una sfida al capitalismo od all’imperialismo.

Molti sostenitori di Sanders potrebbero sostenere che l’apertura dei confini, anche se ottima sulla carta, sia irrealistica ed utopica. Invece che lottare per essa, dicono, la sinistra dovrebbe concentrare le proprie forze su “obiettivi più realistici” come cacciare Trump nelle elezioni del 2020 ed eleggere un volto più progressista all’impero americano.

Questa strategia presenta vari problemi. Nessuna amministrazione democratica ha fermato la criminalizzazione, deportazione ed ipersfruttamento della classe lavoratrice senza documenti in USA. Nei fatti, alcune di queste, come l’amministrazione Obama, hanno deportato più di Trump ed anche non lesinato il gas al peperoncino ed i lacrimogeni al confine. Né Reagan né Bush hanno sostenuto l’apertura dei confini, come Nagle assurdamente afferma. Reagan per esempio diede l’amnistia per alcuni immigrati senza documenti ed allo stesso tempo aumentò i fondi per la “sicurezza” dei confini.

I capitalisti non apriranno le frontiere per bontà di cuore. E la ragione di ciò non risiede nella sua impossibilità o perché abbiano paura che il paese sia invaso dai criminali, o perché non abbiano le risorse per ricevere un afflusso di nuovi residenti. Non apriranno le frontiere perché esse sono un meccanismo efficiente per estrarre enormi quantità di plusvalore dalle classe lavoratrici locali ed immigrate. Non apriranno le frontiere perché non vogliono essere costretti ad affrontare le conseguenze delle brutali politiche imperialiste portate avanti dagli USA nel mondo.

Ancora, le frontiere aperte sono la sola rivendicazione che possa unire la classe lavoratrice americana, sia con sia senza documenti. È l’unica rivendicazione che possa unire la classe lavoratrice americana con i suoi fratelli e sorelle di classe nel mondo. Ed è una rivendicazione che nelle mani della classe lavoratrice può servire come parte di un programma di transizione che mette profondamente in questione lo Stato capitalista.

E le frontiere aperte non sono affatto una questione astratta. Ci sono migliaia di persone ai confini proprio adesso. Non possiamo attendere fino al 2020.

Difendere la libertà di movimento della carovana e l’immediata de-militarizzazione del confine meridionale è una misura elementare che dovrebbe unire la sinistra. Nell’elementare quadro della solidarietà con la carovana i socialisti hanno il dovere di dare una prospettiva di classe alla rivendicazione delle frontiere aperte. Abbiamo la responsabilità di comprendere la carovana come parte della lotta di classe e sia un’opportunità sia una necessità per un intervento volto a trasformare la solidarietà in lotta ed organizzazione. Proprio ora migliaia di fratelli e sorelle del Centroamerica sono alle porte degli Stati Uniti. Non aspetteranno fino al 2020. L’agenda della lotta di classe non è l’agenda di quelli che parlano dei lavoratori solo durante le campagne elettorali. La presenza della carovana alla frontiera è un invito all’azione. Dipende dalla sinistra socialista sviluppare la lotta di classe, radicalizzarla e dirigerla verso una sempre maggiore messa in questione del capitalismo in generale e dell’imperialismo in particolare.

 

Jimena Vergara, Luigi Morris

Traduzione di Federico Simoni da Left Voice

 

Note del traduttore

1 Si tenga conto che l’articolo di cui questa è la traduzione è uscito su Left Voice il 30/11/18.

2 Si intende, chiaramente, Democratici e Repubblicani, i principali schieramenti dello spettro politico borghese negli Stati Uniti.

3 Ho preferito la parola ‘emigranti’ a ‘migranti’, poiché, come ha sottolineato Pietro Basso, essa implica il riconoscimento di una “origine”, dunque della violenza delle cause “sradicanti” dell’emigrazione. Ciò scompare puntualmente e direi programmaticamente nel concetto opposto di “migrante”, proposto dal FMI nel contesto della teorizzazione della ‘circular migration’ (come riportato sempre dal prof. Basso): la migrazione senza aspettative (per chi emigra), i cui “rubinetti” siano aperti o chiusi a seconda della necessità delle imprese.

4 Non solo il Sud America, ma anche il Centro, che sono definiti appunto “Americhe”.