Nell’autunno del 2018 incominciai a lavorare per un’azienda affiliata (franchising) a Burger King, famoso marchio di hamburgheria secondo per notorietà solo a McDonald’s. Una mattina consegnai il curriculum direttamente nel punto vendita della mia provincia guarda caso a colui che sarebbe stato il mio probabile futuro direttore; il giorno dopo con mio grande stupore venni chiamato per fare un colloquio in giornata. Di lì a poco cominciai anche a fare la prova (tre giorni), dopo di che venni convocato prima dell’orario di inizio per ascoltare le direttive principali. In sintesi altro non si trattava se non di firmare un contratto, cosa per niente scontata in un posto di lavoro, con il rilascio di una copia – ci tengo a sottolineare anche questo in quanto in molti casi la furbata dei padroni è proprio non rilasciare copie. Fin qui quindi tutto regolare: contratto, rilascio di una copia, poi la divisa, ovviamente di seconda mano con scarpe che neanche vi descrivo e subito a cambiarsi per iniziare il turno.

Si trattava di un contratto part time, 24h settimanali (più possibili straordinari) a tempo parziale determinato inquadrato come addetto pluriserv jr, livello D1 del CCNL Turismo e Pubblici Eserc.Cisal con inizio dal 10/10/2018 e fine al 30/11/2018 e con possibili rinnovi. La retribuzione era di 6,7 € l’ora con maggiorazioni per eventuali straordinari, giorni festivi e ore notturne, in media da un minimo di 650 € fino ad un massimo di 870 € al mese netti.

Dopo essermi cambiato iniziai la prima giornata lavorativa all’interno del Burger King, dove per prima cosa bisognava lavarsi (con apposita procedura) le mani. L’igiene all’interno di questo tipo di attività commerciali è una delle cose più importanti e a cui bisogna stare attenti, anche perché all’incirca ogni 3–4 mesi passano i controlli sanitari, conosciuti anche come “rev”, e con tre inadempienze ritenute gravi quest’ultima ha il potere di far chiudere il locale. Come prima mansione mi misero sul border, la piastra dove si preparano i panini, come affiancamento alla manager.

Le varie figure professionali erano disposte secondo una precisa scala gerarchica. Il gradino più basso era costituito dagli operatori, come me ad esempio; poi c’erano i manager, responsabili di tutto quello che succede durante quel turno di lavoro, il direttore, che supervisionava il lavoro anche dei manager e stabiliva chi assumere o meno e il capoarea, che supervisionava anche il direttore e aveva un controllo territoriale più vasto. Sopra il capoarea vi sarebbero anche altri gradi, per intenderci si potrebbe dire che al vertice vi sia una sorta di megadirettore galattico come quello di Fantozzi che però nessun dipendente ha mai avuto l’occasione di vedere di persona. Io sono arrivato a conoscere il capoarea perché ogni tanto, come il direttore, faceva dei sopralluoghi nel locale. Il direttore infatti non era fisso ma si alternava tra i due punti vendita presenti in Italia di quell’azienda. E quando venivano lui o il capoarea si instillava fra i dipendenti un clima quasi di terrore; il capoarea era molto pignolo e ansioso, il direttore era di sicuro più conciliante come persona, ma bisognava stare attenti anche con lui: se un giorno era ben disposto e se entravi nelle sue grazie ti poteva promuovere ad una posizione più elevata, ma altre volte poteva sgridarti davanti a tutti anche per delle inezie, in barba alla simpatia che ostetava verso i simboli e le icone comunisti e della sinistra sessantottina. Un giorno arrivai al lavoro e lui mi aspettava davanti alla porta dell’ufficio per rimproverarmi solo perché qualche giorno prima avevo per sbaglio buttato via un po’ di latte per i gelati mentre aprivo la confezione. Mi spiegò che si trattava di politica aziendale, lui che guadagna 6000 € al mese mentre gli operatori a stento arrivano a 900 €. Non mi ci volle molto a capire che i suoi atteggiamenti e i suoi slogan progressisti come “siamo una famiglia” o “io senza di voi non sono nulla” erano solo ipocrisia. Come tutti i posti di lavoro anche quella era una specie di una corte: se ci entravi a far parte rimanevi lì, salivi di grado e venivi anche invitato alle uscite in amicizia; in caso contrario, come evidentemente successe a me, al momento del rinnovo cessava il rapporto lavorativo. Io ebbi due rinnovi, uno dopo il 30 novembre e l’altro dopo il 6 gennaio fino al 14 aprile, ultimo giorno di lavoro.

Purtroppo non era solo al direttore che bisognava fare attenzione. Alcuni manager, pur di mettersi in bella mostra con il direttore o comunque di far vedere che stavano facendo il loro lavoro, non esitavano a fotografare gli errori degli operatori per poi pubblicarli nel gruppo aziendale di WhatsApp. Non che ti dessero chissà quale punizione ma fu comunque umiliante e scocciante veder mettere a mo’ di processo pubblico i propri errori. È chiaro che questa modalità di segnalare gli errori altrui, più che favorire una sana e costruttiva cooperazione fra i dipendenti, crea una sorta di clima da “caccia alle streghe” contornato da ruffianeria e opportunismo della peggior specie.

Quando iniziai di nuovi eravamo in quattro me compreso, poi gli altri smisero tutti per scelta loro. Il lavoro mi piaceva perché comunque imparai anche qualcosa e sicuramente rispetto ad altri lavori sempre legati alla ristorazione non fu neanche pesantissimo. Nei primi mesi stetti molto in cucina a preparare panini, mettere la carne in cottura e gli snack nelle vasche di frittura quando finivano. Mi occupai anche molto dei lavaggi, la mansione forse più faticosa dal punto di vista fisico e ogni tanto mi mandarono anche a dare una pulita veloce della sala. Successivamente mi misero anche in cassa, la mansione più bella secondo me ma anche la più stressante dal punto di vista psicologico vista la clientela con cui si aveva a che fare. Alcuni clienti avanzavano delle richieste davvero esilaranti e noi ovviamente, schiavi delle assurde politiche aziendali, dovevamo cercare sempre di accontentarli a meno che non fossero in evidente contraddizione con tali politiche. All’inizio mi dicevano i manager quale lavoro fare, poi con il tempo imparai a recitare il canovaccio: chi stava in cassa puliva ogni tanto la sala, lavava i vassoi e di rado puliva più a fondo la sala; chi stava in cucina invece si occupava di fare i panini e i fritti, rifornire i freezer, lavare i contenitori vuoti e saltuariamente pulire a fondo le stanze sul retro o alcune parti della cucina. I singoli turni si inserivano in un arco di tempo che andava dalle 9;30 alle 23;00 (24:00 i sabati) e bisognava timbrare all’inizio e a alla fine. La chiusura era pesante perché prevedeva il lavaggio di tutti i pezzi di assemblaggio della cucina e la pulizia delle due sale, ma se si iniziava in tempo e non c’era tanta gente entro l’orario massimo prestabilito si poteva andare a casa. Inoltre in chiusura dopo l’orario di chiusura al pubblico, dato che il cibo cotto veniva buttato via ci veniva consentito di fermarci dieci minuti per fare dei panini e prendere qualche snack. Oltre a questi pasti serali erano consentiti anche un menù in ogni turno che durasse minimo 7 ore consecutive e qualche panino quando il direttore era benevolo diciamo o quando te lo consentivano i manager.

Il mancato rinnovo mi ha colto davvero alla sprovvista perché, a parte piccole discussioni con qualche responsabile, i rapporti lavorativi complessivi tra me e chi stava più in alto furono abbastanza amichevoli. Ma quel giorno una delle responsabili mi chiamò nell’ufficio e raccontandomi una scusa (tagli aziendali: peccato che poi mi hanno subito rimpiazzato con un’altra ragazza) mi fece firmare le dimissioni e io senza opporre resistenza firmai. Fatto sta che anche quando terminai le ore rimaste non ci fu nessun saluto, nessun discorso, nessun ringraziamento nonostante tutta la retorica del posto di lavoro come una grande famiglia. Questo mi fece comprendere ancora di più su quali castelli castelli di carta i capi costruissero i rapporti di lavoro tra loro e i dipendenti. La condizione di costante ricatto a cui i lavoratori con contratto a tempo determinato sono sottoposti aumenta la competizione all’interno della forza lavoro per ottenere un posto e, di conseguenza, riduce il potere contrattuale dei lavoratori stessi. A questo si aggiunge la competizione all’interno del posto di lavoro stesso, amplificata dalla situazione di pressione psicologica e ipercontrollo a cui i lavoratori sono sottoposti. Gli zuccherini e le piccole concessioni che a volte padroni e manager possono cedere servono ad incentivare tale competizione e a far credere al dipendente che la via per migliorare le sue condizioni di lavoro non è organizzarsi e lottare, ma lavorare più del dovuto nella speranza di un’improbabile scalata sociale.

Da un punto di vista sindacale fino ad ora quello che mi spettava in termini salariali l’ho avuto (ultima mensilità, TFR, ferie non usufruite, disoccupazione, etc.) ma il rispetto delle condizioni sindacali non basta a rendere un posto di lavoro come uno strumento di emancipazione e realizzazione del lavoratore. Difatti gli stipendi relativamente bassi rispetto ai costi della vita (secondo i rapporti del Censis gli stipendi italiani dal 2000 al 2017 sono aumentati solo di 400 € contro i 5000 € e i 6000 € di Germania e Francia), dovuti anche alla frequente mancanza di un salario minimo, alla forte disuguaglianza retributiva tra lavoratori e figure manageriali e dirigenziali e, soprattutto, a rapporti di lavoro con contratti a tempo determinato che consentono al datore di tenere in un continuo ricatto i suoi dipendenti, non consentono al lavoratore stesso di poter condurre una vita dignitosa. Ecco quindi che l’esigenza di andare oltre i diritti sindacali diventa una necessità sempre più attuale che deve porre al centro del dibattito l’abbattimento dell’attuale sistema economico. In un certo senso l’obiettivo è trarre tutte le conseguenze dal motto del direttore del mio ex posto di lavoro: “io senza di voi non sono nulla”.

 

Azimuth