L’aveva vista lunga Mario Mieli, quando decise di uscire definitivamente – e non certo da solo – dal Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiani (FUORI!). Era il 1974 e il FUORI! stava iniziando una trasfigurazione che l’avrebbe reso irriconoscibile.
Su spinta di Angelo Pezzana, uno dei suoi fondatori assieme a Mieli, venne infatti presa la decisione di entrare a far parte del Partito Radicale e, di conseguenza, di barattare la prospettiva rivoluzionaria con un approccio più moderato, riformista, tutto sommato borghese.

Un mutamento inaspettato, assolutamente imprevedibile pochi anni prima. Il FUORI! era nato, come si può notare già dal numero zero della propria rivista, nonché dal nome stesso, come fronte d’azione rivoluzionario, dove la prospettiva quotidiana di ogni suo partecipante era la lotta classista, sindacale e politica, contro la stessa società capitalistica e che traeva ispirazione dall’azione del FHAR (Front Homosexuel d’Action Révolutionnaire) francese, lo stesso FHAR in cui militò quel Guy Hocquenghem che, in “Le Désir Homosexuel”, scrisse:

Il Capitalismo converte i suoi omosessuali in ‘persone normali’ fallite, allo stesso modo in cui converte la sua classe lavoratrice in un’imitazione della classe media. Quest’imitazione della classe media fornisce la miglior illustrazione dei valori borghesi (la famiglia proletaria); Le ‘persone normali’ fallite enfatizzano la normalità di cui assumono i valori (fedeltà, amore, psicologia, etc.)”.

Non certo un riformista.

Eppure il FUORI!, con quella “R” ancora nel nome, prese tutt’altra strada e quell’episodio costituì un punto di biforcazione che influenzò in modo fondamentale il futuro degli attivismi LGBTQ+ italiani.

Da una parte la “Lotta Dura, Contronatura” dei fuoriusciti, Mieli e tutti i compagni milanesi, che si organizzarono nei Collettivi Omosessuali Milanesi. Quest’ultimo era costituito da una rete variegata di realtà autonome di autocoscienza socio-sessuale che tentarono un dialogo con tutto il campo di forze della sinistra extraparlamentare, ma anche con il PCI, con cui Mieli – come Pasolini d’altronde – sviluppo una tensione conflittuale. Questi tentativi naufragarono.
Nonostante l’enorme destrezza di Mieli nel rielaborare l’analisi marxista del Capitale – ponendola in una dialettica tutt’altro che semplice con il pensiero psicoanalitico – verso il tema della liberazione delle sessualità e dei generi, la sua “proposta di transessualizzazione della società, un comunismo dell’erotico che parlava attraverso la carne e il desiderio, venne continuamente marginalizzato ed osteggiato da quelle stesse realtà politiche.

Nel PCI di Togliatti l’eredità politica stalinista prevedeva un pregiudizio controrivoluzionario contro l’importanza della questione di genere e contro qualsiasi modello affettivo e sessuale diverso da quello cattolico-patriarcale dominante; d’altro canto, anche nella platea della nuova sinistra era da cogliere il collegamento articolato da Mieli – a livello teorico, di lotta politica e di performatività – tra l’economia politica delle sessualità e dei generi da una parte e la riproduzione del capitale dall’altra, così come rimanevano forti limiti nell’individuare all’interno delle proprie pratiche politiche le forme attraverso le quali si contribuiva (più o meno inconsciamente) a riprodurre il sistema patriarcale.

Dall’altra parte, invece, la traiettoria riformista consegnò nelle mani della benevolenza istituzionale il pro-prio destino. Vennero chiuse nel cassetto le analisi di classe e, con esse, vennero dimenticate le elabora-zioni freudiane-marxiste di Mieli sul desiderio – e la sua repressione da parte della società capitalistica, con le sue politiche ideologiche, sociali e familiari – come arena per eccellenza della riproduzione del capi-tale. Venne dimenticata la portata rivoluzionaria dei corpi e della provocazione, in favore di un’agenda po-litica “pragmatica”, da realizzarsi con il permesso delle istituzioni e alla ricerca dell’accettazione sociale. È da questa strategia politica, di fatto allineata alla struttura dominante, che nacque la prima vera e propria associazione italiana: Arcigay.

Associazione che, allineata ad altre organizzazioni internazionali sempre sul programma riformista di accordo ed elemosina alla politica borghese, è giunta sono ai giorni nostri, egemonica rispetto all’intero panorama politico lgbt. Da qui, la vita associativa cala alla comunità continue ricorrenze in cui, anziché elaborare una tattica d’azione generalizzata e di messa in discussione dei diktat borghesi, la comunità viene chiamata alla risposta puramente simbolica, svilita nel midollo e slegata dal contesto più sistemico capitalistico: delle identità lgbt si parla solo per la visibilità della stessa comunità lgbt, e non della sua ovvia composizione interclassista né dei punti di affinità con la lotta di classe o, quantomeno, con quella economicistica.
La comunità è, appunto, una comunità: isolata dal contesto sociale, priva di rivendicazioni di classe e tenuta a bada con qualche contentino una tantum.

E qui arriviamo a noi, nel 2019.
In occasione della giornata internazionale contro l’omotransfobia, giornata che si celebra ogni 17 maggio a partire dal 2004 su iniziativa dell’ONU e dell’UE, l’associazione Arcigay ha lanciato una campagna social contro l’odio volta a sensibilizzare maggiormente le persone sul fenomeno discriminatorio. Stando, infatti, a quanto riportato nel sondaggio di Arcigay riguardo ai casi di omotransbifobia rilevati dal 17 maggio 2018 fino al 16 maggio 2019, facendo riferimento alle notizie stampa, emerge una situazione disastrosa e regressiva del paese, in perfetta linea con la propaganda omofoba, sessista e a difesa della “famiglia tradizionale” dell’attuale governo e dei suoi alleati cattolici e fascisti.
Emblematiche, rispetto alla crisi organica che vive l’Italia, sono state le affermazioni del Ministro della famiglia e delle disabilità Fontana, “le famiglie gay non esistono”,  gli attacchi che il  ministro ha rivolto contro un’associazione lgbt -attualmente affiliata ad Arcigay-, e ovviamente in aggiunta alle varie scelte politiche del Ministro degli Interni Salvini, dalla sua amicizia con alcuni esponenti di CasaPound alla sua partecipazione al Congresso di Verona, che ne connotano le caratteristiche di difensore di questa ondata reazionaria.

Tutto ciò ha portato ad un notevole aumento di episodi di omolesbotransbifobia, 187 contro i 119 dell’anno scorso, a partire dal contesto della famiglia, in cui, dopo il coming out dei figli, con atti di intimidazione, esclusione o addirittura violenza, le identità lgbt provenienti dalla classe lavoratrice vengono sempre più marginalizzate, al pari di reietti della società, discriminati a partire dalla scuola -con il bullismo-, in strada o in luoghi pubblici, in luoghi di svago, fin sul posto di lavoro, dove, se una persona lgbt dichiara la sua identità può rischiare anche il licenziamento.

Insomma, una società dove la diversità di genere e di orientamento si lega al disagio sociale della disuguaglianza tra le classi.

Arcigay, in tutto ciò, ha scelto una linea per affrontare l’oppressione patriarcale–capitalista che anche in questo ambito non ha superato la mera fase di denuncia mediatica e che ha attribuito tale oppressione come semplice risultato dell’odio proveniente da una non determinata “cultura omotransfobica”.

La campagna social, infatti, è partita con un video dal titolo “Spegniamo l’odio”, contenente una raccolta di frasi ed espressioni pronunciate da politici e altri personaggi di spicco.
È proseguita poi, con la solita -ormai stomachevole- salsa istituzionale, il lancio di una petizione per l’approvazione di una legge che contrasti l’omofobia in Italia.

E per terminare in maniera molto squalificante e banale, la campagna, assumendo un perfetto stile “gay friendly”, è andata esaurendosi con l’adozione di cornici social dallo slogan “IO NON RESTO INDIFFERENTE” da inserire sulle foto profilo dei vari attivisti, sminuendo in questo modo il suo carattere politico e di lotta, dove tutti i contenuti si sono avviliti sulla richiesta -per quanto questa possa essere “pressante” nei confronti delle istituzioni- di leggi regionali e nazionali, nel momento in cui però questa richiesta vede la comunità lgbt sempre più prostrata allo Status Quo borghese e sempre meno legata alle dinamiche di lotta che, seppur poche, sono presenti in Italia.

La battaglia sul piano del simbolico e della visibilità non è certo da disprezzare a priori, ma c’è modo e modo di fare questo tipo di lavoro.
Ce l’hanno insegnato le protagoniste della “protesta delle piscine”, che nel 1979, guidate da Pina Buonanno, si presentarono a seno scoperto in una piscina milanese reclamando il diritto all’autodeterminazione sul proprio corpo, per poi organizzarsi quello stesso anno nel Movimenti Italiano Transessuale (MIT), ora chiamato Movimento Identità Transessuale.
Ce lo insegnò il FUORI! stesso, il 5 aprile del 1972, quando, con il supporto di militanti internazionali, organizzò una manifestazione alle porte del convegno del Centro Italiano di Sessuologia, denunciando il disciplinamento delle soggettività non normative mal celato dietro una parziale tolleranza medicalizzante.

Ma tutto ciò partiva da un contesto sociale totalmente differente rispetto a quello odierno: la lotta di classe era in una fase acuta e ciò faceva letteralmente tremare la società e le sue istituzioni. In quel contesto, la comunità fece enormi passi avanti nel portare le proprie rivendicazioni nel contesto lavorativo di lotta e nell’inserire la propria prospettiva nella prospettiva operaia.

Corpi e desideri sono arene quotidiane di conflitto e violenza, ma quella violenza, che sia agita da singoli o da un gruppo, è prima di tutto il prodotto di un sistema politico e di una struttura sociale repressivi. Ed entrare a patti con quel sistema repressivo istituzionalizzato è tutt’altro che desiderabile.

Ogni goccia di “accettazione” viene barattata con un pezzo della propria carne, della propria identità e della propria autodeterminazione. Quel che viene accolto dev’essere tagliato, lavato, normalizzato e trasformato in quel fallimento che continua a riconfermare lo Status Quo di cui parlava Hocquenghem.

 

David Primo, Lorenzo Montanari, Michele Sisto