Gothenburg, seconda città della Svezia. Il pomeriggio di un’estate non ancora propriamente entrata nel pieno (forse proprio per via dei cambiamenti climatici). C’è vento e diciotto gradi (ed è poco anche per la Svezia). 250 manifestanti, perlo più giovani, si sono ritrovati a Järntorget per una azione dimostrativa. Alcuni di loro (17 per l’esattezza, lo sappiamo perché sono stati identificati dalla Polizia) sono disposti ad infrangere la legge (col rischio di pagare una multa) pur di ottenere quella visibilità che era lo scopo primario di questa manifestazione. Al grido di “Extinction Rebellion” una delle vie principali della città è stata bloccata per almeno mezz’ora. E questo non è un crimine, ma è piuttosto “l’indifferenza della politica” ad essere un crimine “contro il popolo”, come uno striscione giustamente recitava. E un altro ricordava che, su scala mondiale, appena un centinaio di aziende sono responsabili del 70% delle emissioni. L’azione di ieri si è svolta in concomitanza con l’ultimo consiglio comunale di Gbg prima delle vacanze estive, per dare un segnale anche alla politica locale che non sta facendo abbastanza. Extinction Rebellion affonda le sue radici nel movimento Occupy e l’azione di ieri è stata portata avanti sulla scia di una simile azione (più grande) dello scorso Aprile a Londra. La composizione interna rimane variegata, così come piuttosto variegata è la composizione dell’intero movimento ambientalista che, sulla scia di Greta Thunberg, sta attraversando numerosi Paesi coinvolgendo sopratutto masse giovanili. Senza voler esagerare con l’ottimismo, le potenzialità per una presa di coscienza quanto meno anti-capitalista sembrano esserci tutte: il problema rimane però l’assenza di una direzione, come già qui sulla Voce e in altre sedi abbiamo sottolineato diverse volte.

Matteo Iammarrone.