Il negoziato più lungo della storia dell’Unione Europea si è concluso. Capi di governo e alti burocrati dell’UE hanno contrattato un piano di 750 miliardi di euro di sussidi e prestiti in ambito europeo per fronteggiare la crisi economica legata alla pandemia del Coronavirus. Conte canta vittoria per l’Italia, ma questa politica economica è a misura di industriali e banchieri.


Si è concluso lo scorso 19 giugno un vertice di circa quattro giorni a Bruxelles, che ha coinvolto capi di governo dei 27 paesi membri dell’Unione Europea, così come rappresentanti dei massimi corpi burocratici dell’UE, a partire da Ursula Von Der Leyen, presidente della Commissione Europea.

Lo scopo del vertice è stato quello di approvare un mega-pacchetto di fondi per fronteggiare la crisi economica che, così come a livello mondiale, ha colpito l’insieme dell’UE sulla scia della diffusione del Coronavirus.

La crisi del Covid-19ha colpito intensamente l’Europa a partire da marzo, quando Italia e Spagna sono diventate l’epicentro della crisi. Le previsioni per l’economia europea sono preoccupanti, e pochi giorni fa un dirigente di BNP Paribas ha affermato che questa sarà la “madre di tutte le recessioni”. Si parla di un calo del PIL del 10%, o poco meno, per il 2020 in Spagna, Francia e Italia, con un calo “solo” del 7% per la Germania. Uno scenario paragonabile soltanto, e in realtà potenzialmente peggiore, della crisi del 1929.

A quarantena generalizzata ancora in corso, era già stato approvato un pacchetto di prestiti d’emergenza che metteva a disposizione fino a 420 miliardi da poter utilizzare già nel corso del 2020. L’urgenza delle misure economiche e i conflitti tra gli Stati membri, però, ha riaperto velocemente le frenetiche attività per uno stimulus ben più sostanzioso per la “ricostruzione”.

In questo quadro, già a fine maggio Germania e Francia avevano raggiunto un accordo su un fondo straordinario di 750 miliardi di euro. Una mossa per prevenire eventuali svolte della UE verso un piano di mutualizzazione del debito dei paesi dell’UE, promuovendo una politica di potenziamento dell’iniezione di denaro e di interventi espansivi della Banca Centrale Europea.


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Il vertice di Bruxelles, partendo dalla cifra complessiva proposta da Merkel e Macron, ha lavorato sulla sua forma specifica e sulla divisione dei fondi tra i vari paesi. La lotta politica ha visto l’opposizione tra un gruppo di paesi chiamati “frugali” (Paesi Bassi, Danimarca, Svezia, Finlandia, Austria… praticamente l’area economica europea più integrata alla Germania) e un fronte eterogeneo del resto dei paesi membri. Su pressione dei primi, i sussidi diretti sono diminuiti, limitandosi a 390 miliardi, mentre i prestiti saranno di 360 miliardi. Il nuovo volume di debiti sarà ripagato tramite l’introduzione di nuove tasse a livello UE, come un’imposta sulle materie plastiche al primo utilizzo (cioè non già riciclate), una carbon tax e una “imposta digitale”; ciò non toglie che ogni paese dovrà ripagare il proprio debito estero: nel caso di paesi ultra-indebitati come Italia e Spagna, ciò porterà il debito pubblico a livelli inediti.

 

Fondi “sprecati”? Mark Rutte e i “frugali” contro l’ipotesi di un Sud spendaccione

Mark Rutte, Primo Ministro dei Paesi Bassi, si è pronunciato con forza contro il possibile accordo, indicando cinicamente la “spreco” dei Paesi dell’Europa meridionale come causa della crisi. Ha anche dichiarato, il giorno stesso dell’inizio del vertice, che paesi come la Spagna e l’Italia avrebbero dovuto attuare nuove riforme del lavoro e delle pensioni in cambio di fondi europei.

Durante le trattative, ha voluto abbassare l’importo degli aiuti diretti (cosa che in parte è riuscito a ottenere) e ha cercato di assicurarsi un “potere di veto” sull’accordo, che non ha pienamente raggiunto. Ma è riuscito ad ottenere una clausola che funziona come “freno di emergenza”, se un paese ritiene che un altro non rispetti le “condizioni” che sono state fissate per ricevere i fondi. Rutte e i Paesi del Nord Europa hanno insistito su questa clausola, per condizionare l’Italia e la Spagna a dover applicare nuove riforme e tagli anti-lavoratori una volta ricevuti gli aiuti, al di là delle assicurazioni del presidente Conte sul fatto che non ci sarà “nessuna ingerenza” sul lavoro della Commissione Europea.

Ciò che in realtà rende molto “ortodossi” i paesi “frugali” in termini di politica economica di lungo periodo nell’UE, è che le loro rivendicazioni vanno pienamente incontro alla necessità, politicamente molto più condivisa e già ri—sbandierata da figure di peso come l’ex-premier Mario Monti, di nuovi, epocali piani di austerità e di controriforme: la flessibilità che l’UE ha dovuto adottare, specie con la crisi del Coronavirus, rispetto ai suoi trattati e vincoli di bilancio (uno su tutti, il Fiscal Compact), non nega assolutamente la volontà di continuare coi piani di tagli, privatizzazioni, demolizione dello stato sociale e attacchi ai diritti democratici e dei lavoratori. Questa “ortodossia economica” neoliberale, per quanto corretta con alcune misure “neo-keynesiane” bancarie e di sussidi, non è assolutamente stata messa da parte dai partiti di governo europei o dalla burocrazia UE.

Non a caso, c’è stata invece molta flessibilità verso Ungheria e Polonia che, con un aumento delle quote di fondi ad esse destinate e la promessa di non fare pressioni sul fronte della “condizionalità dello Stato di diritto”, hanno assicurato la loro firma. Ciò significherà che l’UE probabilmente eviterà qualsiasi iniziativa concreta contro i profondi processi reazionari, non solo sociali ma anche istituzionali, formali, che sono in corso in questi due paesi, col risultato di una negazione sempre più larga della democrazia borghese.

Il patto, promosso dall’asse franco-tedesco e dai Paesi del Sud, è dunque il risultato delle concessioni fatte da entrambe le parti nei negoziati con i Paesi del Nord. Tuttavia, questa “ancora di salvezza” per il futuro dell’UE non può nascondere le profonde fratture interne che si stanno approfondendo. L’uscita del Regno Unito con la Brexit, la tensione tra Bruxelles, il blocco settentrionale e il blocco di Visegrad, nel contesto di crescenti tensioni geopolitiche globali tra Stati Uniti e Cina, sono elementi che continuano a divorare il progetto europeo, di fronte a una crisi che non si sa quando finirà. Inoltre, non è ancora chiaro come una probabile “seconda ondata” del Covid, che in alcuni Paesi sembra iniziare, influenzerà le economie dell’UE.

Allo stesso tempo, l’applicazione del fondo aumenterà l’indebitamento degli Stati, limitando ancora di più i loro bilanci, e condizionerà ogni tipo di politica “sociale”, premendo per nuove riforme a favore delle multinazionali e contro i diritti della classe operaia nel futuro.

 

I capi di governo esultano per conto dei capitalisti: i fondi Next Generation EU non sono un favore alla classe lavoratrice!

Il presidente Conte è tornato in Italia col sorriso del vincitore, avendo strappato più fondi per l’Italia rispetto a quelli previsti dall’ipotesi iniziale. Così ha dichiarato a vertice appena concluso:

Siamo soddisfatti. Abbiamo approvato un piano di rilancio ambizioso, adeguato a queste necessità che stiamo vivendo. […] È un momento storico per l’Europa, è un momento storico per l’Italia.

Dopo aver comunicato l’entità del fondo per l’Italia – 209 miliardi, 81 in sussidi e 127 in prestiti – Conte ha subito ribadito la sua contrarietà di fondo all’utilizzo del MES. Che però il MES sia un meccanismo finanziario verso il quale saranno spinti i governi europei da questo nuovo piano Next Generation, è un segreto di pulcinella: non a caso, specie di fronte alle pressioni del PD verso l’adozione del MES come integrazione di Next Generation, Conte si è limitato a dichiarare che il MES come altre misure saranno adottati se necessari:

La mia posizione non è mai cambiata. Il MES non è il nostro obiettivo. Il nostro obiettivo è valutare qual è il quadro di finanza pubblica, valutare quali sono le necessità e, una volta definiti tutti i piani e il ventaglio di strumenti a disposizione, utilizzare quelli che sono nel migliore interesse dell’Italia.

Questo gioco a dare un colpo al cerchio e uno alla botte mostra che la politica bonapartista di Conte, col finire della quarantena, subisce già evidenti segni di logoramento, e la tenuta del governo PD-M5S fino a fine legislatura come esecutivo “al servizio del presidente Conte” non è scontata, specie i suoi partiti soci dovessero subire pesanti sconfitte alla tornata elettorale di settembre.

Di fronte ai discorsi assistenzialisti che celebrano questo patto come un “fatto storico” che salverà l’UE, va detto che esso funzionerà come un respiratore artificiale di fronte al crollo previsto a breve termine, ma, a causa delle sue dimensioni, non è chiaro quanto sarà in grado do contenere realmente gli effetti della crisi a livello economico e sociale. In ogni caso, i governi degli Stati imperialisti europei cercheranno di far pagare la crisi alle classi lavoratrici e ai popoli oppressi, “in casa” così come all’estero, nella loro lotta per non essere attori secondari nella lotta per il controllo politico-militare e delle risorse nelle semi-colonie e nei paesi dipendenti.

Oggi, la Merkel, Macron, Sanchez e Conte celebrano tutti questo patto, parlando di “solidarietà” europeista e del futuro dell’UE. In realtà, si tratta di un patto per salvare le economie capitalistiche e i profitti delle multinazionali, il mercato unico per le esportazioni olandesi e tedesche e il resto del business delle borghesie imperialiste. L’illusione, specie di Conte e del M5S, di poter salvare in massa i ceti medi e i piccoli proprietari, è destinata a rimanere tale. Per non parlare di lavoratori e lavoratrici, colpiti da nuovi episodi di focolai concentrati nei posti di lavoro, ed esposti ad ondate di attacchi alle loro condizioni di lavoro e di licenziamenti.

I lavoratori e la popolazione oppressa non hanno nulla da guadagnare da questi patti dell’Europa del capitale. Ma neppure i discorsi che propongono, a destra o a sinistra, il falso ritorno alle “sovranità nazionali” negli Stati imperialisti sono un’alternativa. La lotta per programmi anticapitalisti e indipendentisti di classe, per governi della classe operaia (e non più fedeli a banchieri e industriali!) e per gli Stati Uniti socialisti d’Europa è l’unico orizzonte progressista di fronte a questa crisi.

 

Redazione – La Voce delle Lotte