Il decreto

La soluzione non è la «redistribuzione»: bisogna bloccare le partenze. Così il nuovo decreto presentato a gran voce da Di Maio inverte l’onere della prova per i cittadini di 13 Paesi individuati come «sicuri». Questo vuol dire che chi è arrivato o arriverà in Italia da Algeria, Marocco, Tunisia, Albania, Bosnia, Capo Verde, Ghana, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro, Senegal, Serbia e Ucraina chiedendo protezione dovrà dimostrare di essere in pericolo nel suo paese d’origine per poter essere accolto in Italia. Oltre a scoraggiare i nuovi arrivi il decreto accorcerà, almeno nelle intenzioni, da 2 anni a 4 mesi i tempi per le procedure volte a stabilire se un migrante può stare in Italia.

Se da un lato l’attuale ministro degli Esteri precisa di non volersi porre in contrapposizione col Decreto Sicurezza, dall’altro è difficile non avere l’impressione che Di Maio stia sfidando Salvini davanti al suo stesso elettorato dopo essersi fatto imporre un’agenda politica irrimediabilmente volta a destra. Chi si ostina a difendere il M5S da sinistra, giustificando la vergogna del Decreto sicurezza come un male necessario per portarsi a casa il tanto sospirato reddito di cittadinanza deve arrendersi ai fatti: anche con la nuova coalizione il Movimento non nasconde la sua vocazione reazionaria.

Non mancano, ad ogni modo, controversie ed insoddisfazioni verso il decreto anche da destra. In assenza di precisi accordi di riammissione con i vari paesi citati molti dei migranti che ricevono un ordine di rimpatrio continueranno semplicemente a stare in Italia come clandestini. Sebbene Di Maio prometta di impegnarsi su questo fronte, allo stato attuale solo con Tunisia, Marocco, Egitto e Nigeria esistono accordi di questo tipo.

 

Paesi “sicuri”?

Ma veniamo ora alla lista dei 13 paesi «sicuri». Non può non colpire la presenza dell’Ucraina, un paese tormentato sia dalla crisi di Crimea che dalla guerra del Donbass, tutt’ora in corso, noto teatro di gravi crimini di guerra anche ai danni di civili (Zero Impunity, un progetto di inchiesta internazionale che documenta le violenze sessuali perpetrate durante i conflitti armati, si è ampiamente occupata del sistematico ricorso allo stupro ai danni di prigioniere di ogni tipo, persino giornaliste e ragazze minorenni).

In generale molti dei paesi citati sono stati teatro, nell’ultimo cinquantennio, di guerre e atrocità e le cicatrici di questo passato sono ancora ben visibili sotto forma di disagio sociale, instabilità, povertà e violenza. È il caso di Capo Verde, dove il dilagare della violenza e della criminalità giovanile nelle città si unisce alla violenza esercitata dai gruppi che gestiscono gli enormi traffici di droga presenti sul territorio capoverdiano; spesso le rappresaglie dei narcotrafficanti colpiscono anche le famiglie di poliziotti o politici che si impegnano nella lotta al traffico di droga.

C’è poi il Senegal. Qui, stando al rapporto annuale 2017-2018 di Amnesty International, “i diritti alla libertà di riunione pacifica e d’espressione sono stati limitati. Le condizioni all’interno delle carceri sono rimaste dure. Minori sono stati costretti a mendicare per le strade. Non sono state intraprese iniziative per affrontare l’impunità per le violazioni dei diritti umani”. Lo stesso report denuncia poi processi iniqui e arresti arbitrari ai danni di politici, giornalisti, artisti e persino semplici utenti di social network oltre a torture, decessi e suicidi durante i periodi di detenzione. La repressione è in generale feroce tra manifestazioni vietate, arresti, pestaggi e persino manifestanti uccisi.

In Ghana lo stesso accesso alla giustizia è limitato, soprattutto per le fasce più povere ed emarginate della popolazione. Il report annuale 2017-2019 di Amnesty International ci racconta di un programma per l’assistenza legale gratuita che, per mancanza di fondi, si è limitato a solo 23 avvocati per una popolazione di circa 28 milioni di ghanesi. Anche qui si riscontrano processi iniqui, condizioni di detenzione deplorevoli e il 34% delle donne deve sposarsi prima dei 18 anni. Proprio i minori sono più esposti alla barbarie che può dilagare in condizioni di estrema miseria. Nei villaggi più poveri e isolati accade che alcune famiglie particolarmente indigenti affidino i loro figli a persone che promettono di prendersene cura. Molti di questi bambini vengono messi a lavorare in condizioni schiavili, privati di ogni forma di istruzione, lasciati vivere in condizioni di estrema indigenza ed esposti ad ogni genere di abusi e violenze. Inutile dire che, per le femmine, il lavoro schiavile si affianca spesso a molestie e violenze sessuali.

Le violazioni dei diritti umani e le violenze all’interno dei 13 paesi individuati come sicuri ovviamente non finiscono qui; nell’impossibilità di una disamina accurata in questa sede ci limitiamo a sottolineare che paesi come Marocco, Tunisia, Algeria, Senegal, Ghana e Ucraina sono individuati come pericolosi per le persone lesbiche, gay, bisex e trans, come rileva Fabrizio Marrazzo, responsabile del contact center antiomofobia Gay Help Line. La pericolosità va dalle gravi persecuzioni che si registrano in Ucraina alla penalizzazione dell’omosessualità con conseguente detenzione; in alcuni casi le persecuzioni sociali hanno portato in alcuni dei paesi citati a veri e propri omicidi.

La situazione delle donne non è migliore, esposte come sono in molti dei paesi presi in esame a matrimoni precoci, violenza domestica, emarginazione, oppressione e, spesso, stupri. In Marocco, secondo un sondaggio promosso dal Ministero della Solidarietà, della Famiglia e dello Sviluppo Sociale, il 54,4% delle donne sono vittime di violenza; di queste soltanto il 6,6% ha presentato denuncia.

Viene da chiedersi se chi vive in simili situazioni di indigenza, emarginazione, isolamento e violenza sia davvero in grado di fornire prove giuridicamente consistenti che attestino la pericolosità del suo paese d’origine. C’è anche il timore che, in caso di rimpatrio, le condizioni di vita del migrante che richiede protezione peggiorino drammaticamente.

Si potrebbe obiettare che la lista dei paesi “sicuri” è soggetta a modifiche. Purtroppo però le modifiche possono essere anche in peggio e il successo elettorale e mediatico che un personaggio come Salvini ha riscosso e continua a riscuotere lascia poco spazio all’ottimismo.

 

È l’immigrazione il vero problema?

Uno degli aspetti più infami del decreto è il fatto di prendere in esame soltanto i rischi di violenza fisica nei paesi interessati. Sarebbe troppo facile osservare che in buona parte dei casi citati emerge un chiaro nesso tra povertà, disagio sociale, emarginazione e violenza. Nel sopracitato Ghana il 25% della popolazione vive sotto la soglia della povertà e milioni di persone sono quindi potenzialmente esposte alla barbarie che abbiamo descritto; a Capo Verde, stando a Wikipedia, il 40% della popolazione vive con meno di due dollari al giorno. Quello che invece dovremmo chiederci è se non sia la stessa povertà una forma di violenza e se non sia un diritto inalienabile di ogni essere umano lottare con tutte le sue forze per conquistare condizioni di vita dignitose. Se non accettiamo che un giornalista venga incarcerato ingiustamente in Ucraina non possiamo neanche accettare che un milione di ghanesi, tra cui minori, lavori nelle miniere d’oro a contatto diretto col mercurio e nella miseria più nera. Noi chiamiamo violenza questo stato di cose perché nessuno, potendo scegliere, vivrebbe un solo giorno in queste condizioni.

Del resto nessun operaio italiano sceglierebbe di lavorare 8 ore al giorno per fa arricchire un padrone, di spaccarsi la schiena per un salario che corrisponde solo ad una piccola parte del valore che egli ha prodotto. I responsabili di tutto questo non sono i migranti, come non lo sono della disoccupazione. Il Rapporto Il ruolo degli immigrati nel mercato del lavoro italiano predisposto dall’ONC-CNEL in collaborazione con il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, precisa che “per quanto riguarda quindi il rischio di disoccupazione, sembrerebbe di poter affermare che non c’è un effetto di concorrenza, e tanto meno spiazzamento, derivante dalla maggior presenza di immigrati» [p. 132]; parimenti, «non si rileva un effetto di spiazzamento ricollegabile alla presenza di immigrati sul territorio” [p. 137]. Vale anche la pena di ricordare che il bilancio tra costi e benefici è positivo per gli immigrati regolari, come attestano studi autorevoli e report statistici dell’Inps e della Fondazione Leone Moressa di Venezia. In particolare il presidente dell’Inps Tito Boeri ha sottolineato, nella relazione annuale del 2018, l’importanza dei contributi versati da immigrati per l’equilibrio del sistema pensionistico.

Se i vari Salvini e Di Maio di turno avessero davvero a cuore l’interesse degli italiani, quindi, prima di rimpatriare e bloccare le partenze farebbero del loro meglio per integrare il più possibile tutti coloro che cercano in Italia lavoro e sicurezza nel tessuto sociale e produttivo.

 

Bauschan