Pubblichiamo la traduzione di un articolo, uscito diversi giorni fa sul giornale online francese Révolution Permanente ma non ancora politicamente “datato”, utile per approfondire ulteriormente il contesto della vampata di mobilitazione contro il governo del generalissimo egiziano al-Sisi.


Nonostante centinaia di arresti e la repressione violenta, tanti egiziani hanno sfidato il divieto di protesta e chiedono le dimissioni del maresciallo al-Sisi.

 

Il 25 gennaio 2011, l’eroica lotta del popolo egiziano fece crollare il governo del dittatore Hosni Mubarak. Dopo la caduta di Ben Ali in Tunisia, i giovani, i lavoratori e le classi subalterne avevano sferrato un colpo contro le potenze imperialiste e le loro stampelle locali – Mubarak era un alleato centrale delle potenze occidentali, in particolare degli Stati Uniti e dello Stato israeliano nella regione.

La controrivoluzione è stata estremamente violenta. L’assenza di un partito rivoluzionario e la mancanza di uno sbocco politico per la classe operaia e le masse del popolo egiziano, una volta deposto Mubarak, permise ai Fratelli Musulmani di formare un governo reazionario con l’elezione di Mohamed Morsi. Questo governo reazionario, che fece di tutto per smobilitare e reprimere il movimento popolare, rese solo più semplice l’imperialismo per riguadagnare il controllo del paese, attraverso il maresciallo al-Sisi e un colpo di Stato estremamente brutale. Quasi 8 anni dopo, il popolo egiziano prende il cammino della piazza contro il regime di al-Sisi.

 

Una prima mobilitazione numericamente debole ma importante simbolicamente

Benché fossero poco numerosi a manifestare, l’impatto è stato enorme. Erano centinaia in molte città, come Il Cairo, Alessandria, Mahalla, Suez, a sfidare il divieto di protesta di un regime che conduce con mano di ferro politiche dettate dall’imperialismo a detrimento delle aspirazioni delle masse popolari le cui condizioni di vita stanno solo peggiorando. Le ONG stimano che almeno 60.000 persone siano state incarcerate dopo il colpo di stato del maresciallo al-Sisi che prese il potere massacrando cruentemente i manifestanti mobilitati in piazza Rabia-al-Adawiyya, facendo più di 2.600 morti. Secondo Human Rights Watch, questo massacro “è il più importante nella storia moderna dell’Egitto” ed è considerato un crimine di guerra. La repressione subita dal popolo egiziano dopo il sanguinoso golpe di al-Sisi ha dato i suoi frutti. Come spiega Le Point, per molti egiziani, “manifestare nel 2019 è come una missione suicida”.

Nel 2011, i manifestanti in Piazza Tahrir hanno cantato “pane, libertà e giustizia sociale”, oggi invece “al-Sisi vattene”, “il popolo vuole la caduta del regime”. Gli slogan del 2011 sono quindi ancora molto presenti, perché al di là dell’intensificarsi della repressione, la situazione economica egiziana è persino peggiore di 8 anni fa.

Intervistato da RFI, Mohamed Ahmed, 26 anni, spiega che “per anni non abbiamo sentito l’odore dei gas lacrimogeni perché in effetti dall’arrivo di al-Sisi al potere non abbiamo avuto una vera manifestazione. Ma quando si sente l’odore del gas oggi, si evocano molti ricordi. Ci ricorda tutte le battaglie che abbiamo combattuto e tutti i cambiamenti che abbiamo vissuto dalla rivoluzione. E ci ricorda anche che è possibile abbattere un regime.”

Nonostante il basso livello di mobilitazione, il regime ha paura che la contestazione si diffonda. Questo fine settimana è stato caratterizzato da centinaia di arresti. L’ONG “Centro egiziano per i diritti economici e sociali” ha riportato 356 arresti da venerdì, secondo alcuni dati che potrebbero salire a più di 500. Dal colpo di stato di al-Sisi, decine di migliaia di persone sono state incarcerate. Domenica, l’avvocata egiziana e attivista per i diritti umani Mahinour El-Masry è stata arrestata al Cairo dopo aver intervistato dei manifestanti. Secondo i suoi avvocati, “Mahinour è stata arrestata dalla polizia quando ha lasciato l’ufficio della Procura della Repubblica al Cairo, dove ha partecipato a interrogatori come avvocato di persone arrestate durante le manifestazioni”. Mahinour El-Masry è una delle figure della rivolta del 2011. È stata arrestata più volte, sotto Mubarak, sotto Morsi e ora sotto al-Sisi.

Un giovane intervistato da Agence France-Presse ha spiegato che le forze repressive “hanno sparato gas lacrimogeni, proiettili di gomma e proiettili regolari. Ci sono feriti”

Una terribile repressione da parte della polizia antisommossa potenziati da veicoli blindati venduti dalla Francia. Sarebbero carri armati della società francese Arquus (ex Renault). Il 14 agosto 2013, i veicoli blindati Sherpa LS di Renault Truck Defense sono stati utilizzati dalle forze di sicurezza egiziane che hanno sparato su un sit-in di manifestanti, secondo gli osservatori di Amnesty International. Più di 1.000 persone sono state uccise in questo singolo giorno. La repressione sarà probabilmente accentuata da venerdì prossimo, data del prossimo evento.

 

Dietro le chiamate a manifestare una borghesia nell’ombra, ma anche una vera volontà popolare

Ma mentre al-Sisi è a New York, le proteste hanno colto di sorpresa le autorità egiziane. In una dichiarazione, il generale Ahmad Gamal-Eddin ha spiegato che sarebbero stati il prodotto di “complotti e tentativi di attentare al simbolo dello stato e alle sue istituzioni nazionali”, formato da “traditori”, “venduto” e “fuggitivi”, nascondendo la febbrilità del regime.

Perché, nonostante tutti i tentativi di al-Sisi di consolidare il suo potere, come la nuova legge costituzionale che dovrebbe consentirgli di rimanere al potere per i prossimi 30 anni, l’attuale movimento mostra le contraddizioni e i limiti del colpo di stato bonapartista che lo portarono al potere e indebolisce il blocco dominante come mostrato dall’appello sui social per manifestare di Mohamed Ali, un uomo d’affari egiziano che è un rifugiato in Spagna che ha comunque fatto affari con il regime di Mubarak e l’esercito per 15 anni. Una frangia di un settore della classe dominante incarnata anche da Samy Annan, un generale in pensione condannato a 10 anni di carcere nel gennaio 2018 per aver presentato la sua candidatura presidenziale, che da parte sua ha trasmesso sui social network un “appello alle forze dell’esercito,” sollecitando “i figli delle forze armate a proteggere la volontà del popolo.” Mostra che dietro si nascondono forze reazionarie pronte a usare il popolo egiziano per tornare in primo piano, il che spiega in parte il basso livello di mobilitazione di questo fine settimana: gli egiziani non sono pronti a riversare il loro sangue per sostituire un dittatore con un altro.

I giovani che non conoscevano il 2011 sono quelli che sono stati per lo più per le strade questo fine settimana, ci si aspetta che i prossimi venerdì sia più massiccio, soprattutto per la “marcia dei milioni”. Perché nonostante tutti i limiti politici citati, la stragrande maggioranza degli egiziani sta affrontando una disastrosa crisi economica che non è priva di una rabbia sociale significativa, oltre alla frustrazione dovuta alla repressiva cappa di piombo che cala sul società. Incoraggiato dalle potenze imperialiste e dal FMI, al-Sisi ha privatizzato mentre applicava l’austerità. Il 32% degli egiziani vive al di sotto della soglia di povertà, 4 punti in più rispetto al 2016. L’inflazione supera il 20%. A Libération, un negoziante spiega “Il presidente ci ha chiesto di stringere la cinghia e sentiamo dire che vive lussuosamente con la sua famiglia”.

 

La classe lavoratrice deve tornare a mobilitarsi e assumere la guida

Per il momento, la mobilitazione è molto debole, ma è necessario poco perché prenda un’altra scala. Ciò avverrà solo se la classe operaia, che ha svolto un ruolo centrale nel far cadere Mubarak con lo sciopero nel 2011, prepara lo sciopero generale con indipendenza di classe, per auto-organizzazione, allentando le cinghie di trasmissione del regime dalle fabbriche e dai sindacati e ponendo le richieste sociali e democratiche di tutte le masse oppresse contro il regime, le sue istituzioni e contro l’imperialismo. Pertanto, la mobilitazione in Egitto potrebbe dare un nuovo impulso al processo di lotta di classe aperto nel 2011 con la primavera araba, nello stesso modo delle rivolte popolari in Algeria e Sudan, che hanno portato alla deposizione di Bouteflika e Al Bashir.

 

Per una solidarietà internazionale dei lavoratori

La Francia è direttamente responsabile della sanguinosa repressione in Egitto. Passando per molti contratti economici, in particolare quelli militari con il regime, l’imperialismo francese ha il sangue dei manifestanti egiziani sulle mani. Dal 2015 sono stati firmati contratti per un valore di sei miliardi di euro, tra cui 24 aerei da caccia Rafale, mettendo l’Egitto al quarto posto nella lista degli acquirenti di armi francesi. Per la Francia, l’Egitto è un alleato strategico: “un paese di 100 milioni di abitanti, assolutamente essenziale per la sicurezza e la stabilità del Medio Oriente e dell’Europa”, ha detto l’Eliseo durante la sua ultima visita in Egitto lo scorso gennaio. È fuori discussione per Macron che uno di questi alleati-chiave nella regione sta nuovamente affondando nell’instabilità politica. Soprattutto in questo periodo di sommovimenti nel Prossimo e Medio Oriente. Tra la guerra in Libia, lo Yemen e le tensioni tra Iran, Arabia Saudita e Stati Uniti, l’imperialismo francese ha bisogno di un gigante stabile nella regione ed è per questo che l’Egitto è così importante per Macron.

Ecco perché, come nell’Acte XLV [uno degli “atti” di mobilitazione, convocati il sabato dai gilets jaunes, ndt], in cui i gilets jaunes sventolavano la bandiera egiziana a sostegno dei manifestanti che avevano osato sfidare al-Sisi e l’esercito, l’intero movimento dei lavoratori francesi che si mobilitavano contro Macron, il suo mondo e le sue riforme, deve sorgere a sostegno dei manifestanti egiziani. I lavoratori portuali devono rifiutare di caricare le armi francesi verso l’Egitto, come avevano fatto i portuali di Marsiglia-Fos per le armi destinate alla guerra nello Yemen.

 

Sadek Basnacki

Traduzione da Révolution Pérmanente