Il movimento antigovernativo di Hong Kong è stato prolungato e vigoroso. Ha esordito lo scorso marzo contro il disegno di legge sull’estradizione promosso dal governo centrale della Cina, di cui Hong Kong è regione a statuto speciale.

Sebbene limitate dai confini della democrazia liberale, le proteste hanno momentaneamente impedito l’adozione di una misura autoritaria volta a limitare i diritti civili nella regione.

Proponiamo un articolo di fondo del giornale online Left Voice di qualche settimana fa che però dà molti elementi di analisi per nulla “datati” su questo ciclo di proteste, ancora in corso.


Giunto al suo terzo mese, il movimento contro l’estradizione ad Hong Kong non mostra segni di riflusso. Proprio domenica scorsa (18 agosto), secondo gli organizzatori, più di un milione e mezzo di persone hanno partecipato alle manifestazioni. Questa è stata la più grande protesta in settimane, a riprova del fatto che il movimento continua a godere di un ampio sostegno popolare. Il capo dell’esecutivo di Hong Kong, Carrie Lam, rifiuta ancora di affrontare le questioni che hanno portato i cittadini nelle strade ai massimi numeri storici, sebbene ora affermi di essere “impegnata ad ascoltare”, a suo dire nel tentativo di dialogare con i manifestanti. Nel frattempo giungono notizie di persone che viaggiano dall’isola alla Cina continentale fermate dalla polizia, vedendosi sottratti i cellulari. Il dipendente del consolato britannico Simon Cheng è ancora in stato di detenzione.

Qualche giorno fa la situazione a Hong Kong sembra essere precipitata : la Cina ha dispiegato truppe paramilitari nella città di Shenzhen, che confina con la terraferma. Senza scoraggiarsi, i gruppi che compongono il movimento continuano ad organizzare le masse e le manifestazioni e le marce continuano. L’esito finale della rivolta è impossibile da determinare a questo punto, ma ha avuto almeno un successo concreto – la sospensione del disegno di legge sull’estradizione – e ha anche ottenuto un’attenzione internazionale significativa, gettando luce ancora una volta sulla gestione autoritaria del governo cinese. I manifestanti lottano per mantenere lo status semiautonomo di Hong Kong e i diritti e le libertà ad esso associati. Le richieste democratiche ruotano intorno alla protezione della libertà di parola, alle libere elezioni e alla libertà da interferenze giuridiche e politiche del Partito Comunista Cinese (PCC).

L’attivismo democratico nella città risale ai movimenti giovanili degli anni ’70, che hanno combattuto per le riforme sotto il dominio coloniale e sostenuto i movimenti democratici nella Cina continentale. Nel corso degli anni gli attivisti politici della Cina continentale hanno cercato rifugio a Hong Kong e hanno coordinato i loro sforzi politici con l’aiuto dei dissidenti. Nella primavera del 1989 diverse migliaia di manifestanti pacifici e passanti sono stati uccisi in piazza Tienanmen per aver manifestato contro la persecuzione politica e la censura e per una maggiore trasparenza del governo. Dopo il massacro il “campo democratico” di Hong Kong è diventato più espressamente anti-Pechino. Nel 2003 sono scoppiate proteste contro una legge “antisovversione” , la quale ha alimentato le preoccupazioni pubbliche sulla libertà di parola. Dopo il 2004, il movimento si è esteso a più gruppi, il che ha portato ad un uso più frequente del termine “pan-democratico”. Dopo la cosiddetta “rivoluzione degli ombrelli” del 2014, ad Hong Kong è emerso un movimento più forte a favore dell’indipendenza, che, sebbene ora alleato con i pan-democratici, ha sostenuto tattiche più conflittuali durante le recenti proteste.

I gruppi che compongono il movimento antigovernativo differiscono ora nel loro approccio non solo per quanto riguarda il metodo, ma anche per quanto riguarda gli obiettivi e le loro politiche, con alcune delle organizzazioni “localiste” che sono significativamente più a destra rispetto al resto del movimento. Ci sono anche correnti in evidenza anticomuniste, razziste (verso gli abitanti della Cina continentale) e in genere reazionarie. Se la direzione del movimento degli ombrelli era fortemente antisocialista e politicamente liberale, il movimento di protesta attuale non va molto oltre i parametri ideologici della democrazia liberale; in quanto tale, si concentra sul suffragio universale, le libertà civili, i diritti umani e le libertà politiche, il tutto nel quadro di un’economia di mercato capitalista.

 

Dall’opposizione all’estradizione a richieste democratiche più ampie

In seguito all’indignazione popolare per una legge che avrebbe permesso alle autorità di Hong Kong di estradare i sospetti criminali nella Cina continentale, le proteste di massa hanno messo in ginocchio la città. Già da undici settimane i cittadini di Hong Kong si radunano per le strade, chiedendo il completo ritiro del disegno di legge sull’estradizione (emendamento “Fugitive Offenders and Mutual Legal Assistance in Criminal Matters Legislation”). Sebbene la “regione amministrativa speciale” (SAR) di Hong Kong abbia concluso accordi di estradizione con altri paesi, questa legge avrebbe significato l’erosione dell’indipendenza giudiziaria di Hong Kong dalla Cina continentale, nota per le sue pratiche di persecuzione politica e processi iniqui.

Inizialmente si sosteneva che la legge fosse necessaria poiché avrebbe anche previsto l’estradizione di persone a Taiwan e specificamente consentito l’estradizione di un giovane di nome Chan Tong-kai, sospettato di aver ucciso la sua ragazza più di un anno fa a Taiwan, che dovrebbe essere rilasciato dal carcere in ottobre. Gli hongkonghesi, ovviamente, comprendono che questo caso di omicidio non è la vera ragione per cui la Cina ha voluto la trasformazione dell’emendamento in legge e che ci sono motivazioni politiche dietro la mossa dell’approvazione della legge sull’estradizione.

Considerando l’oppressione del governo cinese, il sistematico soffocamento del dissenso e delle critiche, nonché la scarsissima situazione dei diritti umani, la posta in gioco è alta. La Cina continua ad applicare la pena di morte, che è stata abolita a Hong Kong nel 1993 e continua ad essere ripudiata. Dal passaggio della città dalla Gran Bretagna alla Cina nel 1997 e dall’adozione dell’accordo “un paese, due sistemi”, i cittadini di Hong Kong hanno goduto di maggiori diritti e libertà rispetto ai cittadini della Cina continentale. Secondo la “Legge fondamentale”, cioè la costituzione della città, agli hongkonghesi sono garantiti il diritto alla libertà di parola, il diritto di protestare, la libertà di stampa, una magistratura indipendente, la libertà religiosa e il diritto allo sciopero. Il modello “un paese, due sistemi” dovrebbe rimanere in vigore per almeno 50 anni dopo la riunificazione e non è chiaro cosa succederà nel 2047.

Così, mentre il disegno di legge sull’estradizione stava per essere approvato a livello legislativo, le implicazioni sono diventate chiare a tutti coloro che ad Hong Kong ricordavano il caso della “Bookshop Five”. Questo “incidente” ha coinvolto una libreria indipendente che ha venduto materiale critico sul governo centrale prima che cinque dei suoi lavoratori scomparissero misteriosamente tra ottobre e dicembre 2015. La notizia sconvolse la città e ha provocò un putiferio internazionale, soprattutto dopo che fu rivelato come le autorità cinesi avessero rapito ed arrestato i cinque uomini con false accuse. I rapimenti erano un chiaro tentativo di intimidire gli editori di Hong Kong ed un accordo di estradizione con la Cina continentale avrebbe sostanzialmente legalizzato tali rapimenti politici.

Le manifestazioni contro la legge sono iniziate già a marzo e aprile di quest’anno, ma, con il susseguirsi degli eventi, il conflitto tra il campo filodemocratico o pan-democratico e le autorità è andato ben oltre le circostanze che circondano la legge sull’estradizione. Nel corso degli ultimi due mesi e mezzo trascorsi dal 9 luglio, le richieste dei manifestanti si sono ampliate per includere le dimissioni dell’amministratore delegato Carrie Lam Cheng Yuet-ngor, la revoca della caratterizzazione delle manifestazioni come “rivolte”, il rilascio di tutti i manifestanti incarcerati e, a livello centrale, un’indagine sulla recente brutalità della polizia.

Una questione chiave per gli hongkonghesi sono le elezioni. Quello che vogliono è la possibilità di eleggere liberamente il CE (Chief Executive, cioè capo dell’esecutivo, una sorta di super-sindaco) di Hong Kong. Secondo il principio “un paese, due sistemi”, gli hongkonghesi dovrebbero essere in grado di governare la loro città senza interferenze, tranne che nei settori delle relazioni esterne e della difesa. Tuttavia, il governo centrale ha cercato di controllare il processo elettorale selezionando preventivamente i candidati. Da quando è stata pronunciata la cosiddetta “decisione del 31 agosto”, una commissione elettorale, considerata fedele a Pechino, sta scegliendo tre candidati e solo questi tre possono candidarsi alle elezioni. È stata questa decisione che ha scatenato la “rivoluzione degli ombrelli” nel 2014.

Escalation e reazione

Fin dall’inizio, le proteste sono state massicce e piuttosto attive. Ai raduni e alle manifestazioni partecipano decine e centinaia di migliaia di persone. In azioni dirette di mobilitazione, i manifestanti hanno rallentato i treni, provocato la cancellazione di centinaia di voli, e hanno eretto barricate nelle strade in tutta la regione. Ci sono state proteste in tutti i 18 distretti di Hong Kong, ad eccezione del distretto meridionale, e gli hongkonghesi residenti all’estero si sono uniti alle proteste in 20 paesi diversi. Mentre le azioni di protesta sono generalmente pacifiche, sono in corso scontri con la polizia, accusata di uso eccessivo della forza. In particolare, i sit-in all’aeroporto di Hong Kong sono rimasti non violenti fino a pochi giorni fa [metà agosto, ndt], quando sono cominciati gli scontri in seguito all’intervento della polizia antisommossa, che ha colpito i manifestanti con spray al peperoncino per aver bloccato i controlli di sicurezza; la folla è stata quindi attaccata dai poliziotti in tutta la città con gas lacrimogeni e manganelli.

È importante sottolineare che c’è stata anche una serie di scioperi in tutta la città, i quali hanno incluso persone dei ceti medi e della classe operaia, dai piloti e dal personale dell’aviazione agli insegnanti, avvocati, ingegneri, operai edili, autisti di autobus, lavoratori al dettaglio, funzionari pubblici e persino dipendenti di Disneyland. Persone di tutte le età – non solo studenti e giovani – hanno partecipato a questi scioperi. Secondo la Confederazione dei sindacati di Hong Kong, il 5 agosto hanno scioperato 350.000 lavoratori: ciò ha fatto scendere la borsa di Hong Kong di quasi il 3% in un giorno.

Prevedibilmente, i funzionari di Hong Kong condannano le azioni come dannose per l’economia, e la stampa borghese in Occidente ci avverte delle conseguenze terribili, pubblicando notizie con titoli come “Le aziende globali danno l’allarme mentre l’escalation delle proteste di Hong Kong infligge un “duro colpo” alle prospettive della città. Che sorpresa: la classe dei capitalisti e i suoi portavoce sono preoccupati per i profitti! La Chief Executive Carrie Lam è più preoccupata per l’impatto negativo di questa ribellione sulle grandi imprese della città – con la maggiore concentrazione di super-ricchi del mondo – che per le paure e i bisogni espressi dai lavoratori. Tra l’altro, un giornalista della CNBC ha curiosamente illustrato il fatto che Lam difenda gli interessi del capitale, quando l’ha accidentalmente chiamata “amministratrice delegata” (sigla CEO in inglese) – invece di “capo dell’esecutivo” (sigla CE)- di Hong Kong, in un lapsus al minuto 2:30 qui.

La linea di condotta del governo capovolge i fatti relativi a chi è responsabile della crisi. Quando ha annunciato che la città era “sull’orlo di una situazione molto pericolosa”, Carrie Lam incolpava i manifestanti per il conflitto, mentre in realtà sono il suo stesso governo e le sue forze militari a rappresentare un pericolo per la sicurezza e i diritti della popolazione. Naturalmente, è stata lei a dare avvio al conflitto, con la sua decisione di cambiare l’attuale politica di estradizione di Hong Kong. In un’altra dichiarazione, Carrie Lam ha ritratto i manifestanti come un gruppo marginale senza alcun interesse effettivo nella società. Secondo lei,

una piccola minoranza di persone (..) non ha avuto scrupoli nel distruggere Hong Kong. Non hanno alcun interesse nella società che così tante persone hanno contribuito a costruire. Ed è per questo che hanno fatto ricorso a tutte queste violenze e ostacoli, causando danni enormi all’economia e alla vita quotidiana delle persone.

Tuttavia, il vero danno alla società di Hong Kong in questo momento è causato dallo Stato. Man mano che le proteste continuano ad evolversi, lo fanno anche i mezzi di repressione. I permessi per le dimostrazioni sono stati negati, i manifestanti sono stati inseguiti dalla polizia in assetto antisommossa, centinaia (più di 700, al 4 agosto) sono stati arrestati e più di duemila persone sono rimaste ferite. La polizia ha sparato gas lacrimogeni e proiettili di gomma per disperdere la folla, anche in spazi confinati come le stazioni della metropolitana. L’11 agosto, una giovane donna è stata colpita da un proiettile della polizia e, di conseguenza, potrebbe rimanere cieca; da allora, le macchie oculari e le immagini di un occhio insanguinato sono diventate simboli della ribellione. Ci sono anche segnalazioni di bande (le cosiddette “triadi”, una delle mafie che operano nella zona) che picchiano i manifestanti con bastoni e barre di metallo. Questi attacchi sembrano avvenire con il tacito accordo o addirittura per volere del governo.

Nel frattempo, la reazione della Cina è diventata sempre più pesante. Pechino sa che la situazione è un problema e ha preso provvedimenti per porre fine ai disordini. Circa una settimana fa, dopo l’arresto di un pilota che aveva partecipato a una protesta, e dopo che il sindacato degli assistenti di volo aveva firmato una dichiarazione di solidarietà con altri dipendenti dell’aeroporto in solidarietà con i manifestanti, la Cina ha chiesto a Hong Kong di sospendere qualsiasi dipendente della compagnia aerea Cathay Pacific sia visto sostenere le proteste. Ci sono state anche campagne di boicottaggio contro le aziende che si sono schierate dalla parte dei manifestanti, e i negozi sono stati vandalizzati dalle forze filogovernative. Al momento, non sembra probabile che la Cina interverrà militarmente e che invece continuerà la sua offensiva propagandistica in attesa che le proteste svaniscano. Allo stesso tempo, gli agenti cinesi hanno iniziato ad operare regolarmente a Hong Kong: i manifestanti hanno sorpreso un agente della polizia ausiliaria cinese e un agente del Ministero della Sicurezza di Stato cinese che si sono infiltrati nelle manifestazioni.

Pechino non si preoccupa di ammorbidire il suo messaggio quando rilascia dichiarazioni che affermano “chi gioca con il fuoco, perirà per il fuoco”, e informa gli honkonghesi che non devono “sottovalutare la ferma determinazione del governo centrale”. Con una svolta piuttosto drammatica, il 1° agosto i militari (la guarnigione dell’Esercito di Liberazione del Popolo di Hong Kong) hanno diffuso un video in cui sono visti condurre esercitazioni e una vera e propria azione militare contro i manifestanti – completa di cannoni ad acqua, spari, carri armati, elicotteri e lanciarazzi. Non ci vuole molto per capire che il filmato di tre minuti è un avvertimento al movimento di protesta del tipo “disperdetevi o useremo la forza”, parole che appaiono sulle insegne tenute in piedi dalle truppe nel video così come dalla polizia per le strade di Hong Kong. Il messaggio poco velato è reso ancora più evidente dal fatto che i soldati del video cantano in cantonese, la lingua più parlata dagli hongkonghesi, mentre i sottotitoli sono in “cinese semplificato” e in inglese.

 

Come l’acqua

Fin dall’inizio, i manifestanti hanno attinto a una vasta gamma di tattiche, tra cui raduni, occupazioni e blocchi di strade ed edifici. Indossano maschere ed elmetti per proteggere i loro identificativi e i loro corpi. Puntano i laser verso le telecamere di riconoscimento facciale. In quello che è stato descritto come un “gioco del gatto e del topo” con la polizia, si riuniscono in una parte della città solo per disperdersi e riunirsi altrove. Hanno colpito diversi obiettivi allo stesso tempo. Si organizzano attraverso i social media e applicazioni di messaggistica come Facebook e Telegram, entrambi bloccati in Cina, ma non ad Hong Kong.

Uno degli slogan che appare alle proteste antigovernative è “Sii acqua” o “Siamo come l’acqua!”. Ispirato alla star del cinema di arti marziali Bruce Lee, questo motto coglie l’essenza di quello che il movimento sta facendo, che ricorda fortemente la filosofia dell’antico consigliere militare Sun Tzu, le cui idee si riflettono anche nelle arti marziali cinesi. In “L’arte della guerra”, il “Maestro Sun” sosteneva che, per vincere una battaglia, si debba mostrare la massima adattabilità, come l’acqua. L’essere malleabile e flessibile fino alla mancanza di una forma, secondo il generale, permette di essere “insondabile” al nemico e quindi di confondere, eludere, aggirare, superare ed infine soverchiare. L’acqua, essendo sia l’elemento più morbido che quello più forte, non ha una forma fissa; si modella in base a ciò che la circonda, cioè alla situazione data. L’acqua è determinata dalle circostanze, ne fa uso e quindi le padroneggia.

Come prova ulteriore di un eco di queste idee, vi è un’”arte” del modo in cui i manifestanti comunicano tra loro e con i loro alleati all’interno e oltre il movimento. I mezzi che usano per comunicare tra di loro, con la popolazione della città e con il resto del mondo, sono stati straordinariamente creativi. Affidandosi alla tecnologia e al materiale fisico nella “battaglia per l’opinione pubblica”, la ribellione distribuisce e diffonde informazioni attraverso manifesti sapientemente progettati, un sistema di linguaggio dei segni per coordinare le catene di approvvigionamento e servizi peer-to-peer come AirDrop. Distribuiscono volantini ai viaggiatori internazionali all’aeroporto, creano i cosiddetti “Lennon walls” e usano l’umorismo e la parodia nelle loro campagne.

Tuttavia, alcune delle lezioni de “L’arte della guerra” non hanno giocato un ruolo importante nelle proteste, come l’importanza centrale dell’organizzazione e della direzione. Naturalmente, un movimento di massa non è un esercito, ma il successo della rivolta può dipendere da come i gruppi coinvolti possono mantenere lo slancio e sviluppare una strategia per vincere. Le proteste sono state descritte come orizzontali e senza leader, il che non è del tutto vero, ma si sono certamente sviluppate certe tendenze anarchiche. Malgrado le proteste siano organizzate da vari gruppi (come il Fronte dei Diritti Umani Civili, una coalizione di ONG pan-democratiche, sindacati, partiti politici liberali),vi sono anche elementi nettamente antigerarchici.

I gruppi che partecipano alle azioni non sono uniti da una piattaforma comune o da un insieme di obiettivi politici, a parte le cinque richieste. L’attivista politico Yu Waipan di Hong Kong attribuisce alla repressione (e al bisogno di anonimato) e alla mancanza di una tradizione sindacale e politica di partito ad Hong Kong l’enfasi deliberata sulla spontaneità e l’organizzazione decentrata. La conseguente assenza di direzione viene identificata da Yu Waipan come un problema maggiore.

I limiti della democrazia borghese

Finora, le proteste hanno avuto un certo successo. La legge sull’estradizione è stata sospesa a tempo indeterminato, ma non ancora ritirata. Tuttavia, Carrie Lam si rifiuta di dimettersi e la Cina si aspetta ancora che tenga la situazione sotto controllo. La sua retorica riflette la riluttanza dell’amministrazione. Quando, alla conferenza stampa del 9 agosto di cui sopra, ha parlato dei manifestanti come di una “piccola minoranza”, ha chiarito che non intendeva prenderli sul serio. Il commento è stato anche ridicolo, visto che è stata costretta da una marcia di quasi due milioni di persone (su una popolazione totale di 7 milioni) a cambiare rotta sulla questione dell’estradizione. Carrie Lam ha anche paragonato gli hongkonghesi a bambini e sé stessa ad una madre, affermando che cedere ad ogni richiesta sarebbe una cattiva lezione da parte dei genitori. Questa analogia è stata subito accolta da una lettera aperta firmata da 44.000 donne, in cui la CE è stata redarguita per la brutalità della polizia contro i “bambini di Hong Kong” e castigata per il suo atteggiamento paternalistico.

È fondamentale sottolineare come i manifestanti non abbiano avanzato particolari richieste economiche. Ciò è sorprendente per una città con i più alti livelli di disuguaglianze in tutta l’Asia, con affitti alle stelle e salari stagnanti. In un luogo che è stato classificato tra i primi tre centri finanziari globali, il divario di ricchezza è al massimo storico degli ultimi 45 anni, un quinto della popolazione è indigente e il tasso di senzatetto è aumentato del 30% negli ultimi cinque anni (il numero reale è probabilmente molto più alto del conteggio ufficiale di coloro che dormono in strada già registrati). Ma anche se a Hong Kong un bambino su quattro e un anziano su tre vivono al di sotto della soglia di povertà, le proteste non veicolano un messaggio anticapitalista. Il messaggio reale dei manifestanti è antigovernativo, anti-autoritario e contro il Partito Comunista Cinese. L’ immaginario utilizzato (dai manifestanti) si basa su Hollywood e sugli stili degli anime, a dimostrazione del fatto che l’orientamento del movimento è verso la democrazia (borghese) occidentale. A dare ulteriore espressione a questo fatto è stata la spiegazione che un gruppo di manifestanti mascherati ha dato in una conferenza stampa martedì scorso, 6 agosto, quando hanno fatto una dichiarazione formale,affermando che la lotta fosse tesa al “perseguimento della democrazia, della libertà e dell’uguaglianza”.

Il governo centrale cinese ha naturalmente già accusato gli Stati Uniti e altri paesi occidentali di celarsi dietro le proteste. Basandosi sull’informazione per cui un membro del consolato americano ad Hong Kong avrebbe incontrato dei manifestanti, tra cui Joshua Wong (uno dei leader della rivoluzione degli ombrelli, rilasciato dal carcere dopo essere stato incarcerato una seconda volta), Pechino sta affermando che una “mano nera” si sia intromessa negli affari della Cina e stia dirigendo i disordini. L’Occidente sta dando denaro a qualche organizzazione coinvolta nel movimento? Certamente. La Confederazione dei sindacati di Hong Kong, anti-militante, ad esempio,che sostiene le proteste ma è generalmente fedele al governo di Hong Kong ed a quello cinese, riceve fondi dal National Endowment for Democracy (Sovvenzione nazionale per la democrazia) degli Stati Uniti, un’operazione governativa che sostanzialmente fa in modo dichiarato la stessa cosa che la CIA ha fatto segretamente: sostenere i movimenti di opposizione contro la sinistra e i sindacati filo-borghesi in tutto il mondo, anche in Nicaragua e Venezuela.

Non c’è dubbio che gli Stati Uniti e il resto del mondo capitalista siano più che grati per questa opportunità di poter mettere negativamente in mostra la Cina agli occhi del mondo. Tuttavia, dire che le proteste sono orchestrate dall’Occidente è ridicolo, così come è assurdo affermare che le proteste di Hong Kong siano uno strumento dell’imperialismo occidentale.

L’amministrazione Trump chiede al presidente cinese Xi Jinping di sedersi con i manifestanti e trovare una soluzione “umanitaria” alla crisi, a meno che non voglia compromettere le prospettive di un accordo commerciale. Certo, l’obiettivo non è quello di schierarsi dalla parte dei manifestanti e della causa delle riforme democratiche, quanto quello di impegnarsi in atteggiamenti più economicamente nazionalisti mentre Trump continua la sua guerra commerciale con la Cina.

La sinistra socialista negli Stati Uniti e altrove dovrebbe sostenere la lotta di massa a Hong Kong perché è una lotta contro la repressione e la violenza di Stato. Nonostante le sue contraddizioni interne, il movimento di protesta di Hong Kong è un movimento democratico che richiede la nostra solidarietà. Se i manifestanti saranno in grado di raggiungere i loro obiettivi immediati rimane una questione aperta, molto dipenderà da Carrie Lam, e dal suo eventuale rifiuto di fare altre concessioni. Ancora più importante, il futuro del movimento dipenderà da come riuscirà o meno a superare gli attuali limiti organizzativi e politici. Se non ci sarà una direzione orientata a sinistra [nel linguaggio politico americano, “sinistra” è un termine più legato a politiche radicali e non di centrosinistra, ndt], o almeno una forte voce socialista, le proteste non potranno andare oltre gli atti di resistenza contro ulteriori incursioni nei diritti civili di Hong Kong.

 

Sonja Krieger

Traduzione da Left Voice