Stamattina, fuso orario di Washington, mentre la Casa Bianca rendeva noto che presto il presidente avrebbe dato presto “un annuncio molto importante”, i media statunitensi già parlavano di un’operazione militare in Siria che avrebbe avuto, come bersaglio, il leader dell’Isis Abu Bakr al-Baghdadi. Dopo la notizia della morte dell’autoproclamato califfo diffusa su Fox News e Newsweek non ha tardato la conferma di Trump.

Al Baghdadi si è fatto saltare in aria e ha ucciso tre dei suoi figli che erano con lui”, spiega il presidente durante la conferenza stampa alla Diplomatic Reception Room della Casa Bianca e aggiunge che con il califfo c’erano 2 mogli che indossavano giubbotti esplosivi e che, malgrado non li abbiano fatti esplodere, sono morte. Tra i superstiti, undici bambini sono stati prelevati dalle forze Usa dal compound di al-Baghdadi. Per fugare ogni dubbio il presidente ha precisato che i risultati dei test del DNA, condotti sul posto del raid dopo aver rimosso le macerie, hanno confermato che il corpo era quello di Abu Bakr al-Baghdadi.

La conferenza stampa ha inoltre gettato una luce parzialmente nuova sulla controversa quanto repentina delocalizzazione delle truppe statunitensi dal momento che, stando alle dichiarazioni, l’ubicazione del leader jihadista era stata scoperta proprio nel periodo in cui gli USA avevano deciso di ritirare le loro forze dal confine siriano. Le truppe in effetti, pur allontanatesi dalla zona di pericolo, non hanno lasciato il territorio siriano (questo vuol dire “delocalizzare”), tanto che ora Trump ha annunciato la volontà di ritirarle non appena riusciranno a mettere “al sicuro il petrolio che c’è in alcune zone”.

Il presidente ha poi dato atto alla Turchia dell’importanza del suo ruolo nella riuscita del raid per aver concesso agli elicotteri militari degli USA di sorvolare ripetutamente il suo territorio. Egli ha inoltre dichiarato che “questo raid è stato impeccabile ed è stato reso possibile grazie all’aiuto di Russia, Siria, Turchia e Iraq e anche dei curdi siriani”. “Nel nostro raid contro Abu Bakr al-Baghdadi – prosegue il presidente – sono stati uccisi molto combattenti dell’Isis” e aggiunge che “nel tunnel era rimasto solo Baghdadi, mentre tutti i suoi seguaci sono stati uccisi o si sono arresi”.

Colpisce come Trump si compiaccia con tutti tranne che con gli altri paesi NATO (Turchia a parte), di cui si fa beffe: “i paesi europei – spiega – sono stati una grande delusione nella lotta all’ISIS” perché non hanno voluto farsi carico dei loro combattenti catturati, riferendosi in particolare a Francia, Germania e Regno Unito.

Con questo raid e con le sue dichiarazioni Trump, sfruttando l’effetto della notizia, sta cercando di cambiare le carte in tavola e di ridisegnare gli equilibri politici fra USA, Russia, Europa, Turchia e Siria, divisi dalla decisione USA di abbandonare la zona del Rojava al confine fra Siria e Turchia. Non bisogna dimenticare che questa mossa spregiudicata ha favorito l’invasione del territorio siriano oltre il confine nord est da parte dell’esercito turco, che ha portato alla morte di combattenti del Rojava e di civili curdi e ha facilitato la fuga di buona parte dei prigionieri custoditi in Rojava (migliaia di miliziani dell’ISIS e loro familiari e sostenitori). Non solo: i combattenti curdi hanno dovuto accettare, scendendo a patti con Assad, la dissoluzione dell’YPG, milizia presente nelle regioni a maggioranza curda nel nord della Siria, mentre Putin e Assad hanno ceduto all’odiato Erdogan 100 chilometri oltre il confine nord-est siriano, territorio dell’amministrazione autonoma Rojava e i curdi sono stati costretti a lasciare i loro villaggi, il tutto senza che nessun paese europeo si schierasse apertamente dalla loro parte.

Se allora Trump si beffa dei paesi europei, noi, da tutt’altro punto di vista, non possiamo non interrogarci sull’impotenza della sinistra italiana ed europea, riformista e non. Non si può negare, per lo meno nel nostro paese, la popolarità mediatica del PKK e del Rojava, né le iniziative di solidarietà promosse da alcune organizzazioni. Eppure nessuno ha potuto fare pressione sugli Stati europei né tanto meno sulla Turchia se è vero che, nel momento di maggiore bisogno, i combattenti curdi si sono trovati in un tragico quanto paradossale isolamento politico. Si può dire che non c’erano i rapporti di forza e ciò è vero, ma è vero anche che i rapporti di forza si costruiscono nel tempo e con una precisa strategia politica. Il fatto che il proletariato nel suo complesso sia stato scarsamente coinvolto ha privato chi in buona fede voleva aiutare il Rojava della possibilità di fare pressione da una posizione di forza, dal momento che ai governi della borghesia un solo giorno di sciopero generale fa più paura che centinaia di presidi di solidarietà.

Intanto i combattenti curdi dopo anni di lotte, morti e resistenza hanno ottenuto soltanto il vano e irridente ringraziamento di Trump per la collaborazione nella lotta all’ISIS.

 

Miriam