Nei luoghi di lavoro, ed in particolare in quelli della logistica e del commercio, di cui ho esperienza diretta, ogni qual volta un preposto cerca un presupposto per sminuire il lavoro svolto da un operaio la risposta da parte del dipendente è quasi sempre quella di cercare una motivazione accondiscendente alla critica fatta. Questo avviene ovviamente per non scontrarsi e non mettersi in una situazione svantaggiosa nei confronti dell’azienda.

Questo porta a pensare che l’essere umano che ricopre un ruolo di “potere” sugli altri sia portato a credere di non sbagliare nelle critiche espresse non essendoci quasi mai contraddittorio della controparte, in questo caso critiche che riguardano lo svolgimento del lavoro da parte dell’operaio.

Questa sicurezza di essere nel giusto, idealistica e spesso contraddittoria, porta chi detiene questo tipo di ruolo di controllo su un gruppo di lavoratori a non tenere in considerazione le condizioni in cui viene svolta una data mansione. Considerando il lavoro del singolo operaio “facile” da svolgere non si tiene mai in considerazione i modi e i mezzi messi a disposizione dall’azienda per svolgere tale mansione.

Il ruolo del preposto è di “responsabile al controllo produttivo dell’azienda” e questo compito lo autorizza a prendere provvedimenti disciplinari se l’operaio da lui gestito non esegue il lavoro impartito e non produce entro i parametri fissati dai padroni dell’azienda, questo è tutto.

La critica al lavoro che l’operaio non è riuscito a terminare senza mai chiedersi se il motivo è il poco tempo datogli a disposizione, oppure a causa di una chiamata in altri reparti per coprire un altro ruolo, causa disorientamento e poca stima di se al lavoratore, dato che la critica viene fatta da un preposto, quindi una persona riconosciuta e incontestabile per la sua maggiore esperienza o autorevolezza.

Questo metodo persuasivo viene utilizzato spesso e se il lavoratore cade nella trappola e si fa influenzare sarà portato a produrre più freneticamente cercando il modo di non farsi riprendere nuovamente nonostante il problema non sia la sua scarsa “qualità” come lavoratore. Il risultato sarà che ogni volta che lo riterrà opportuno il preposto utilizzerà questa manovra per sminuire il lavoro dell’operaio ed aumentare la produzione.

Questo è il gioco, apparentemente banale ma funzionale, che i padroni applicano per accrescere i propri interessi produttivi (utilizzando “propri uomini” fra i lavoratori “normali”), insomma per produrre di più ed in meno tempo, sfruttando la paura di un richiamo o delle ripercussioni ad esso legate.

Questa dinamica denota che uno dei principali problemi dello svolgimento corretto delle mansioni senza pericolo di incidenti sarebbe di far mantenere un ritmo di lavoro corretto e costante, non superare un certo orario di lavoro giornaliero ed avere un numero di lavoratori idoneo e non sproporzionato alla mole di lavoro richiesto. Ebbene tutte queste condizioni, essendo causa di costi aggiuntivi da parte dell’azienda, vengono totalmente o in parte disattese.

Nei supermercati, per esempio, non è raro che lo stesso lavoratore ricopra più reparti, maneggi migliaia di euro nel momento dell’arrivo dei camion porta valori, sollevi di media da 150 a 300 colli in un turno di sette ore e deve affrontare l’arrivo della merce in orari altalenanti. Quest’ultima questione, a causa anche della pressione del preposto di turno e per la frenesia generale che esso genera forza i lavoratori a ritmi stressanti che aumentano il rischio di farsi male, tutto per cercare di sopperire al ritardo dell’arrivo della merce e “soddisfare la clientela”.

Ho parlato di commercio e logistica ma la classe operaia nel suo insieme ogni giorno vive queste dinamiche. In questa società comandata dalla borghesia gli operai , in particolare chi non ha un contratto di lavoro a tempo indeterminato e che quindi ha minori garanzia di non essere licenziato (anche se il Jobs Act a firma Renzi ha indebolito anche la posizione dei lavoratori stabili), sono costretti a sottostare alla continua minaccia dell’azienda di turno. Interessante, tra l’altro, che proprio il Partito Democratico (la “sinistra” borghese) abbia sfornato leggi peggiorative anche, se non soprattutto, per quell’elettorato, composto da lavoratori e lavoratrici, che vedeva tale partito come una formazione di sinistra e dalla loro parte.

Il lavoratore, per riprendere parola in questo sistema che lo vuole schiavo e senza diritti e che si dota di tutti i cavilli per colpirlo nella propria stabilità economica, ha l’unica possibilità di ricostruire l’organizzazione operaia a tutti i livelli, sindacale e politico, e lottare per migliorare la propria condizione immediata spesso oggettivamente difficoltosa se non drammatica. Fino ad allora chi lavora sarà sempre considerato solo come mera merce, come un oggetto funzionale al capitalismo.

Solo organizzandosi, utilizzando la solidarietà fra colleghi, sindacalizzandosi e comprendendo le manovre del padrone per contrastarle i lavoratori potranno riavere voce in capitolo sulla propria vita e respingere i piccoli e grandi attacchi che la borghesia gli sferra ogni giorno.

Vanja