Laddove il conflitto sociale langue, ci s’ingegna in nuove formule, nomi e slogan diversi che però definiscono la solita cosa: il popolo della sinistra si tramuta in popolo delle sardine.
Così in un piovoso lunedì sera, ieri, circa 7mila persone, rinominate appunto
sardine, hanno occupato la piazza principale di Modena contro la presenza del leader della Lega Matteo Salvini. Il flash mob è stato organizzato attraverso Facebook per chiamare in piazza “la società civile senza bandiere di partito”. Indubbiamente la manifestazione è stata un successo anche e soprattutto mediatico, capace di oscurare la campagna elettorale del primo partito italiano, ovvero la Lega; il punto di fondo però è un altro.
Dieci giorni fa a Roma s’è svolta una
manifestazione nazionale promossa da movimenti per la casa, sigle sindacali di base, partiti e gruppi politici provenienti da tutta Italia; un corteo che rivendicava in particolare l’abolizione delle leggi e dei provvedimenti in materia di sicurezza e immigrazione promulgate dai vari Minniti&Salvini e dell’attuale Ministro degli Esteri Luigi Di Maio, la lotta contro gli sgomberi in difesa degli spazi abitativi e sociali riappropriati, per la regolarizzazione generalizzata e permanente dei migranti senza permesso di soggiorno e per l’accoglienza.
In termini prettamente numerici c’è poca differenza tra la piazza emiliana e il corteo di Roma: sono differenti i connotati politici, quello sì, ma sarebbe illusorio nascondere dei dati di fatto abbastanza palesi, poiché le realtà che hanno promosso la manifestazione nella capitale, un anno fa erano state capaci di portare sempre a Roma
quasi ventimila persone; ai tempi la Lega governava assieme ai 5 Stelle mentre ora è il Partito Democratico a farlo con i pentastellati. Al posto dell’egocentrico Salvini abbiamo oggi un prefetto in carriera, ovvero Luciana Lamorgese, quindi che cosa è cambiato? Quali strutturali discontinuità ha il nuovo governo con il precedente?
Il PD ancora oggi gode di un’egemonia assoluta su un ampio settore di
popolo della sinistra, anche su un intero spettro di organizzazioni “alla sua sinistra” le quali non propongono politiche in reale rottura con la retorica social-liberale che un qualsiasi Zingaretti o Bersani può riciclare.
Un’egemonia che allo stato attuale risulta schiacciante per quei gruppi politici e per quelle componenti sindacali di base che abbiamo evocato, ed è questo il dato sui cui bisogna riflettere in modo molto serio.
Dinnanzi ad una nuova imminente stretta repressiva, il proletariato si trova sguarnito o comunque incapace di controbattere a dovere, diviso tra allettanti richiami xenofobi e riformismi avariati, mentre quelle sinistre anticapitaliste già pesantemente marginalizzate rischiano un ulteriore marginalizzazione; si tratta quindi di aprire nuovi spazi di confronto, di prendere coscienza della realtà, accantonando una volta per tutte quell’alterigia spropositata perché in questa fase non esiste una sola sigla che si può definire dominante, nemmeno fra la “nostra” nicchia, figuriamoci tra i movimenti reali più larghi.
In pratica si tratta di opporre al rigurgito xenofobo-nazionalista e agli ipocriti richiami pacificatori della borghesia “democratica” un pensiero più forte, una strategia ben congegnata determinata a stanare le svariate forme di dominio capitalistico, compito a dir poco gravoso ma obbligatorio e di lungo respiro. Le piazze spoliticizzate con qualche Bella Ciao di sottofondo rappresentano il segno dei tempi, ma possono, anzi devono fungere da stimolo per sviluppare una profonda autocritica giacché la “pace terrificante” evocata da De André in uno dei suoi tanti capolavori ci sta presentando il conto.

Roger Savadogo