La Federal Reserve System (Fed) americana ha avviato una massiccia manovra finanziaria per immettere liquidità nei mercati, mentre le borse di tutto il mondo rischiano di crollare a causa del coronavirus. Con l’aggravarsi della pandemia, la prossima recessione sembra ormai sempre più vicina.


In questi giorni d’emergenza, il quadro che emerge dalla situazione italiana è piuttosto chiaro: il sistema sanitario è impreparato e il tessuto produttivo a dir poco instabile, sicuramente insicuro a fronte della diffusione del contagio, mentre il governo continua a proteggere i profitti dei grandi industriali, ignorando i rischi che questo comporta per quelle persone che sono ancora costrette ad andare a lavoro. L’impatto di questa crisi sanitaria ha già cominciato a farsi sentire pesantemente a livello internazionale, influenzando gli equilibri economico-commerciali.

Un esempio eclatante l’abbiamo visto nella giornata di giovedì scorso, quando la Fed, la banca centrale degli USA, ha concesso prestiti alle banche di Wall Street per una somma pari a 1,5 trilioni (migliaia di miliardi) di dollari. La manovra è stata eseguita allo scopo di rassicurare gli investitori di fronte all’esponenziale e repentino calo di valore di azioni e titoli di stato a seguito della diffusione globale del coronavirus.

L’effetto di questa massiccia immissione di liquidità è stato pressoché nullo; un rialzo quasi impercettibile dell’indice Dow Jones – che pochi giorni prima aveva già toccato il suo minimo storico – dissoltosi nell’arco di mezz’ora. Questi prestiti, inoltre, rientrano in quella serie di operazioni che fanno parte del cosiddetto repo market, il mercato dei contratti a breve termine di riscatto. L’accordo che la Fed ha stretto con le banche prevede infatti una scadenza di 3 mesi. Riesce quindi difficile immaginare, data la situazione di crisi globale, una restituzione puntuale e completa, pur tenendo in considerazione i tassi d’interesse agevolati. Risalgono a ieri sera le dichiarazioni dei dirigenti della Fed che si sono detti disposti ad azzerare gli interessi su questi prestiti.

Quest’ultimo elemento potrebbe mettere a serio rischio gli equilibri di Wall Street, il cui crollo nel 2008 era stato causato, fra le altre cose, anche da diversi abusi all’interno del repo market. Le similitudini con la più recente crisi finanziaria, del resto, sono molte, forse troppe. Anche in quell’occasione la Fed era intervenuta con prestiti plurimiliardari per allentare il crollo del mercato azionario, prestiti il cui riassorbimento portò a regimi di austerity, tagli al welfare, compressione dei salari e disoccupazione. Dall’altra parte dell’oceano, nel frattempo, le dichiarazioni della nuova presidente della Bce, Christine Lagarde, fanno esplodere lo spread, rievocando ulteriormente la memoria dell’ultima crisi finanziaria. Con l’aggravarsi della pandemia, la prossima recessione sembra ormai sempre più vicina.

I più noti esponenti della politica istituzionale progressista in America, Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, hanno già fatto notare quali riforme sarebbe state possibili con la cifra prestata dalla banca centrale: sanità pubblica universale, università gratuita per tutti e cancellazione dei debiti studenteschi. Tutte riforme urgenti e necessarie, che buona parte del paese attende ormai da anni. Ancora una volta quindi gli indici di mercato vengono anteposti alla salute e al benessere delle classi popolari, dimostrandoci quanto siamo tutti sacrificabili sull’altare dei profitti.

La risposta di una vera sinistra di classe, rivoluzionaria, non può fermarsi però al rimpianto per le riforme perdute, né può incappare nei limiti politici di movimenti come Occupy Wall Street, che pure sono sorti in situazioni simili a quella che stiamo vivendo adesso.

La nostra priorità deve essere appoggiare ed intensificare quelle lotte e quei processi di autorganizzazione operaia e popolare che inevitabilmente emergeranno in momenti di crisi, erodendo il potere astratto dei giochi della finanza e mettendo sul tavolo degli equilibri internazionali l’agenda della classe lavoratrice.

 

Marco Duò