La diffusione dell’infezione del Coronavirus ha accelerato e approfondito i sintomi di crisi finanziaria e recessione a livello globale, con forti effetti sugli Stati Uniti. Parallelamente alla politica espansiva della Fed, il Parlamento ha discusso un pacchetto di “stimolo” all’economia.


Posta di fronte a una prossima recessione, la classe borghese statunitense, e i capitalisti ad essa asserviti, stanno lavorando senza sosta per salvaguardare i propri profitti e la loro ricchezza, e per mantenere intatto il proprio sistema. Ma nessuna delle loro misure di “salvataggio”, di cui sentiamo parlare ogni giorno, serve per salvare gli interessi della vasta maggioranza dei lavoratori, e di tutti coloro che affrontano e affronteranno i rischi economici maggiori della pandemia del coronavirus.

Mentre questo articolo viene steso, l’amministrazione Trump è al lavoro per creare misure legislative per un “emergency stimulus”, da far approvare in Congresso e da far firmare al Presidente. La sera del 17 marzo, il “pacchetto” è diventato via via più complesso, man mano che venivano aggiunte sempre più misure “d’emergenza”. Come riportato da Politico, stava apprestandosi a “gonfiarsi verso il trilliardo di dollari, ovvero il più grande provvedimento di salvataggio della storia americana contemporanea, tutto mentre una marea di rappresentanti delle grandi aziende, in ginocchio, invadeva l’ufficio della Casa Bianca, e l’economia ristagnava per colpa del coronavirus”.

Diamo un’occhiata alle proposte fatte e andiamo dritti al sodo: chi vanno a sostenere, queste misure? Il punto di partenza della risposta è comprendere che, in tutti i casi possibili, queste misure necessitano dei nostri soldi, i quali vengono spartiti tra i padroni — e solo una minuscola parte torna nelle nostre tasche. Il governo, di per sé, non ha alcun denaro “suo”. Punto, e basta. Ciò che ha proviene direttamente da noi. Per prima cosa, da osservare sarebbe il pacchetto di proposte inviato dal Congresso al Senato la scorsa settimana — malattia retribuita, scorte di cibo d’emergenza, test gratuiti per il virus. I Repubblicani hanno già ridotto considerevolmente queste richieste, togliendo quasi del tutto la malattia retribuita, che già copriva soltanto un quinto di tutti i lavoratori. “È welfare, puro e semplice”, ha affermato almeno un repubblicano, ma il leader della maggioranza al Senato Mitch McConnell ha sbottato: tappatevi il naso e votatelo”.

È ciò che hanno fatto [ieri] 18 marzo, ma il piano proposto da Nancy Pelosi non avrebbe mai potuto salvare il capitalismo. Ed ecco che arriva l’ultima proposta — una mossa disperata per arrestare la recessione.

Disperazione capitalista

La prima, e più facile da sbrigare, è inviare assegni. Nella tarda mattinata del 18, il Dipartimento del Tesoro ha annunciato di voler dispensare 250 miliardi di dollari in pagamenti diretti ai contribuenti, a partire dal 6 aprile, con un possibile, eventuale secondo giro il 18 di maggio. Questi assegni sarebbero inviati a ciascuna persona per avere un minimo di potere d’acquisto e permetterci di comprare qualcosina e di pagare le spese ordinarie.

La popolazione U.S.A. si aggira attorno alle 330 milioni di persone. Questo “fondo” significherebbe poco meno di 700 dollari a testa. Ma non è così che funziona. Una famiglia di sei persone, con due adulti, riceverebbe la stessa quantità di denaro di un individuo single senza figli [un meccanismo non molto distante da quello del reddito di cittadinanza in Italia, ndt]. L’idea che il governo possa far arrivare questi assegni a tutti, poi, è francamente

ridicola. Per non parlare del fatto che non basta in alcun modo a coprire le spese della maggior parte delle persone a prescindere dalle loro circostanze; in questo contesto, infine, moltissima gente sta perdendo in fretta il proprio reddito, e ciò vuol dire che alle spese passate se ne stanno sommando già di nuove. E il 6 aprile cade tra poco più di tre settimane!

Cos’altro c’è, nella proposta del Tesoro? Altri 200 miliardi di dollari in “sostegno alle industrie”, con 50 miliardi esclusivamente per le compagnie di volo. Queste aziende non sono le uniche che bramano i soldi dei contribuenti. Come indica l’Associated Press, “uno squadrone composto da aziende piccole e grandi — compagnie di volo, catene di alberghi, rivenditori all’ingrosso, e anche molti casinò — è in fila per l’aiuto sperato.”

Alcuni report anticipano la misura di bonus per i manager, ma se pensate che i dirigenti andranno a soffrire quanto la classe operaia, si può dire che state sognando a occhi aperti.

Trump, poi, non riesce a contenere la voglia di infilarci un taglio alle tasse, di cui parla da quando la crisi è partita, e che gli sembra fondamentale per la sua campagna di rielezione. Il 10 marzo ha proposto un taglio alla tassa sui salari “che duri quantomeno fino a dopo le elezioni, come riportato da NBC News. Le tasse sui salari, ben distinte dalle tasse sui redditi in generale, sono deduzioni che vengono dai salari individuali per finanziare i servizi di sicurezza sociale, e vengono materialmente corrisposte dai datori di lavoro.

Si tratta di un paracadute per gli imprenditori che andrebbe solo a danneggiare sul lungo periodo gli operai più esposti. Ovviamente, andrebbe ad applicarsi soltanto a quegli operai che lo percepiscono, un salario. Sarebbe del tutto insignificante, ad esempio, per coloro che si troveranno ad essere licenziati nei prossimi mesi. Su un piano strutturale, come indicato da uno studio fondato sul Penn Wharton Budget Model (PWBM), non sfiorerebbe neanche quelle famiglie a basso reddito che ancora uno stipendio lo hanno. “Le famiglie nella fascia del 20% di reddito più basso, ossia anche quelle più propense a spendere i propri risparmi ottenuti tramite detrazioni fiscali, riceverebbero solo circa il 2% di questo taglio…” e “solo il 33% di questo gruppo riceverebbe anche solo un minimo taglio alle proprie imposte reali, in quanto moltissimi di questi nuclei non percepisce salario, né reddito alcuno, e dunque non si trova a pagare la tassa sui salari, così come pensata dal sistema attuale.”

Non è chiaro se il Congresso sarà disposto ad accettare questa parte del piano, ma una gran parte delle altre misure è rivolta interamente alla tutela della borghesia. Il 15 marzo, infatti, la Fed ha predisposto un nuovo piano di prestiti, il “Commercial Paper Funding Facility”, per assicurarsi che le grandi aziende abbiano accesso a liquidità extra. Il Tesoro ha disposto altri 10 miliardi dal Fondo per la Stabilizzazione di Scambi. Ribadiamo il concetto: sono nostri soldi.

Il punto fondamentale del discorso si racchiude in una dichiarazione di Richard Prisinzano, direttore dell’analisi di policy al PWBM, rilasciata a Yahoo! Finance. La proposta di Trump “è orientata verso l’alto.”

Ancora e ancora déjà vu

Di fronte a una pandemia globale che sembra stia per gettare il mondo in un disastro economico per la stragrande maggioranza delle persone per molto tempo a venire, i capitalisti stanno concentrandosi senza sosta a creare soluzioni ad hoc per tutelare la propria proprietà e il loro status quo, mantenendo in salute il flusso costante di denaro globale nella direzione di un insieme ristretto di individui; tutto questo, ovviamente, gettando quel poco di osso che basta alle masse per trattenerci dal prendere ciò che ci spetterebbe.

Ci siamo già passati, e neanche troppo tempo fa. Nelle parole della leggenda del baseball Yogi Berra: “It’s like déjà vu all over again” [“è come un déjà vu, ancora e ancora”]. Correva l’anno 2008, e il 15 settembre la Lehmann Brothers —ossia la quarta banca d’investimento più grande degli Stati Uniti — andava in bancarotta. Colava a picco come il Titanic, e i suoi clienti erano tutti intenti a rimanere a galla, dopo una raffica di svalutazioni delle azioni da parte delle agenzie di rating. Le conseguenze immediate di tutto ciò, poi, sono concretizzatesi nel collasso dei mercati di tutto il mondo.

Proprio come le prime vittime del coronavirus, a Wuhan, la Lehmann è stata la prima vittima di un virus letale. Come il COVID-19, si trattava di un agente virale che si moltiplica nel corpo degli individui ospitanti. Ma nel 2008, l’individuo ospitante era il sistema capitalista globale, e il virus, nello specifico, era generato non organicamente, ma dalla speculazione capitalistica, e dagli eccessivi rischi intrapresi nell’investimento spasmodico sui mutui subprime. La Lehman è stata solo il proverbiale “canarino nella miniera”: il suo tracollo improvviso, come un fungo orripilante, si è solo espanso in una crisi bancaria internazionale, risolta solo dagli immensi aiuti statali alle istituzioni finanziarie — giustificati sulla base del concetto di “too big to fail” [“troppo grandi per fallire”] promosso dalla classe dirigente statunitense. Seguì, poi, una svolta economica negativa su scala planetaria, un periodo che oggi conosciamo come la “grande recessione” — un periodo di declino economico, descritto dall’FMI come “la più profonda crisi economica dai tempi della Depressione”. Ad oggi, la maggior parte degli economisti è concorde nel considerarla come la seconda delle più terribili recessioni della storia documentata.

L’argomentazione del “too big to fail” è una delle preferite dei capitalisti. In sostanza, afferma che ci sono alcuni “giocatori” nel grande gioco dell’economia, ossia multinazionali e istituzioni finanziarie, che giocano un ruolo centrale, e sono così legate a così tanti aspetti dell’economia globale che, nel caso fossero lasciate al collasso, il riverbero del crollo potrebbe potenzialmente mettere in ginocchio l’intero sistema, con perdite devastanti. Queste istituzioni finanziarie muovono le leve e gli armeggi dell’economia capitalista: controllano i debiti nazionali, finanziano i principali progetti dei capitalisti; sono coloro che offrono i principali prestiti a interi settori industriali. Ma soprattutto, sono il centro di potere che permette a quella microscopica frazione della popolazione globale che mantiene il controllo della maggioranza delle risorse di restare in cima alla montagna, sia essa monetaria o nel campo delle “risorse materiali”, qualunque esse siano.

Il fallimento, a dir loro, non è un’opzione. In una crisi, necessitano della protezione governativa, non solo nella forma di politiche economiche ad hoc, ma anche direttamente nella forma di iniezioni di liquidità monetaria governativa. Come abbiamo già sottolineato, però, i governi non hanno soldi loro. Quel denaro è nostro. Questa iniezione è arrivata alla Lehman quasi immediatamente, sotto forma del famigerato “Emergency Economic Stabilization Act of 2008”, approvato il 3 ottobre di quell’anno. I settecento miliardi del provvedimento vennero usati per acquistare i titoli garantiti da ipoteca che rischiavano di andare in default, deresponsabilizzando le banche, gli hedge fund e i fondi pensionistici che prima ne erano in possesso, in uno sforzo collettivo diretto verso lo stabilimento di una rinnovata fiducia nel sistema bancario mondiale, e verso la fine della crisi finanziaria. Ma non è finita: si andò verso il bailout [salvataggio] della più grande compagnia di assicurazione del mondo, AIG, con un investimento di 68,7 miliardi di dollari, e un altro di 80,7 miliardi per salvare le tre principali aziende automobilistiche (Ford, General Motors e Chrysler).

Ancora una volta, ci si è giustificati dicendo “too big to fail”. Non possiamo permettere ai riverberi della crisi di distruggere l’economia capitalista mondiale. Tralasciando, però, che un intervento governativo di questo tipo va in netta contraddizione con la popolare opinione diffusa dalla borghesia secondo la quale dobbiamo lasciar lavorare in autonomia il mercato, queste nuove infusioni di denaro dei contribuenti servivano ad assicurare che i giganti del capitalismo potessero continuare a generare profitto, spartito in seguito tra i loro investitori (tutti, ovviamente, parte integrante di quella stessa frazione della classe dirigente che tutto ciò ha provocato). Il fatto di mettere in salvaguardia una misera quantità di posti di lavoro era un “di più”, non la motivazione centrale di questi interventi, come non lo era la messa in sicurezza di una parte della classe operaia americana che, ad esempio, rischiava di vedere le proprie case pignorate, e quindi di trovarsi ad affrontare una vita in mezzo alla strada. La gran parte di quei soldi è finita nelle tasche dei più ricchi.

Già da prima che l’inchiostro si fosse asciugato, i banchieri e i manager della finanza stavano parlando dei bonus che avrebbero ricevuto per aver “salvato” l’economia e le loro aziende — tutto, sempre, ovviamente, con i nostri soldi.

Ci troviamo ancora nella stessa situazione.

E ora?

È in questi momenti che l’inabilità e la mancata volontà del capitalismo nel risolvere i problemi posti di fronte alla maggior parte del mondo diventano immutabili. La protezione della proprietà privata, dei profitti, della diseguaglianza, se fa parte dell’equazione, dà come risultato morte e devastazione. Molti soffriranno la fame, anche si potrebbe nutrirli. Molti avrebbero potuto mantenere un tetto sulla propria testa ma verranno sfrattati dalle proprie case. Molti che si potrebbero salvare moriranno.

Il 17 marzo, Left Voice ha proposto “Un programma d’emergenza in 10 punti per affrontare l’epidemia di Coronavirus negli USA”. In essa, vengono delineate misure basilari per “affrontare l’emergenza sanitaria, rispondere alle necessità delle famiglie della classe operaia e provvedere alla continuità di reddito e alle condizioni di vita della maggioranza della popolazione”. È vero, si tratta di una “mobilitazione simil-bellica”, ma dev’essere effettuata nell’interesse della classe operaia, e non dei padroni.

La crescita esponenziale del numero degli infetti significa che il tempo sta scadendo. Se mai ci fosse un momento per porre fiducia ed energia nelle nostre abilità, come classe sociale, nella capacità di prendere in mano i problemi per conto nostro ed emanciparci da un sistema che, letteralmente, ci pone la morte sull’uscio di casa, è proprio questo.

Scott Cooper

Traduzione di Luca Gieri da Left Voice

Note

1. Fondo Monetario Internazionale, “World Economic Outlook – aprile 2009: Crisis and recovery”, 14 aprile 2009.