Possiamo vedere la pandemia del Coronavirus come una lente d’ingrandimento “sui generis” che riesce a esasperare i particolari di ogni singola vicenda sociale e, allo stesso tempo, siccome tali singole vicende sono estese al mondo intero, ci fornisce una visione d’insieme sul fallimento completo del sistema economico dominante: il capitalismo.


Non solo nel ristretto campo dei socialisti rivoluzionari, i commentatori della scena politica e sociale mondiale sono costretti ad ammettere che ci sono fenomeni e tendenze di crisi in corso che non si limitano al campo sanitario, all’epidemia di Coronavirus in sé. Gli intellettuali e i politici dipendenti dalla classe dominante vedono le potenziali anti-operaie e di repressione della masse popolari che questa crisi offre, ma non possono nascondere la preoccupazione per l’instabilità che il capitalismo come sistema mondiale mostra sempre più in questi ultimi mesi segnati dalla pandemia.

Anche i più accaniti sostenitori del libero mercato oggi si riscoprono statalisti. Queste mummie, invece di rinchiudersi in un più decoroso silenzio, fanno capolino in ogni trasmissione televisiva, in ogni articolo di giornale, in ogni intervista radiofonica: sono il canto del cigno di un sistema in putrefazione, nemico della vita.

Noi non veniamo qui a fare discorsi moralisti, non distinguiamo fra un capitalismo buono o etico e uno cattivo; per intenderci, il discorso riguardo il capitalismo finanziario (cattivo) e il capitalismo produttivo (buono), discorso tanto amato da diversi intellettuali sinistroidi e dal loro seguito.

Siamo ad un punto di svolta: i sostenitori dello status quo faticano, e non poco, a trovare argomenti per difendere il sistema. Usano menzogne, mezze verità, luoghi comuni, rispolverano il mito della patria, dell’unità nazionale, del “siamo tutti sulla stessa barca” dimenticando che quando affondò il Titanic gli unici che si salvarono furono i viaggiatori di prima classe, mentre i poveracci morirono come topi.

Con la crisi, è sempre più evidente la potenzialità della classe lavoratrice; per anni ci hanno raccontato la favola dello smart work, del telelavoro, della fine della classe operaia, ma mai come ora balza gli occhi che hanno bisogno delle nostre braccia, dei nostri occhi, delle nostre gambe, del nostro cervello, della nostra forza per far andare avanti la baracca: se gli operai non producono ventilatori, mascherine, materiale sanitario, e molti altri beni di prima necessità, la pandemia può portare a una catastrofe di dimensioni colossali.

Gli industriali che su questo lavoro fanno profitto senza lavorare, e tutto il loro seguito di “potenti” e notabili, sono i veri untori del genere umano, sono portatori asintomatici di un virus che infesta il pianeta terra da troppo tempo.

Impediscono alle persone di uscire di casa (giustamente) per contrastare la diffusione della malattia, ma allo stesso tempo costringono uomini e donne a lavorare in ambienti dove la distanza sociale viene garantita solo sulla carta e i dispositivi di sicurezza scarseggiano o a volte non sono proprio presenti.

Possono permettersi quanti tamponi vogliono, mentre sono negati agli operatori sanitari in prima linea.

Possono farsi un’allegra quarantena in ville con parchi tanto grandi che fanno provincia, mentre ci sono esseri umani senza un tetto sulla testa o, bene che vada, costretti in loculi di 25 metri quadrati.

Dev’essere così per forza, per sempre? No!

Smette di essere così se smettiamo di vedere i nostri pari lavoratori come competitor, rivali, sul posto di lavoro e nella società: se li vediamo come esseri umani con i nostri stessi bisogni. Se vediamo i capitalisti come coloro che ci costringono a vivere vite misere per garantire i loro privilegi.

Chi ti ha prima lobotomizzato e poi imbottito il cervello di egoismo, chi ti ha raccontato la favoletta del self made man, del sogno americano (per inciso, vai a vedere come se la spassa la classe operaia nel paese della libertà) ora costoro, terrorizzati dal tuo risveglio, provano ancora a convincerti che questo mondo non sarà perfetto, ma è l’unico possibile.

Ebbene, il rumore delle unghie che graffiano gli specchi lisci sui quali hanno tentato l’ultima arrampicata da provetti free climbers, tale rumore sarà l’ultimo che sentiremo prima di vederli precipitare nell’abisso. Ma questa volta saranno loro soli a cadere, perché finalmente avremmo tagliato quella catena che ci teneva in cordata.

Allora sì, frantumeremo quegli specchi dietro i quali si nasconde la vita vera.

 

Martin Circo