Pubblichiamo in anteprima online l’editoriale di Egemonia #6, che sarà disponibile online sulla Voce delle Lotte la prossima domenica e in versione cartacea nel mese di novembre. Lo scorso 22 ottobre si è compiuto il primo anno della XIX legislatura e del governo Meloni: cosa rappresenta e cosa fa la destra al governo? Che bilancio possiamo trarre del suo primo anno in carica? Quali possono essere i cardini della lotta del movimento operaio e degli oppressi contro Giorgia Meloni e colleghi?


Nell’editoriale del numero 4 di Egemonia tratteggiavamo una prima caratterizzazione del governo Meloni, all’epoca appena insediatosi. Dopo un anno è tempo di definire meglio alcune ipotesi, verificarle e analizzare nuove prospettive. Come scrivevamo, il governo a guida Fratelli d’Italia rappresenta in misura maggiore rispetto ai precedenti “un pulviscolo di mezze classi composto da albergatori, ristoratori, balneari, tassisti, proprietari di piccole attività, commercianti e alcuni settori di classi medie professionali”. In questo solco è evidente anche un occhio di riguardo per le frazioni più ‘labour-intensive’ (cioè più basate sulla forza-lavoro e meno sul capitale fisso) e frammentate della borghesia: turismo, agro-alimentare e costruzioni. Alla luce di questa costellazione, che costituisce la base sociale della maggioranza, va identificato il contenuto di classe della canea contro i poveri, dell’odio nei confronti della comunità LGBT+, dei giovani e degli immigrati: favorire le divisioni nella classe lavoratrice e al contempo appoggiarsi al senso comune di vasti strati ‘medi’, resi particolarmente idrofobi dalla crisi-covid. 

Non va comunque dimenticato come la Lega – il partito più ‘antico’ dell’arco parlamentare – abbia nel tempo costruito rapporti importanti con la grande industria del nord, integrata nei settori a medio-alto valore aggiunto nelle catene del valore, ma anche con il capitale finanziario e i grandi gruppi transnazionali (spesso, in Italia, aziende a partecipazione statale come Eni e Leonardo). Queste sono le frazioni dominanti del grande capitale nel capitalismo contemporaneo, quelle che definiscono concretamente la base e il carattere di classe di qualsiasi governo borghese, a prescindere dalla sua base sociale. Per farlo, oltre a rappresentare i settori più forti economicamente, ad avere il predominio ideologico nei media, nelle università ecc., esse si appoggiano ad alcuni ministeri chiave, come quello dell’economia, dove non a caso siede il leghista Giorgetti, uomo di banca Intesa; quindi alla Presidenza della Repubblica (in assenza di un tecnico come Draghi alla presidenza del consiglio) e alle istituzioni europee, in particolare la Commissione Europea e la Banca Centrale Europea.

Sul piano delle politiche economiche, il collante principale del blocco sociale (base di classe + base sociale) dietro la maggioranza di destra sono gli attacchi alle fasce popolari più precarie e marginalizzate. Oltre alle misure di cui abbiamo già scritto, come il taglio al reddito di cittadinanza, è significativo in questo senso l’aggiornamento del PNRR concluso ad agosto per ottenere la terza rata da Bruxelles. Nel nuovo testo, insieme agli stanziamenti già previsti da Draghi per le aziende maggiori (tramite i fondi per l’acquisto di nuove tecnologie), vengono infatti introdotti incentivi a pioggia anche per le micro-imprese. Nel frattempo, si procede con un taglio di circa 15 miliardi ai comuni, una parte non indifferente dei quali destinata a piani di rigenerazione delle periferie delle principali aree metropolitane. È inoltre interessante come sia stata giustificata la misura: per spendere quei soldi sarebbero stati necessari ulteriori importi non coperti dall’Europa e volti a finanziare decine di migliaia di nuove assunzioni. In questo modo, da un lato si sono soddisfatti i desiderata di Confindustria e della grande finanza (sempre preoccupate dagli eccessi di spesa quando non finiscono direttamente nelle loro tasche), dall’altro – a scapito dei disoccupati – si risparmiano fondi per ulteriori misure destinate a consolidare il sostegno piccolo-borghese del governo, come la flat tax.  

 

Contraddizioni in seno al governo tra crisi e ritorno dell’austerità

Le contraddizioni all’interno del blocco sociale dell’esecutivo non sono però mancate. Si pensi all’eliminazione del super-bonus edilizio introdotto dal Conte II: se il provvedimento ha liberato risorse per futuri provvedimenti bandiera della destra, esso è in fondo un sacrificio degli interessi piccolo borghesi a quelli della grande finanza (la giustificazione sono state le solite esigenze di sostenibilità del bilancio pubblico). Di segno opposto, ma comunque degno di nota, il prelievo molto modesto sugli extra-profitti delle banche di questa estate. Si tratta di una misura una-tantum che non intaccherà di un millimetro lo strapotere di Unicredit, Intesa ecc. (in barba alla propaganda interessata dai grandi media controllati dagli stessi istituti finanziari colpiti). Tuttavia, essa rappresenta un interessante esempio delle tensioni profonde che solcano la maggioranza; tensioni che con tutta probabilità peggioreranno man mano che la situazione economica andrà deteriorandosi, un elemento che un anno fa segnalavamo come di prospettiva, ma che oggi è un dato di fatto.

Di fronte all’impennata dell’inflazione, negli ultimi mesi le principali banche centrali, e in primis la FED e la BCE, hanno messo in campo il più rapido aumento dei tassi d’interesse da quarant’anni a questa parte. Non a caso, l’FMI ha rivisto al ribasso le prospettive di crescita dal 2023 al 2024. Questo, in un contesto in cui, per effetto delle enormi espansioni fiscali e monetarie pandemiche, il debito mondiale ha raggiunto nuovi record. L’aumento dei tassi rende perciò sempre più fragili i mercati finanziari, e in particolare quelli dei paesi emergenti. Qui stiamo infatti assistendo a una serie di svalutazioni vertiginose (in Turchia ed Egitto, ad esempio) e situazioni sull’orlo del crack (si pensi alla Tunisia, per rimanere nel Mediterraneo, o all’Argentina). Se diversamente dal periodo pre-crisi 2008 i principali istituti finanziari occidentali rimangono relativamente solidi (tra le ragioni che hanno scongiurato un effetto contagio del crollo di SVB e Credit Swiss), il problema maggiore è oggi il debito delle grandi imprese, sempre più dipendenti dai profitti speculativi. Si può allora davvero parlare di industria buona e finanza cattiva, o la crisi – e la stessa finanziarizzazione – c’entrano con tendenze strutturali del capitalismo? Affrontano questa ed altre tematiche Michael Roberts e Guglielmo Carchedi nell’intervista a cura della redazione.

Certo, l’aumento dei tassi d’interesse da parte delle banche centrali sta avendo qualche effetto nel tamponare le tendenze inflattive; tuttavia, oltre ad avvenire al costo di una recessione, ciò non incide sulle vere cause dell’aumento dei prezzi, che non si trovano nell’offerta di moneta, come sostiene l’ortodossia neoclassica, bensì nelle tensioni geopolitiche e nella riorganizzazione delle catene del valore (anche di questo ci parleranno Roberts e Carchedi). Così, non è da escludere uno scenario di “stagflazione” – stagnazione+inflazione – per il prossimo futuro. Nel frattempo – e questa è forse la novità più rilevante – alcuni dei punti fermi della (debole) crescita post-crisi 2008 stanno venendo meno. Uno su tutti, la Cina, dove la bolla immobiliare che aveva tenuto elevati i tassi di accumulazione del paese e rappresentato un’importante leva per la domanda mondiale sta di fatto scoppiando. Pesa inoltre sulle esportazioni del Dragone la tendenza alla riorganizzazione delle catene del valore USA: mentre nel 2018 le importazioni dalla Cina erano 2\3 rispetto a quelle dai paesi emergenti e in via di sviluppo asiatici, oggi sono la metà.  

Il rallentamento del PIL cinese è a sua volta fondamentale per comprendere la forte riduzione delle esportazioni tedesche, per le quali il gigante asiatico rappresenta il secondo mercato, insieme agli Stati Uniti (dove a causa degli aumenti dei prezzi dell’energia le merci Made in Germany sono sempre meno competitive). Ma il circolo vizioso non si ferma qui: il segno meno sull’export della Germania ha effetti a cascata sui paesi maggiormente integrati nelle sue “supply chains”. I Paesi Bassi – quinta economia dell’eurozona – sono entrati in recessione nel secondo trimestre di quest’anno; non dimentichiamo che la stessa Italia, e in particolare il nord-est manifatturiero, è fortemente integrata nelle filiere tedesche. Fino a quanto durerà il record di occupazione (che è anche record di contratti precari) spinto dal rimbalzo post-covid?

Rimanendo nell’Ue, il quadro fin qui descritto si incrocia con il ritorno in vigore del Patto di Stabilità che avverrà nel 2024. Nei mesi scorsi il trattato è stato rivisto, con la concessione di maggiori margini di manovra, come l’aumento da 4 a 7 degli anni per i piani di rientro nei parametri concordati con la Commissione. Rimangono però gli aspetti più strutturali, come il limite al 3% del deficit e l’obiettivo del tetto debitorio al 60% del PIL; un risultato che non a caso ha lasciato insoddisfatta Meloni (mentre ha ottenuto il plauso del PD della Schlein, del quale ci occuperemo tra poco). A dire il vero, il ritorno a un’austerità shock come nel periodo 2008-2011 non sembra probabile nell’immediato, non fosse altro che ancora restano 3 anni di fondi PNRR. Tuttavia, è chiaro che, in un contesto di peggioramento della crisi, rimanere nelle compatibilità fiscali, e al contempo tenere insieme i contraddittori interessi rappresentati dall’esecutivo sarà sempre più difficile. La maggioranza di destra punterà allora sempre di più sul proprio bacino di consenso reazionario tramite attacchi alle donne, alla comunità queer, ai giovani e agli immigrati. Su questa strada, d’altro canto, il percorso è già ben avviato: si pensi all’obbligo di escludere dai registri comunali i bambini in carico a coppie omogenitoriali, la dichiarazione per legge dell’inumanità della gravidanza per altri (per ora passata solo alla camera), il decreto rave e gli accordi con la Tunisia per il controllo delle migrazioni. Per non parlare delle recenti misure di restrizione del diritto d’asilo, tra cui la cauzione da 5.000 euro per evitare i CPR-carcere, che godono di una convergenza con la burocrazia UE, ben simboleggiata dal viaggio di Ursula Von Der Leyen lo scorso settembre a Lampedusa, e dalla sua dichiarazione congiunta con Meloni.

 

Per una convergenza della classe lavoratrice contro gli attacchi divisivi del governo e la sua finanziaria anti-operaia

L’atteggiamento offensivo del governo non va letto semplicisticamente: in particolare rispetto alle questioni di genere, Meloni sta infatti calcolando molto bene le provocazioni, facendo leva sull’approccio moralistico e\o punitivistico che lo stesso movimento LGBT+ più radicale non è riuscito a scalfire nella coscienza di massa, anche a causa della sua incapacità di mantenere la più piena indipendenza politica dal femminismo liberale e da forze borghesi come il Partito Democratico. Una battaglia per l’affermazione di un campo coerentemente anticapitalista nel movimento transfemminista è allora un aspetto strategico per evitare recuperi da parte della destra di tematiche come il femminicidio, o la strumentalizzazione di temi come la gravidanza per altri in funzione divisiva. In questo solco, salutiamo con favore e sosteniamo le linee di demarcazione che si sono sviluppate nei Pride di questa estate tra i settori queer più radicali e gli organizzatori legati al centro-sinistra.

Un’altra carta su cui punterà l’esecutivo per mantenersi in sella sarà quella della riforma costituzionale presidenzialista, un’ulteriore torsione bonapartista, con un consenso che va però al di là della maggioranza di destra. Ce ne parla Gianni del Panta, evidenziando l’esigenza di non lasciare alla sinistra istituzionale l’egemonia della critica e della contro-proposta politica, ma di proporre, al contrario, un programma di rivendicazioni transitorie democratico-radicali, all’interno di una prospettiva rivoluzionaria.

Che ne è invece dell’opposizione sociale all’interno di questo scenario? L’inflazione ha pesato meno di quanto non si potesse pensare sui settori più consolidati della classe lavoratrice, grazie agli adeguamenti all’aumento dei prezzi previsti nei CCNL, come ad esempio quello metalmeccanico (astuzia della ragione capitalistica, visto che questa clausola fu uno dei modi attraverso i quali i padroni riuscirono a evitare aumenti salariali significativi quando l’inflazione era al 2%). Di conseguenza, le pressioni a scavalcare le burocrazie sindacali sono state molto deboli nell’ultimo anno, diversamente da altri paesi europei. La strategia iper-concertativa di Landini – arrivato al punto di invitare Giorgia Meloni all’ultimo congresso CGIL – non ha pertanto incontrato particolari ostacoli, per lo meno ‘dal basso’. L’atteggiamento supino del ‘Maurizio nazionale’ nei confronti della destra va interpretato alla luce della capacità di quest’ultima di parlare a strati importanti di aristocrazia operaia, con promesse come l’abrogazione della riforma Fornero, e/o progetti di detassazione dei redditi da lavoro (parola d’ordine sulla quale la CGIL ha da tempo ceduto ideologicamente, a scapito di istruzione e sanità pubbliche, e a salvaguardia dei profitti dei padroni). Nel tentativo di far quadrare i bilanci – quindi la compattezza del blocco sociale – Meloni ha però rimandato sine die queste misure. Così, i principali sindacati confederali “devono far qualcosa” per evitare di perdere ulteriore credibilità nei confronti della propria principale base d’appoggio. Negli ultimi tempi, Landini e Sbarra della UIL hanno perciò cominciato ad alzare i toni contro il governo. Nel concreto, però, non si è andati oltre la manifestazione di oltre 150.000 persone a Roma, organizzata da CGIL e suoi “congiunti” sociali, a partire dall’ARCI, con una totale mancanza di un programma unitario e chiaro sulla base del quale mobilitarsi attorno alla classe operaia organizzata, soffrendo ancora della mancanza di un partito che faccia da riferimento a quel largo apparato sindacale, associativo e culturale rimasto orfano dei vecchi partiti del centrosinistra – problema rispetto al quale questi settori sollevare nessun dibattito strategico “costituente” nonostante il largo seguito di cui ancora dispongono, ancora poco intaccato dalle formazioni alla loro sinistra.

La totale chiusura del governo sulla discussione con i sindacati a proposito della finanziaria, approvata dal CdM lo scorso 16 ottobre, ha infine costretto CGIL e UIL (mentre la CISL continua a mantenere una linea filogovernativa) a proclamare una mobilitazione, formulata debitamente ‘a scacchiera’, e cioè dispersa per quanto riguarda le date di sciopero, i settori e i territori coinvolti. Un processo ben lontano anche solo dalla data isolata di sciopero generale, per quanto calata volutamente calata dall’alto da CGIL e UIL senza costruire un percorso più largo e duraturo di opposizione sociale, del 16 dicembre 2021 contro il governo Draghi. Fatto sta che, di fronte a qualche mancia come l’aumento dei bonus per l’asilo nido di 150 milioni di euro, si annuncia una marcia indietro rispetto alle dichiarazioni da campagna elettorale di un mantenimento o addirittura di un miglioramento del quadro pensionistico: assisteremo al superamento definitivo di quota 100, e dunque la ripresa dell’innalzamento dell’età pensionistica dopo la parentesi storica dell’emergenza Covid. Non solo, i 3 miliardi in più per la sanità annunciati da Meloni&Co. non coprono neanche lontanamente l’adeguamento all’inflazione, così che la spesa sanitaria pubblica effettiva il rapporto spesa sanitaria/PIL continuano a calare, come già era successo tra 2021 e 2023, con quest’ultimo che continua a scendere verso il 6%. Nemmeno la disperata volontà, da parte della burocrazia CGIL e UIL, di mantenere aperto un canale col governo, poteva bloccare ancora una mobilitazione e un processo di sciopero, per quanto ‘addomesticato’, di fronte a una finanziaria ben poco ambigua nel suo carattere anti-operaio. Si tratta certamente di una scelta, quella dei sindacati, che mira ad assorbire il malcontento ed evitare di tagliare del tutto i ponti per un’interlocuzione che il governo ha più volte negato: scioperare sì, ma senza far male né a Meloni, né ai padroni. 

Nel frattempo, ci sono stati però segnali piccoli, ma non irrilevanti sul terreno della lotta di classe, uno su tutti i tre giorni di sciopero a Stellantis Pomigliano del maggio scorso. L’episodio è interessante, in primo luogo perché l’ex FIAT – pur ridimensionata – rimane la principale azienda italiana, mentre l’automotive è al centro di un nuovo processo di ristrutturazione, quello legato alla transizione elettrica, che minaccia di coinvolgere centinaia di migliaia di lavoratori. Altri scioperi ci sono stati in settembre, sempre in Stellantis, a Melfi, mentre la ex-Marelli prepara un piano di ridimensionamento. La ristrutturazione dell’automotive legata alla mobilità elettrica può essere allora un terreno di ricomposizione della classe lavoratrice sul terreno del conflitto a partire da parole d’ordine come quelle che tempo fa sono state lanciate dal Collettivo di Fabbrica GKN: la nazionalizzazione dell’industria dell’auto e la sua riconversione ecologica sotto il controllo dei lavoratori e al servizio dei territori. Solo questa misura potrà permettere di evitare che i padroni strumentalizzino la divisione ambiente-lavoro. Di contro, assumendo una rivendicazione del genere il movimento ecologista potrebbe giocare un ruolo decisivo per spezzare l’inerzia imposta ai lavoratori dalle burocrazie sindacali, che invece di unificare le varie vertenze che si sviluppano in diversi stabilimenti, e punti della filiera, preferiscono limitarsi ai negoziati con il governo. Nell’ottica di ragionare sulle basi teoriche e politiche dell’alleanza tra movimento operaio ed ecologista sulla base di una prospettiva anti-capitalista, Matteo Pirazzoli ha recensito “Marx in the Antropocene”, ultima fatica del filosofo giapponese Kohei Saito.

Nello scenario contraddittorio fin qui delineato, l’opposizione istituzionale prova a inserirsi portando in parlamento una proposta di salario minimo. Il disegno di legge è frutto di un compromesso al ribasso con la destra liberista di Calenda e configura una cifra di 9 euro lordi. Così formulata, la proposta non interessa i bastioni “classici” della classe lavoratrice, a partire dal settore metalmeccanico, dove la paga oraria lorda è più alta dei 9 euro proposti come minimo. Questo spiega, in linea teorica, la non formale contrarietà di Confindustria. Lo scorso luglio, Carlo Bonomi, presidente degli industriali, dichiarava infatti: “se vogliamo parlare di salario minimo con una soglia di 9 euro non è un problema di Confindustria. I nostri contratti sono tutti superiori”. Questo non si traduce però in un sostegno alla misura: la principale ragione al riguardo è il ruolo di garante degli interessi della classe capitalista largamente intesa, e non semplicemente degli industriali in senso stretto, che Confindustria ricopre. Quest’ultima quindi si fa garante, soprattutto quando i costi politici di una simile difesa sono bassi o di fatto nulli, anche di quei settori dove la paga oraria lorda è decisamente inferiore ai 9 euro. Tali settori – dalla ristorazione alla ricezione turistica – sono strettamente legati a paghe da fame, orari di lavoro “ballerini”, e più o meno aperte violazioni della legalità borghese in materia di contratti lavorativi. Sono anche però, come abbiamo detto in precedenza, uno dei principali bacini sociali della destra di governo. E questo spiega, a sua volta, la contrarietà del governo Meloni a promuovere la misura. Eppure, non tutto ciò che è avversato da questo governo rappresenta di per sé una misura che deve necessariamente essere rivendicata così com’è dalle nostre parti. Come abbiamo già spiegato, il problema di iniziative del genere non è però tanto nei numeri, ma nel fatto che non si tratta di una proposta di lotta, bensì di una manovra parlamentare di partiti del tutto estranei alla classe operaia. Rilanciare con un referendum popolare per un salario minimo di 10 euro all’ora, come fanno da tempo Potere al Popolo e i suoi alleati di Unione Popolare, non coglie quindi il nocciolo del problema. Si tratta infatti di sfidare apertamente le organizzazioni dei lavoratori, e i settori di avanguardia in lotta, a portare avanti sul terreno dello sciopero la parola d’ordine del salario minimo, la quale d’altro canto non va considerata come “la” campagna che risolleverà le sorti della sinistra di classe in quanto tale. Sebbene un salario minimo migliorerebbe sensibilmente i rapporti di forza tra classi, esso beneficerebbe direttamente solo una parte della classe. 

Elargito dall’alto, e non come esito di un processo di mobilitazione, un salario minimo sarebbe presto strumentalizzato per dividere la classe lavoratrice: una logica che abbiamo visto bene in atto con il reddito di cittadinanza, eliminato quasi senza colpo ferire dal governo Meloni. Questo, a maggior ragione se si prevede un salario minimo che verrà pagato dalle tasse dei contribuenti, piuttosto che dai profitti accumulati dai padroni! Per riprendere lo slogan fatto proprio, prima da GKN e nelle ultime settimane dai lavoratori di Mondo Convenienza in lotta a Prato contro paghe da fame, turni massacranti e licenziamenti, è necessaria una “convergenza” attorno a un programma che unisca la rivendicazione di un salario minimo pari al paniere di base calcolato da commissioni di lavoratori, alla riduzione dell’orario di lavoro, con forti aumenti salariali e una scala mobile contro l’inflazione

Una convergenza del genere potrebbe vedere in prima linea anche settori di giovani, in particolare universitari, colpiti dal caro affitti e dalla continua erosione del diritto allo studio. Per ragionare rispetto all’esigenza dell’unità studenti-lavoratori abbiamo intervistato Ariane Anemoyannis, volto pubblico della battaglia contro le pensioni in Francia e dirigente della struttura giovanile Le Poing Levé e di Révolution Permanente, organizzazione marxista sorella de La Voce delle Lotte-FIR d’oltralpe.

Le pagine dedicate alle questioni internazionali su questo numero di Egemonia si arricchiscono inoltre di due articoli: un’analisi di Giacomo Turci e Maryam Alaniz, militante di iraniano-statunitense di Left Voice, sulla rivolta femminista in Iran, i suoi limiti e gli insegnamenti che possiamo trarne per sviluppare il dibattito strategico sull’evoluzione dei moti di ribellioni verso vere e proprie rivoluzioni sociali; una riflessione di Nathaniel Flakin, storico e militante della nostra organizzazione gemella tedesca RIO, sulla questione strategica dell’unità della classe operaia in Palestina legata alla liberazione dal sionismo, e dunque della rottura dei lavoratori israeliani con lo Stato sionista e col suo nazionalismo etno-religioso che alimenta l’attuale regime di apartheid e tenta di giustificare la criminale offensiva genocida in atto contro la Striscia di Gaza.

 

Redazione Egemonia

Questo articolo fa parte del numero 6, ottobre 2023, della rivista Egemonia.

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Sito informativo della Frazione Internazionalista Rivoluzionaria (FIR).