Abbiamo intervistato Cecilia e Fabiano della libreria Tamu di Napoli, di recente apertura nel centro della città e dall’ampio respiro interculturale. Come altri lavoratori e microimprenditori nel campo della cultura, si pongono il problema della chiusura dell’attività lavorativa senza alcuna garanzia economica, ma presentano le iniziative contro corrente che hanno preso in questi tempi di quarantena.


Cosa ha significato per voi la crisi sanitaria? In che modo ha impattato sulla vostra attività?

Con l’obbligo di chiusura di tutte le attività commerciali, ad esclusione di quelle considerate necessarie (come i rivenditori di televisori e smartphone, per fare un esempio a caso), smettere di lavorare per noi ha significato da subito sapere che avremmo rinunciato allo stipendio almeno finché il blocco rimane in vigore. Librai e libraie indipendenti, per quanto meno precari di un ambulante o di un muratore a nero, non hanno la possibilità di risparmiare per affrontare delle emergenze. La nostra è una microimpresa composta da due persone, in cui la necessità di avere un reddito personale è sempre sulla bilancia insieme al bisogno di garantire un futuro alla libreria stessa. La crisi ci impone, più del solito, di fare dei sacrifici per trovare un equilibrio tra queste esigenze.

In questo momento di crisi quanto è importante una “controcultura” e posti che la diffondano?

Oggi tutti quei soggetti che lavorano nel settore culturale in modo davvero indipendente sentono la necessità di trovare delle vie di fuga dalla semplice competizione sul mercato, alla quale si può essere più facilmente “rassegnati” in tempi normali. I luoghi della controcultura, quindi, in questo momento devono inventarsi strategie di solidarietà che speriamo possano funzionare e durare anche oltre l’emergenza. Un bellissimo esempio in cui ci troviamo coinvolti è l’idea di “adottare una libreria”, che alcune case editrici indipendenti stanno portando avanti. Funziona così, in un giorno concordato tra una libreria e una casa editrice indipendente, gli incassi tutti i libri acquistati sul sito di un editore vengono ripartiti come se il libro fosse stato venduto in libreria. E’ un gesto di solidarietà perché l’editore accorda alla casa editrice una percentuale che questa normalmente non avrebbe guadagnato, ma si tratta anche di mutuo aiuto perché un’iniziativa simile, pubblicizzata bene, aumenta fa aumentare le vendite sul sito dell’editore, che ne trae a sua volta beneficio. Bisogna notare che questo è possibile solo in presenza di legami di fiducia tra soggetti diversi, i quali normalmente dovrebbero rapportarsi tra loro solo in base a logiche di mercato. Al contrario, noi siamo stati “adottati” dalla casa editrice Alegre, uno dei migliori editori indipendenti in Italia, proprio perché tra noi c’è un rapporto di stima reciproca e la consapevolezza di essere dalla stessa parte della barricata.

Abbiamo visto che oltre a dare voce e spazio a tanti testi, autori e protagonisti della società odierna dalle più svariate parti del mondo avete messo in piedi una campagna di solidarietà per i corrieri costretti a lavorare nonostante la crisi sanitaria anche per il trasporto di beni non primari. Potete raccontarci la vostra esperienza e come vi siete mossi in questo senso?

Saremmo stati più che contenti di costruire una vera e propria campagna di solidarietà, la verità è che nello spaesamento dei primi giorni di chiusura, abbiamo preso più che altro una decisione come singola libreria.

Dopo il 12 marzo, dovendoci garantire qualche entrata anche a libreria chiusa, abbiamo iniziato a spedire libri a chi li ordinava, pensando inizialmente di continuare anche a chiedere rifornimenti a case editrici e grossisti con cui lavoriamo, provando insomma a “simulare” la continuazione nel modo più normale possibile della nostra attività. Con l’aggravarsi della crisi sanitaria, ci siamo resi conto che tra i pochi lavoratori e lavoratrici costretti a lavorare nonostante tutto ci fossero proprio i corrieri, che ci facevano avere i pacchi con i libri dei nostri fornitori. Nello stesso momento hanno cominciato a diffondersi gli scioperi proprio in quelle imprese della logistica con cui noi abitualmente abbiamo a che fare (si tratta di uno dei compromessi più spiacevoli della vita di una piccola libreria, che non potrebbe sopravvivere senza la logistica veloce di oggi). Abbiamo deciso, quindi, che da quel momento avremmo venduto solo i libri già a nostra disposizione utilizzando i servizi postali che non prevedono corrieri, in modo tale da diminuire al minimo il numero di lavoratori “funzionali” al nostro bisogno di continuare a spedire. Si tratta, come dicevamo sopra, di una piccola presa di posizione che non abbiamo, per ora, discusso con altri soggetti della filiera. Questa intervista potrebbe essere l’occasione per farlo.

Nasce LIRe, un’esperienza di coordinazione tra librerie che ci sembra possa essere d’esempio per un senso della collettività diverso e più profondo. Cosa ha significato per voi? E cosa pensate possa significare per una città come Napoli?

LIRe – Librerie Indipendenti in Relazione, è la neonata rete che raduna quattro librerie indipendenti del centro storico di Napoli. Oltre alla nostra, ci sono le librerie Dante&Descartes di piazza del Gesù, Librido di via Nilo e Perditempo di via San Pietro a Majella. Prima dell’epidemia di Covid19, ci siamo incontrati per diversi mesi con l’obiettivo di organizzare una festa delle librerie indipendenti in cantiere per il 25 aprile, che recupereremo appena possibile. Con l’inizio della crisi sanitaria, abbiamo deciso di lanciare lo stesso la rete per dare un segnale di cooperazione tra realtà che condividono uno stesso territorio, un modus operandi simile, una certa affinità personale. Ora siamo lontanissimi dalla competizione di mercato, anzi stiamo collaborando a gestire ordini di libri rivolti espressamente alla rete LIRe, i cui costi e guadagni sono ripartiti equamente tra le quattro librerie. Oltre a mettere una piccola pezza alla situazione economica pericolante in cui le nostre attività si trovano, quest’esperienza di cooperazione ha tutto il sapore di essere il preludio a una collaborazione più ampia sul terreno culturale. Siamo ben consapevoli che avere quattro spazi fisici aperti al pubblico nel centro storico di Napoli sia un’occasione da non perdere, siamo dei veri e propri presidi in cui si cerca di diffondere un linguaggio e delle relazioni che non producano omologazione. La zona in cui lavoriamo, in pieno boom turistico, si sta trasformando nel senso opposto, perciò la nostra presenza, come singole librerie e come rete, può fare effettivamente da contrappeso per definire l’identità del centro storico in questa fase.

Intervista a cura di Scilla Di Pietro

Crediti foto di copertina: Francesco Paolo Busco