Dall’Italia alla Gran Bretagna, dalla Francia alla Germania, in tutti i paesi europei “ricchi” è corsa alla manodopera a basso costo per l’imminente campagna di raccolta nelle campagne. Ecco che la politica di “porti chiusi” trova un’altra eccezione per far accorrere masse di disoccupati dell’Europa orientale: la stagione dello sfruttamento è più aperta che mai!


Il 28 marzo scorso il Guardian ha pubblicato un resoconto degli sforzi compiuti da padronato, associazioni e governo inglese per importare lavoratori agricoli dall’Europa dell’est: Polonia, Bulgaria, Romania, Ucraina, Moldova, etc. Il bisogno di manodopera è talmente forte che le aziende si mostrano disponibili a organizzare voli charter per avere al più presto almeno 90mila braccianti. “Il costo per un ora di volo si aggira attorno a 10mila sterline e portare 229 braccianti da Sofia a Londra costa 45mila euro, cioè 250 euro per persona”, dichiara Stephanie Maurel, leader dell’organizzazione umanitaria Concordia, la più attiva nell’importazione di manodopera straniera in questo momento. Concordia ha anche lanciato in pompa magna la campagna “Feed the Nation” (Nutrire la nazione) per reperire manodopera locale. Un bel paradosso per quei capitalisti e quella classe politica che nel Regno Unito si erano tanto prodigati per ottenere il Brexit, spargendo a piene mani il virus del razzismo tra i lavoratori, dipingendo come ladri e criminali quelli dell’Europa dell’est.

Il marketing nazionalista sui bisogni delle imprese dell’agroalimentare è stato adottato anche in Francia, dove il ministro dell’agricoltura, Didier Guillaume, una volta verificata l’impossibilità di importare manodopera straniera, si è pateticamente rivolto a parrucchieri, camerieri, fiorai e altri lavoratori attualmente in quarantena, chiedendo loro di arruolarsi nell’“esercito ombra” per “nutrire i francesi”. Attualmente, le imprese francesi hanno bisogno di almeno 200mila braccianti per salvare il raccolto relativo al periodo primavera-estate. Al fine di agevolare l’arruolamento, il governo francese ha messo in piedi un portale web. Ha fatto lo stesso la Germania, che di braccianti ne vuole almeno 300mila. Contrariamente agli altri governi, quello tedesco è riuscito a siglare alcune intese bilaterali con paesi come Romania e Bulgaria, imponendo nel contempo, tramite le istituzioni comunitarie, la creazione di “corridoi verdi”, ovvero dei lasciapassare per la mobilità della manodopera agricola nel territorio europeo, nonostante il Covid-19 impazzi ovunque. Non cambia di molto la situazione in Spagna e in Svezia: ovunque manca la manodopera agricola e governi e padroni vestono di retorica emergenzial-nazionalistica il loro bisogno di profitti. Il governo portoghese sta provando la carta della sanatoria degli immigrati irregolari per sopperire alla mancanza di manodopera nei campi. Ovviamente, trattandosi di governo di centro-sinistra, i veri obiettivi dovevano restare nascosti e, di conseguenza, si è dovuto mettere in campo la retorica umanitarista, secondo la quale la decisione di regolarizzare gli immigrati irregolari sarebbe dipesa dalla volontà di consentire agli stranieri di avere accesso al servizio sanitario. Certo, come no.

E in Italia? Se possibile, qui lo scenario si rivela ancor più patetico e pietoso che altrove. L’attuale ministra dell’agricoltura, Teresa Bellanova, oltre a studenti, disoccupati, cassintegrati e pensionati, vuole precettare nei campi anche i beneficiari del reddito di cittadinanza:

Ci sono lavoratori che percepiscono il reddito di cittadinanza o un sussidio perché l’azienda è chiusa, a queste persone noi dobbiamo dare l’opportunità di contribuire a mantenere la normalità della vita delle nostre famiglie e quindi anche impiegandoli temporaneamente nel settore agroalimentare.

Non lo dice esplicitamente, ma anche Bellanova vuole creare l’esercito ombra dei braccianti per nutrire l’italica nazione. Come in Francia e Germania, il ministro punta a costruire portali web per “facilitare l’incrocio tra domanda e offerta di lavoro in agricoltura”. La Coldiretti resuscita (non vedeva l’ora!) i voucher e tramite il suo presidente dichiara:

Ho parlato con molte aziende edili. Sarebbero ben felici di offrire ai loro lavoratori oggi disoccupati la possibilità di prestare servizio nei campi.

Figurarsi, non abbiamo alcun dubbio: quando si tratta di cancellare i diritti dei lavoratori, i padroni sono sempre pronti.

Bellanova ha proposto anche una sanatoria per gli immigrati irregolari, seguendo l’esempio portoghese, ma le sue parole sono per ora cadute nel vuoto. Anzi, proprio oggi è stato approvato un decreto – firmato da Lamorgese, ministro dell’interno, Di Maio, ministro degli esteri, Speranza, ministro della sanità e De Micheli, ministro dei trasporti – che dichiara chiusi tutti i porti del paese, almeno fino a quando sarà in vigore lo stato di emergenza, poiché considerati luoghi “non sicuri”. Dunque, fino a luglio, non sarà concesso l’approdo a nessuna imbarcazione di emigranti che fuggono dalla fame e dalle guerre (anche da quella libica che infuria in queste ore nonostante la pandemia), neanche a quelle che si troveranno in pericolo in alto mare. Il Covid-19 è stato preso a pretesto per realizzare formalmente e su larga scala ciò che Salvini, da parvenu qual è, provava a fare con minacce esplicite e implicite, con circolari improbabili, post su Facebook, Twitter e video danzanti su TikTok. Che Salvini impari una buona volta come si fanno le vere politiche razziste e crudeli in questo paese e la smetta di improvvisare!

Insomma, governo e padroni non intendono fare alcuna apertura sui diritti dei lavoratori immigrati, anche quando sono costretti ad ammettere ad alta voce che servono. E occorre riconoscere la loro coerenza sul punto: i lavoratori senza diritti sono maggiormente sfruttabili e le politiche migratorie degli ultimi 35 anni hanno sempre puntato a ottenere questo risultato, riuscendoci. Non potevano smentirsi proprio ora che hanno bisogno come non mai di tornare a sfruttare per garantire i profitti. Resta però la contraddizione creata dallo stato di emergenza sanitario. Il divieto di mobilità imposto ovunque impedisce a molti braccianti stranieri a nero di muoversi. Anche qualora il governo autorizzasse i “corridoi verdi”, l’autorità di polizia non potrà fare finta di nulla – non senza gravi imbarazzi, almeno – davanti a un esercito di manodopera, non in regola con le norme sull’immigrazione e con il codice del lavoro, che si muove nel territorio con furgoni illegali affidati ai caporali. La contraddizione c’è e, al momento, sembra che il governo la voglia superare autorizzando subito dopo Pasqua il lavoro nei campi. Insomma, la politica attuale è: porti chiusi ma sfruttamento aperto. I padroni non sono disposti a concedere nulla ai lavoratori agricoli, né in termini di diritti, né in termini di condizioni salariali e di lavoro. Business as usual per loro significa assicurarsi manodopera a bassissimo costo, precarietà estrema, clima di terrore sui campi, caporalato diffuso. Basta vedere quello che stanno offrendo ora ai braccianti stranieri bloccati nelle tendopoli (per loro l’intimazione “state a casa” si traduce in “state in tenda”). A Rosarno, per esempio, hanno improvvisato una mensa per i 500 lavoratori presenti, i quali si sono giustamente ribellati, visto che hanno offerto loro ciò di cui non hanno bisogno, la carità. Indignato dinanzi al rifiuto del cibo da parte dei braccianti della tendopoli, il vicepresidente della giunta leghista della Regione Calabria, Nino Spirlì, il 31 marzo scorso ha dichiarato: “Inaccettabile che i migranti rifiutino i pasti con la violenza. Ora i calabresi”. Dal punto di vista del leghista di turno, infatti, è inconcepibile che i braccianti africani non si accontentino di un tozzo di pane mentre rischiano l’infezione, sono ipersfruttati e vivono in situazioni estreme.

La retorica emergenziale e nazionalista, adottata per assicurarsi la manodopera nei campi, serve a scaricare la responsabilità della crisi sanitaria ed economica sui lavoratori, stranieri o autoctoni che siano. Serve per poter dire che nessuno oggi vuole lavorare nei campi, senza mai chiamare in causa i salari da fame, le condizioni di lavoro da semi-schiavitù e l’estrema precarietà dei contratti. I braccianti stranieri accettano di spaccarsi la schiena nei campi italiani del nord e del sud perché, tra gli sfruttati, sono i più sfruttati, grazie alle leggi razziste che li vogliono piegabili, docili e precari.

Eppure, la recente storia di questo paese ci insegna che le rivolte più audaci e importanti nel mondo del lavoro sono state organizzate proprio dai lavoratori immigrati. Contraddizioni del capitale: vuole braccia, ma gli arrivano sempre uomini!

Melania Piccolo