L’Eurogruppo apre alla possibilità dei prestiti dal fondo salva-stati per fronteggiare la pandemia, ma le somme stanziate sembrano insufficienti, mentre cresce la paura del commissariamento.

Nella serata di giovedì, dopo lunghe trattative, l’Eurogruppo è pervenuto ad un accordo riguardo alle misure da adottare per affrontare l’emergenza Covid-19. Il pacchetto di provvedimenti messo a disposizione dei leader politici dell’Eurozona è fondamentalmente composto da quattro punti: 1) l’attivazione del SURE, un supporto per la mitigazione dei rischi di disoccupazione; 2) interventi della Banca Europea degli Investimenti (BEI) a favore delle piccole-medie imprese; 3) l’istituzione di un Recovery Fund, un fondo per la ricostruzione economica post-pandemia; 4) l’apertura ad un possibile ricorso al MES, il temuto Meccanismo Europeo di Stabilità, noto anche come Fondo salva-stati. Andiamo ad esaminare ciascuno di questi punti.

Il SURE mette a disposizione fino a 100 miliardi che andrebbero a finanziare la nostra cassa integrazione, ma richiede ai fruitori la messa a disposizione di capitale liquido immediatamente esigibile. La BEI invece ha stanziato 200 miliardi, cifra che, tenendo conto che va distribuita fra tutti i paesi dell’Eurozona, si rivela senza dubbio insufficiente. Il Fondo per la ripresa non è ancora stato definito, ma ha già causato numerose perplessità; è stato infatti concepito come sostituzione degli Eurobond, un meccanismo di emissione di titoli che andrebbero ad obbligare l’intera Eurozona, con conseguente condivisione di debiti ed interessi fra gli stati membri. La richiesta di ricorrere agli Eurobond era pervenuta, in particolare, dai paesi mediterranei, fra cui anche l’Italia, dove la battaglia per queste obbligazioni di stabilità è tuttora portata avanti dal PD. Ad opporsi, Olanda e Germania; la Merkel ha infatti dichiarato di voler dare priorità ad altre forme di solidarietà finanziaria.

Veniamo ora al MES. Sulla carta un fondo per la stabilità finanziaria, il MES è di fatto un’organizzazione intergovernativa a tutti gli effetti, nata in corrispondenza della crisi dei debiti sovrani del 2011. Oltre ad imporre scelte macroeconomiche ai governi, si distingue per l’acquisto di titoli di Stato a condizioni molto severe. Qualora uno Stato dovesse rivelarsi inadempiente, i suoi membri delegati all’interno della commissione perdono il diritto di partecipare alle votazioni. Non solo; l’operato del MES e dei suoi membri sono di fatto immuni da ogni procedimento giudiziario e gli atti dell’organo sono completamente inviolabili. Queste caratteristiche hanno portato molti, sovranisti e non, a dubitare dell’effettivo valore democratico di questa organizzazione – come se il resto degli organi della UE fosse la massima espressione della volontà popolare. Molto diffuso è anche il timore che la sottoscrizione di una linea di credito col MES possa portare ad un commissariamento politico, come avvenne in Grecia nel 2011.

Entriamo ora nel merito del provvedimento. L’Eurogruppo ha disposto per ciascun membro un accesso al MES per le spese sanitarie fino al 2% del PIL nazionale, senza condizionalità. Per quanto riguarda, invece, la ricostruzione economica e la preparazione all’imminente recessione, rimangono in vigore le solite clausole molto esigenti. Il rischio del ricatto quindi sembra non del tutto rimosso. Anche dopo i corposi interventi della BCE nelle scorse settimane, le casse degli Stati languono e la crisi di liquidità diventa sempre più generalizzata. Il problema della restituzione di questi prestiti quindi si pone sin da subito.

L’unico entusiasta per l’esito di giovedì sera sembra essere il ministro Gualtieri. Conte, dal canto suo, dichiara di non aver mai cambiato idea sul MES, affermazione ambigua che ha scatenato l’ira di buona parte del M5S. Il PD avanza una tardiva proposta di patrimoniale all’1% per i redditi superiori agli 80mila euro, spiccioli che difficilmente avranno alcun impatto decisivo, come del resto difficilmente lo avranno tutti i provvedimenti elencati sopra. Meloni e Salvini si scagliano con veemenza contro la patrimoniale, definendola un furto nei confronti dei cittadini. Si capisce dunque con chiarezza quale sia la loro classe di riferimento e quanto il concetto di cittadinanza non sia altro che funzione del possesso di capitali, dal loro punto di vista.

Gli accordi dell’Eurogruppo potranno anche rivelarsi del tutto inutili dal punto di vista finanziario, ma non dobbiamo cedere alla tentazione di credere che siano del tutto vuoti. Essi infatti portano con sé una pericolosa logica tutta politica; la storia recente dell’UE ci insegna che l’aiuto economico può rivelarsi un efficace strumento di controllo politico, con buona pace della retorica sulla solidarietà transnazionale. La dinamica che ha portato a scartare gli Eurobond, invece, è sintomo del divario crescente fra paesi del nord e paesi del sud, e delle tensioni politiche che nascono dagli squilibri tra i primi e i secondi e della sudditanza di questi ultimi rispetto ai primi. Dal quadro complessivo, emerge un’Unione Europea sempre più debole, incapace di gestire con decisione l’emergenza in atto e soprattutto sempre meno disposta a garantire la tenuta delle istituzioni democratiche, come dimostrano le svolte dittatoriali in Ungheria e Slovenia.

È possibile che la recessione imminente dia una forte scrollata al sistema vigente; ciò che è certo invece è l’impatto catastrofico che avrà sulle vite di lavoratori e lavoratrici. Degli aiuti disposti dagli organi europei, ben poco arriverà a chi ne avrà veramente bisogno. La classe lavoratrice è sempre più isolata e frammentata, ma questo significa che essa può e deve contare solo su sé stessa. L’unico internazionalismo possibile è quello proletario e l’unica solidarietà in grado di varcare i confini nazionali è quella della classe operaia.

 

Marco Duò