Lo scorso 3 aprile è morta all’età di 28 anni Helin Bölek, una delle voci del collettivo musicale turco Grup Yorum, in seguito ad uno sciopero della fame durato 288 giorni. Grup Yorum è stato fondato nel 1985 da quattro studenti dell’università di Marmara, in risposta al colpo di stato militare del 1980.

«Yorum» in turco significa «commento». E le loro canzoni sono, infatti, una pungente critica sociale alla situazione politica turca e internazionale.

Ispirati dalla musica del cantautore turco Ruhi Su, e da gruppi politicizzati di fama internazionale come i cileni Inti Illimani, le decine di musicisti che nel corso di questi 35 anni hanno preso parte al progetto Grup Yorum hanno dato voce alle vittime della violenza del governo turco, come i 301 minatori che persero la vita nel disastro di Soma, o le minoranze etniche perseguitate da ancor prima che venisse in essere lo stato anatolico contemporaneo (scrivendo i loro testi in varie lingue oltre che il turco, fra cui il curdo, l’arabo e il circasso), e a moltissime altre cause internazionali, come quella palestinese. Nonostante la censura alla quale sono continuamente sottoposti dal governo turco – o forse anche in virtù di essa – sono arrivati ad essere una delle realtà musicali più conosciute ed apprezzate in Turchia, pubblicando oltre 20 album e riempendo stadi da decine di migliaia di spettatori, riuscendo ad esibirsi anche all’estero, organizzando concerti in Germania, Austria, Danimarca, Inghilterra, Paesi Bassi, Belgio, Francia, Italia, Grecia e perfino in Australia. Un vero e proprio riferimento culturale per la sinistra turca, ma non solo. Grup Yorum si è sempre posto come progetto politico oltre che artistico, non lo è diventato nel tempo; affermavano, fin dalla nascita, di avere l’obbiettivo di «decolonizzare l’arte monopolizzata dalle classi borghesi».

La repressione che il gruppo ha subito durante gli anni è stata sistematica e continuativa: molti dei musicisti sono stati torturati, arrestati, processati (per un totale di oltre 400 processi contro di loro), i concerti sono stati più volte vietati, gli album sequestrati dalla polizia, al punto che anche il solo fatto di possederne uno poteva essere motivo d’arresto. Per anni è stato vietato alle radio di trasmettere la loro musica, ed è stato bandito l’unico videoclip che abbiano mai girato in 35 anni di attività. Frequenti erano le irruzioni della polizia turca al centro culturale İdil Kültür Merkezi di Istanbul, sede del gruppo e luogo centrale di riferimento per l’opposizione culturale al regime turco, durante le quali, oltre ad aver luogo esibizioni di brutale violenza fisica nei confronti del gruppo, venivano anche sistematicamente sequestrati, quando non distrutti, spartiti, libri di musica e strumenti musicali. L’accusa motivo delle irruzioni della polizia è quella di essere apparentemente affiliati al partito di matrice maoista DHKP-C (Devrimci Halk Kurtuluş Partisi-Cephesi, o Partito/Fronte Rivoluzionario di Liberazione Popolare), considerato organizzazione terroristica, oltre che dalla Turchia, anche da Unione Europea e Stati Uniti (affiliazione mai confermata in nessuno dei processi). Dal 2016 era stato loro impedito definitivamente di esibirsi, e il 14 febbraio 2020 era stato avviato un nuovo processo, che vedeva coinvolti circa 30 musicisti, alcuni dei quali in già arresto, fra i quali la stessa Helin Bölek e il bassista İbrahim Gökçek, che avevano intrapreso da maggio 2019 lo sciopero della fame per protestare contro la repressione sistematica a cui Grup Yorum è sottoposto, inizialmente insieme ad altri membri del gruppo. Rivendicavano la scarcerazione di tutti i membri detenuti, la caduta delle accuse nei loro confronti, la fine delle irruzioni nella sede del gruppo da parte della polizia e l’annullamento del divieto di esibizione.

«Prendere questa decisione non è così difficile, visto quello che viviamo ogni giorno», aveva dichiarato Ibrahim Gökçek lo scorso febbraio. «Sono successe tante cose. Molte ingiustizie. Certo, da quando è iniziato tutto, abbiamo sempre voluto vivere. Ma forse, a volte, in Turchia bisogna essere pronti a morire per cercare di tenersi in piedi. (…) Abbiamo sempre cantato contro le ingiustizie e ci battiamo ancora oggi per mostrare l’evidenza. Non lo facciamo solo per noi, ma per tutti i popoli di Turchia. E so che, se dovesse succederci qualcosa, a me o a Helin, la resistenza non avrebbe comunque fine».

Quella dello sciopero della fame non è una forma di lotta nuova in Turchia. Sono in centinaia, fra oppositori politici, attivisti, ex detenuti, e relative famiglie, che dal 1984 ad oggi hanno ciclicamente scelto questa forma di protesta per denunciare le ingiustizie politiche e le terribili condizioni carcerarie, con particolare riguardo per le cosiddette prigioni di «tipo F», progettate per l’annullamento psichico dei detenuti, ai quali è proibita qualsiasi forma di contatto; di fatto, sono andate a sostituire la pena di morte, quando questa è stata abolita in Turchia (in pratica le esecuzioni della pena sono finite nel 1984, ma un decreto legge ha abrogato la pena capitale solo nel 2004). Molti di questi scioperi sono stati nel corso degli anni repressi duramente, come durante l’operazione «Ritorno alla vita» del 19 dicembre 2000, in cui persero la vita 28 persone, e ne restarono gravemente ferite 237, o come il 22 novembre del 2001 quando un migliaio di agenti e militari hanno invaso Armutlu, storico quartiere per la storia della resistenza carceraria nel paese. Lo sciopero della fame dei detenuti stava proseguendo da quasi un anno.

Proprio ad Armutlu, nelle scorse settimane, erano stati trovati Helin e İbrahim dalla polizia, che aveva fatto irruzione per trasferirli con la forza in ospedale, dove però i due hanno rifiutato le cure e continuato lo sciopero della fame. La morte di Helin Bolek lo scorso 3 aprile non ha fermato la repressione da parte del governo, che ha inviato le forze dell’ordine a sparare lacrimogeni contro le centinaia di persone presenti al funerale della cantante, e che ha impedito a molte altre di raggiungere il cimitero.

«Le nostre non erano richieste difficili da soddisfare. Il fascismo del partito AKP ha causato la sua morte», scrive la band su Twitter per annunciare la morte della cantante.

«Avete ucciso una donna di 28 anni», dichiara İbrahim Gökçek in un video diffuso sui social media, il volto scavato dallo sciopero della fame, che oggi già supera i 300 giorni.

Martina Garulli