Ieri mattina è scoppiato un incendio nell’impianto chimico della 3V Sigma di Porto Marghera (VE). La pericolosità della nube tossica non è ancora stata verificata. L’impianto era già stato luogo di lotte sindacali a causa delle precarie condizioni di sicurezza.


Sono le 10:15 quando, in un impianto di produzione dell’acetone, situato nell’area petrolchimica del polo industriale di Porto Marghera, avviene una forte esplosione. L’incendio che segue provoca un’immensa colonna di fumo nero, visibile in cielo per diverse ore; i cittadini di tutta la provincia vengono esortati dalle autorità a rimanere in casa e a chiudere le finestre.

Alle 12:15, l’incendio viene definitivamente domato dalle 30 squadre di vigli del fuoco accorse sul luogo. Il bilancio è drammatico: dei 40 lavoratori presenti nelle immediate vicinanze al momento dell’esplosione, 4 sono rimasti gravemente intossicati e 2 feriti, di cui uno in condizioni disperate trasportato d’emergenza a Verona. Le indagini compiute sul sito hanno localizzato l’epicentro dell’esplosione in un serbatoio di oltre mille metri cubi di metatoluidina. Il cessato allarme da parte del comune arriva solo alle 14.

Nel frattempo, continuano le ricerche dell’Arpav sulla tossicità dell’aria nelle zone sottovento. Motivo di preoccupazione sono anche le piogge di ieri mattina, avvenute in zone limitrofe della provincia, che potrebbero causare gravi danni al suolo e alle falde acquifere. Il corpo dei vigili del fuoco stima che la ricaduta delle emissioni abbia coinvolto l’area nel raggio di due chilometri attorno all’impianto.

Lo stabilimento in cui si è consumata questa tragedia – l’ennesima di questo genere – appartiene alla 3V Sigma, leader mondiale della produzione di elementi intermedi per la grande industria chimica, tra cui, per l’appunto, l’acetone. In Italia ha tre stabilimenti, due a Bergamo oltre a quello di Porto Marghera, per un totale di 300 dipendenti. L’azienda negli ultimi tempi si era già resa nota per le denunce di lavoratori e sindacati dovute all’intensità del lavoro e alle precarie condizioni di sicurezza. Nel luglio scorso, la Femca-Cisl, sindacato che si occupa del settore chimico ed energetico, aveva protestato per l’imposizione di straordinari, con turni che superavano anche le dodici ore; misura che, secondo il piano padronale, doveva sopperire alla mancanza di nuove assunzioni.

Un posto centrale nelle rivendicazioni dello sciopero di 24 ore indetto il 10 luglio era occupato dal tema della sicurezza; alcuni settori dell’impianto erano scarsamente illuminati, i lavoratori costretti a provvedere personalmente al lavaggio delle tute da lavoro e le linee antincendio trascurate. Alla luce di tutti questi problemi, l’incidente di ieri non può di certo stupire. Il sindaco Brugnaro minimizza ed esclude seri rischi per la popolazione, mentre Gianfranco Bettin, presidente della municipalità di Marghera, denuncia l’ennesimo disastro annunciato e l’intempestività con cui è stato dato l’allarme (ben quaranta minuti di ritardo).

Ci troviamo ancora una volta di fronte ad uno scenario tipico di quel capitalismo straccione e predatorio che, pur di aumentare i margini di profitto, è disposto a correre qualsiasi rischio sulla pelle dei lavoratori. In queste situazioni, il danno subito da questi ultimi è doppio; prima costretti allo sfruttamento, poi vittime degli incidenti sul luogo del lavoro – e sia chiaro, non si tratta mai di martiri nel senso fideistico del termine, ma di persone ferite e ammazzate dai propri nemici di classe.

Altro fattore sacrificabile sull’altare successo d’impresa è l’ambiente e, in questo caso, la storia del polo industriale di Porto Marghera parla da sé. Insomma, anche nel bel mezzo di una pandemia globale, per il piano del capitale non c’è Fase 1 o Fase 2 che tenga; la sicurezza sul posto di lavoro e la tutela igienico-sanitaria non saranno concesse, ma potranno essere conquistate solo dai lavoratori stessi, con una decisiva azione sindacale, di lotta, che rompa una volta per tutte con gli interessi dei capi e con la passività delle proprie burocrazie.

 

Marco Duò