Si è da poco concluso il quinto capitolo della serie Better Call Saul, lo spin-off dedicato all’avvocato criminale più celebre della televisione. Sviluppo dei personaggi e ironia tragica: ecco la ricetta per un’opera cinematografica di valore che lascia aperti ancora molti interrogativi per la sesta e ultima stagione.


Poche serie televisive possono vantare un proprio marchio di fabbrica, uno stile visivo e narrativo immediatamente riconoscibile; ancora meno sono le serie che sono riuscite a rendere il proprio stile un canone, un modello da seguire e da imitare. È sicuramente quest’ultimo il caso di Breaking Bad e di Better Call Saul, le due più celebri creature di Vince Gilligan. Breaking Bad la conosciamo bene; racconta la storia di Walter White e di Jesse Pinkman e ha indubbiamente rivoluzionato il dramma televisivo. Better Call Saul, lo spin-off dedicato al personaggio di Saul Goodman, ambientato qualche anno prima rispetto alle vicende di Walter White, ha invece visto da poco il termine della propria quinta stagione. Una stagione già ampiamente acclamata dalla critica, e per buone ragioni.

Da tradizione, il primo episodio si è aperto con un flashforward sulla vita di Gene, ovvero di un Jimmy/Saul sotto copertura che, dopo il finale di Breaking Bad, ha assunto una nuova identità per sfuggire alla giustizia. In questa sequenza, Gene viene riconosciuto dal tassista che, all’inizio della quarta stagione, gli aveva dato un passaggio al pronto soccorso. Ad anni di distanza, il ricordo di Saul Goodman e delle sue stravaganti campagne pubblicitarie non è ancora sopito, a quanto pare. Il nostro protagonista, in un primo momento, si sente perduto e chiama Ed, personaggio secondario nella serie “madre”, specializzato nel far sparire la gente. Segue poi un’illuminazione, Jimmy dichiara con risolutezza di volersi occupare personalmente della questione e attacca il telefono. La sigla parte, naturalmente, quando la scena ha raggiunto l’acme e lo spettatore viene abbandonato all’attesa della sesta e finale stagione della serie. Un colpo di scena che va a colmare di senso una sotto-trama che fin’ora poteva sembrare fine a sé stessa, ma che invece si rivela per quel che è, una lentissima e meticolosa accumulazione di suspense. Del resto, Vince Gilligan ci ha abituati a questo trucco narrativo anche a livello dei singoli episodi, molti dei quali si aprono indugiando su particolari di quella che in realtà, ad insaputa dello spettatore, è la scena conclusiva. Applicato ad una stagione o addirittura all’intera serie, il trucco può risultare ambizioso, ma nel caso di Better Call Saul l’esecuzione fa la differenza: l’effetto non è quello di una proliferazione di diverse timeline, né quello di un semplice gioco di rimandi; piuttosto, abbiamo come risultato una storia che si dispiega in maniera organica e completa, in cui il tempo serve a spiazzare, incuriosire, a mantenere alte le aspettative e la posta in palio. Ecco uno di quei marchi di fabbrica di cui parlavamo prima.

I paragoni tra serie “madre” e prequel, com’è prevedibile, si sono sprecati; certo, Better Call Saul è più lenta, più riflessiva, meno action-based, ma questo perché maggior spazio viene dedicato allo sviluppo di diversi personaggi, mentre Breaking Bad ruota prevalentemente attorno ai soli Walter e Jesse. Si pensi al percorso di Jimmy in quest’ultima stagione: dalla riabilitazione all’avvocatura sotto il nuovo pseudonimo, egli si ritrova nel giro di qualche episodio ad essere, a tutti gli effetti, “un amico del cartello”. Se fino ad ora aveva solo flirtato con la criminalità, adesso il suo intero orizzonte professionale è proiettato al di fuori della legge, e, come molti personaggi hanno imparato a proprie spese, da qui non si torna indietro.

Ma il personaggio che forse è cresciuto di più è stato quello di Kim Wexler, fidanzata e collega di Jimmy. Il caso che le viene affidato nelle prime puntate – lo sfratto di un vecchio la cui proprietà si trova su di un lotto acquistato dalla banca per cui Kim lavora – le fa riconsiderare seriamente le sfumature che intercorrono fra legalità e giustizia. Stranamente, non è Jimmy a portarla fuori dalla retta via, ma è lei stessa a decidere di ricorrere ai meschini talenti di Jimmy per ottenere un risultato eticamente soddisfacente, a costo di servirsi di mezzi non proprio deontologici dal punto di vista professionale. La vicenda ha delle conseguenze tutt’altro che secondarie: per la prima volta, Kim si confronta apertamente con Jimmy riguardo alla mancanza di sincerità che minaccia la loro relazione. Questa discussione risulta nelle nozze fra i due, accordo meramente formale, ma anche molto pragmatico: nello stato del New Mexico non si può testimoniare contro il proprio coniuge. È esclusivamente in virtù dei risvolti legali di questo accordo che Kim si permette di incontrare Lalo Salamanca in carcere, un passo decisivo, che di fatto la coinvolge negli affari del cartello allo stesso modo di Jimmy. Ed è questa forse la vera svolta per i due: Kim e Jimmy si ritrovano d’un tratto sulla stessa barca, condurre due vite separate d’ora in poi non sarà più possibile e le barriere su cui, in un certo senso, si era retta la loro relazione fino a questo momento sono cadute. La soldatina diligente interamente dedita a fare carriera che ci eravamo abituati a vedere non c’è più: ora Kim Wexler è a pieno titolo partner in crime di Saul Goodman.

A proposito di soldatini e di personaggi i cui destini sono strettamente intrecciati, passiamo ora a Mike e Gustavo. La guerra col cartello è ormai imminente e Gus decide di arruolare proprio Mike. Quest’ultimo, tuttavia, porta ancora il rimorso per la morte di Werner Ziegler, di cui in parte incolpa anche Gus. Dall’altra parte della barricata troviamo Lalo, che si sta affermando sempre più come primo “antagonista”. Per tutto il corso della stagione, gli riesce di stare un passo avanti rispetto a Gus, costringendolo a muoversi di continuo sulla difensiva. Questo mette a dura prova i nervi di Fring; per la prima volta riusciamo a farci un’idea dell’estensione patologica delle sue manie di controllo, l’uomo cauto e calcolatore rivela finalmente tutte le sue fragilità quando gli è impedito di dettare le regole del gioco. In una scena davvero emblematica, a fare le spese di questa situazione è un commesso di Los Pollos Hermanos, su cui Gus riversa tutta la sua insicurezza, dando prova del suo gusto per la tortura anche psicologica. Tra i due fuochi c’è Nacho Varga, la cui posizione è ormai prossima ad esplodere; fa il doppio gioco e viene ricambiato con amicizia e fiducia da parte di Lalo, vuole uscire definitivamente dalla criminalità e riceve una promozione che lo porta direttamente ai quartieri generali del cartello. Nell’episodio finale, Gus decide di passare all’offensiva e assegna proprio a Nacho il ruolo cruciale di cavallo di Troia all’interno della fortezza dei narcotrafficanti. L’operazione fallisce; Lalo si salva con un buona dose di audacia e di fortuna, dimostrandosi anche un fine tattico – il trucco di usare un passaggio segreto per sbucare alle spalle del proprio avversario l’aveva già usato nel finale della scorsa stagione per sorprendere un malcapitato impiegato. La stagione si chiude come si era aperta, con una copertura saltata; stavolta si tratta di quella di Nacho, su cui inesorabilmente si abbatterà la vendetta dei Salamanca.

Molti sono i meriti di questa serie e di questa stagione, in particolare; quello che forse colpisce di più però è l’uso magistrale che il suo autore fa del dispositivo narrativo più vecchio del mondo: l’ironia tragica. In parole povere, lo spettatore sa già, a differenza dei personaggi, cosa accadrà in futuro; sappiamo già chi si salva e chi no perché abbiamo visto Breaking Bad. Ma allora come evitare di scadere nel prevedibile? Come mantenere alta l’attenzione e la posta in palio? Per fare qualche esempio, noi sappiamo già che Lalo non sopravviverà a Better Call Saul perché, in Breaking Bad, Gus dice chiaramente che il nome dei Salamanca muore con Hector. Eppure, proprio quando la sua ora sembrava essere scoccata, Lalo manca all’appuntamento con la morte, aprendo nuovi scenari inaspettati per la stagione finale. Ancora più ovvio è il destino di Saul, eppure quando, nell’episodio 8, si ritrova in mezzo al deserto con una pistola puntata alla testa, scommetto che per un attimo abbiamo tutti temuto l’impossibile. Insomma, se c’è una cosa che questa serie e questa stagione ci hanno insegnato è che sapere come va a finire una storia non ne pregiudica in alcun modo il godimento; da questo punto di vista, Vince Gilligan è davvero il maestro dell’intreccio. Nelle sue mani, il tempo e la trama non sono dei fini, ma dei mezzi per scavare sempre più a fondo nell’animo dei personaggi: un lavoro molto agevolato dall’ottimo cast.

Non perdetevela, ché al momento in televisione e sulle piattaforme streaming è difficile trovare di meglio.

 

Marco Duò