Un 15 luglio di lotta riporta la questione bracciantile e migrante sotto i riflettori dell’attenzione pubblica, al grido di “Sanatoria per Tutt*, Repressione per Nessun*”.


Lo scorso mercoledì, il grido dei lavoratori e delle lavoratrici migranti della piana di Gioia Tauro, di Saluzzo e Foggia ha risuonato nelle sue parole d’ordine e nella sua forza per le strade di queste città, e per quelle di tantissime altre piazze in Italia. Fin dalle prime luci del mattino sono nati presidi e cortei; e fin dalle prime luci del mattino, conseguentemente, queste azioni sono state contrastate una violenta risposta poliziesca, con minacce, provocazioni e arresti, come nel caso di un fermo a una macchina con a bordo manifestanti tra la stazione di Gioia e Rizziconi. I braccianti, autorganizzati e supportati a livello nazionale dalla Rete Campagne in Lotta, che ha riportato questa situazione anche all’ultima assemblea fisica a Bologna del Patto d’Azione per un Fronte Unico Anticapitalista, si sono mossi con grande determinazione per portare avanti una giornata di iniziative che riportasse all’attenzione non solo la drammatica condizione che lo Stato, i giganti dell’agroalimentare che questo difende e tutela, e tutta la rete connessa al business della produzione e della distribuzione nelle campagne, crea e foraggia con ogni mezzo, da anni, ma soprattutto il fatto che la cosiddetta narrazione della “condizione di ‘invisibili’”, spinta sopratutto da ampi settori della sinistra riformista, cade e si infrange nel momento in cui i lavoratori e le lavoratrici alzano la voce e si rendono visibili con la lotta e la conflittualità. Non è bastata, quindi, la provocazione delle forze dell’ordine portata avanti contro il presidio messo in piedi di fronte alla prefettura di Reggio Calabria, o quella perpetrata verso i manifestanti che, con determinazione, si sono collocati alla sede di Coldiretti, a Foggia. La lotta continua e continuerà, come riporta il comunicato di Campagne in Lotta: “la giornata di ieri (il 15, ndr.) è stata la prima tappa di una lunga estate calda di lotte.”

Si spenderà sicuramente molto tempo, andando avanti in questa crisi economica, che la pandemia ha amplificato in Italia e nel Mondo, sulla cosiddetta “sanatoria Bellanova”, quella Legge n.34/2020 che, con grande fanfara mediatica, il governo Conte ha usato come “medaglietta di riconoscimento” della forza lavoro migrante nel nostro paese. Una sanatoria farsa, costruita male e, forse, pensata ancora peggio: le esclusioni di categoria per tutti e tutte i lavoratori e le lavoratrici di settori come l’edilizia o la logistica, per dirne due; la quota di 500 euro da pagare una tantum da parte dei padroni, che ci si aspetterebbe si “autodenunciassero” per lo sfruttamento che perpetrano in nome di un profitto sempre maggiore da anni, con innumerevoli casi riportati di lavoratori stessi disposti a pagare, quei 500 euro, pur di aver riconosciuta la possibilità di chiedere un permesso di soggiorno. Per di più, suonano ancora nelle orecchie di tanti e tante migranti e solidali di quella Teresa Bellanova, “paladina” della forza lavoro bracciantile, che in una conferenza stampa asseriva di come la sua sanatoria, valida per sei ridicoli mesi, per due categorie di lavoratori (nel settore agricolo e in quello del lavoro domestico),  fosse non tanto un gesto di principio quanto una misura necessaria al rilancio dell’economia. Non tanto, quindi, un passo importante nella prospettiva di porre davvero fine a fenomeni come il caporalato, quanto un tentativo di legalizzare, quasi, quei profitti che, ad oggi, esistevano in una realtà a parte, oltre la legalità e le norme di uno Stato che per anni ha continuato a ignorare le proteste di migliaia di attivisti e braccianti.

In queste disgustose affermazioni, tuttavia, sta il riconoscimento di un dato importante. I migranti sono una forza sociale importante che, oggi, si intreccia indissolubilmente alle dinamiche produttive italiane. I tentativi di Bellanova e soci, di continuare a proporre finte soluzioni per problemi reali, facendo il gioco di capitalisti e giganti del settore agroalimentare, riconoscono implicitamente la forza potenziale che, questa componente sociale, detiene e, come abbiamo visto a fasi alterne nel corso degli ultimi anni, tende a far scaturire con intensità via via crescente. Sempre più lavoratori e lavoratrici migranti tendono a stringere le braccia in solidarietà per denunciare le condizioni di lavoro a cui sono sottoposti, e le acrobazie legali a cui sono costrette da uno stato che, del loro lavoro, necessita sempre di più. E questa solidarietà si è anche espressa, il 15 Luglio, in dichiarazioni e manifestazioni di vicinanza da parte di quei settori che non sono toccati dalla sanatoria Bellanova, e che sembra la borghesia italiana tenga a tenere ben distanziati, nel discorso pubblico, dal mondo delle campagne e di quello del settore dei lavori domestici: tanti stabilimenti della logistica, attraverso azioni organizzate dal Si Cobas, si sono schierati per ribadire, insieme ai lavoratori e alle lavoratrici del foggiano e del reggiano, che è necessaria una sanatoria per tutti e tutte, e che le provocazioni, le violenze, i soprusi dello stato borghese devono cessare immediatamente, e non passeranno più laddove gli operai si oppongono uniti e compatti.

Il silenzio glaciale, a livello nazionale, dei sindacati confederati, è ormai una dichiarazione di complicità da parte delle burocrazie con quanto sta accadendo a livello legislativo (nel caso qualcuno avesse bisogno di ulteriori conferme di dove queste si collochino). Nonostante timide proteste nel forlivese da parte di migranti iscritti o comunque vicini alla FLAI CGIL abbiano quantomeno aiutato a portare i riflettori su condizioni di sfruttamento e conseguente inerzia istituzionale sullo status legale dei migranti anche nelle campagne della provincia romagnola, il reale contributo a questa lotta, in queste zone, viene dalla crescente insoddisfazione dei migranti verso le condizioni a cui sono quotidianamente sottoposti, e non tanto da un impegno reale del sindacato nel portare avanti una critica sistemica non solo alle cosiddette “agromafie”, leitmotiv della conversazione sulle politiche agricole del paese da anni ormai, ma a tutta la fitta rete della filiera agroalimentare che, in totale legalità, ha ancora le spalle coperte da decenni di legislazione a sua tutela, con la tacita ammissione da parte dei sindacati confederati che “le cose si fanno così”. Silenzio fino a quando, però, non sono gli stessi migranti ad alzare la voce e, almeno da queste parti, costringere i propri burocrati all’azione, per quanto timida possa essere. E timida è stata, e timida sarà: almeno, fino a quando i lavoratori e le lavoratrici, anche nella bassa padana, rivendicheranno una reale indipendenza da queste strutture che, storicamente, non fanno altro che coprire gli interessi reali del capitalismo nei campi e lungo tutta la filiera.

Inoltre, le manifestazioni Black Lives Matter che hanno attraversato per alcune settimane l’Italia, nonostante abbiano perso gran parte della trazione originale che avevano, hanno aiutato, se non altro, a dare spazi e voce alle storie delle condizioni quotidiane di razzismo, in città come nei luoghi di lavoro, di tantissime e tantissimi operai ed operaie. Ogni slancio positivo, quindi, è sempre partito dai lavoratori stessi, che hanno dimostrato a più riprese la convinzione e la prospettiva che una classe organizzata e combattiva può proporre, quando si prende questi spazi e si arma di questa voce. Per questo, ogni forma di incoraggiamento e sostegno ai braccianti in Italia deve necessariamente accompagnarsi ad una chiamata all’unità dei lavoratori nella rivendicazione di diritti fondamentali, condizioni di lavoro realmente dignitose, e in ultima istanza una trasformazione sociale che, finalmente, possa dare il controllo della ricchezza a chi la crea davvero: i lavoratori e le lavoratrici tutte. Un’unità dei lavoratori che passa necessariamente attraverso la convergenza di interessi e percorsi di conflittualità sociale e politica in ogni luogo di lavoro, che sappia fare proprie una serie infinita di questioni che si intrecciano ogni qual volta si ripresentino: dalla necessità di un riconoscimento legale di permanenza in Italia, alla violenza razzista dello stato borghese attraverso le sue braccia esercenti di forza di polizia ed esercito, alla questione di genere, quella abitativa. Il capitale ha capito tanto tempo fa l’elemento intersezionale di tali questioni: oggi, più che mai, i militanti anticapitalisti devono essere in grado di declinare questi argomenti in lotte reali, compartecipate e trasformative. Il primo passo, in questa direzione, non è, quindi, una fantomatica unità di sigle (siano esse sindacali o partitico-associazionistiche) fondata sull’interesse personale di soggetti o gruppi in vista di tornate elettorali o “appuntamenti” di piazza particolarmente scenici: il primo passo è la solidarietà reale, espressa nell’unità dei lavoratori e delle lavoratrici, dovunque questi provino ad alzare la testa contro le oppressioni cui si oppongono.

Se il 15 è stata la prima tappa, ci prepariamo a tutte quelle che verranno: rilanciamo, come Voce, l’invito lanciato da Campagne in Lotta per chiunque volesse scendere a Foggia per sostenere dal vivo, in questo periodo particolarmente intenso per il lavoro stagionale, i processi di lotta che prenderanno forma nei prossimi mesi.

 

Luca Gieri

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ALLE LOTTE DEI LAVORATORI DELLE CAMPAGNE SERVE LA TUA SOLIDARIETÀ’.
L’IMMIGRAZIONE NON E’ UN CRIMINE, LA SOLIDARIETÀ’ NON È UN REATO!

Da anni, nei distretti agroindustriali del territorio Italiano, le lavoratrici e i lavoratori immigratx portano avanti con tenacia una lotta contro lo sfruttamento e per la libera circolazione, contro le leggi che limitano sempre di più le libertà di chi vive in questo paese con ricatto del permesso di soggiorno e del contratto, che spesso non ci sono. Una lotta per ottenere documenti, case e contratti di lavoro regolari, che da anni va avanti nella provincia di Foggia così come nella piana di Gioia Tauro e nell’area di Saluzzo, e in molti altri luoghi dove i giganti della frutta e della verdura fanno grandi profitti sulle spalle dei e delle braccianti. È una lotta autorganizzata, portata avanti per la necessità vitale di liberarsi dalla segregazione a cui è costretto/a chi vive nei ghetti di stato (che siano campi di lavoro, centri di accoglienza o insediamenti informali), dalla precarietà delle vite legate a un permesso di soggiorno, ma anche per liberarsi della strumentalizzazione di associazioni e sindacati che diffondono una narrazione delle persone migranti come mute ed incapaci di autodeterminarsi.
Di fronte a questa lotta, non possiamo rimanere a guardare. La Rete Campagne in Lotta è nata proprio per questo: dare solidarietà concreta a queste esperienze, sostenendo l’autorganizzazione come unica strada per la liberazione di tutti e tutte noi. Una solidarietà concreta che unisce le lotte e fa paura al potere, che infatti cerca con insistenza di reprimerla con, denunce, fogli di via, processi e condanne.
Nonostante questo le lotte autorganizzate continuano a esistere, ed ora più che mai bisogna solidarizzare e sostenersi.
Quest’anno, la sanatoria in corso ha riportato dopo anni il discorso della regolarizzazione delle persone immigrate al centro del dibattito politico. Eppure, le e i diretti interessati continuano a non avere voce in capitolo, oltre ad essere largamente escluse da questi provvedimenti.In più la stagione del pomodoro, che nella zona di Foggia va da luglio a settembre, è il momento di massimo afflusso di lavoratrici e lavoratori stagionali e in cui le condizioni di sfruttamento toccano l’apice. È in questo momento in cui si sente più forte il bisogno di creare momenti di conflittualità necessari per ottenere ciò che si chiede.

Per questo motivo, come Rete, durante questi mesi estivi intensifichiamo la nostra presenza sul territorio, e facciamo appello alle/ai solidali per contribuire a questa battaglia. Invitiamo chiunque voglia impegnarsi al fianco di chi vive nelle campagne a raggiungerci a Foggia, per contribuire partecipando allo sportello di supporto legale, all’inchiesta sulle condizioni di vita e di lavoro nelle campagne, e soprattutto alle mobilitazioni e alle lotte. La possibilità di raggiungerci a Foggia inizia a partire da metà Luglio fino a Settembre (ma, tieni bene a mente, l’attività della Rete e la lotta delle lavoratrici e dei lavoratori prosegue tutto l’anno).
Consigliamo caldamente di pensare ad un contributo solo in caso di disponibilità a partecipare almeno per 7 giorni, soprattutto per garantire un supporto solidale e militante alle lotte in corso.
Se non potete muovervi ma volete comunque supportare le attività della Rete, potete aiutarci a sostenere le spese legali e organizzative contribuendo alla campagna: “L’immigrazione non è un crimine, la solidarietà non è un reato!” sul nostro sito: www.campagneinlotta.org

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Telefono: 3511033277; 3205529690

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