Una critica dal punto di vista marxista, elaborata da Josefina Martínez, fondatrice della sezione dello Stato spagnolo della corrente femminista socialista internazionale Pan y Rosas, al concetto di intersezionalità, diffuso nel dibattito politico dei movimenti degli oppressi.


L’intersezionalità è una parola di frequente uso negli ambienti accademici, nell’attivismo femminista e nei movimenti sociali. “Classe, razza e genere” è la “santissima trinità del nostro tempo”, come osservato da Terry Eagleton1. Si parla di intersezionalità, ma spesso non è chiaro cosa definisca. È una teoria o una descrizione empirica? Opera nel campo della soggettività individuale o analizza i sistemi di dominio? E infine: cosa dice delle cause delle oppressioni che affronta e, soprattutto, delle vie per l’emancipazione?

Sebbene vi fossero già diverse riflessioni sul rapporto tra genere, razza e classe nei dibattiti del marxismo e della sinistra già da molto tempo, il concetto di intersezionalità è apparso definito per la prima volta come tale in un articolo pubblicato nel 1989 dall’avvocata e femminista nera Kimberle Crenshaw2, che ha tentato di trovare soluzioni nel campo della legislazione antidiscriminatoria negli USA. Un’origine che, indubbiamente, ha segnato i contorni del concetto, come vedremo più avanti. Tuttavia, il precedente più importante lo riscontriamo nell’elaborazione delle femministe nere degli anni 70 – come il Combahee River Colective -, le quali formularono una critica “intersezionale” ai movimenti di liberazione, nel quadro della seconda ondata femminista e della radicalizzazione politica del periodo.

Nel nostro articolo proponiamo un breve excursus sullo sfondo storico, le prime formulazioni del concetto, la sua deriva con l’ascesa del postmodernismo e il dibattito che viene posto oggi dai movimenti sociali. Allo stesso modo, stabiliamo un contrappunto critico dal punto di vista marxista alle teorie dell’intersezionalità.

 

1. Il Combahee River Colective e le femministe nere

Nel 1977 è stato pubblicato il Manifesto del Combahee River Collective. Il nome di tale gruppo fu un tributo alla coraggiosa azione militare guidata dall’ex schiava e abolizionista Harriet Tubman nel 1863, che riuscì a liberare 750 schiavi dal fuoco nemico dei cannoni. Fu l’unica donna a guidare un’operazione dell’esercito durante la guerra civile americana.

Le femministe nere degli anni ’70 si riconoscevano come parte di una tradizione storica della lotta delle donne nere sin dal XIX secolo. Nel suo libro Donne, razza e classe3, Angela Davis recupera il suo ruolo (di Harriet Tubman, ndt) nel movimento abolizionista negli Stati Uniti. Sojourner Truth è passata alla storia per il suo discorso alla conferenza suffragista di Ohio nel 1851. Un uomo sostenne che le donne non potevano votare perché rappresentavano il “sesso debole”, alché Sojourner Truth rispose a tono:

Ho arato, ho seminato e ho raccolto nei granai senza che nessun uomo potesse battermi! E non sono forse una donna? Potrei lavorare come un uomo e mangiare tanto quanto lui quando ho fame, così come sopportare la frusta! E non sono forse una donna? Ho dato alla luce tredici figli e ho visto molti di loro venduti in schiavitù … E non sono forse una donna?

La sua risposta fu una sfida al racconto patriarcale che aveva costruito la “femminilità” considerando le donne come esseri deboli, “naturalmente” inferiori e incapaci di esercitare la cittadinanza politica. Ma fu anche una critica alle suffragiste bianche, poiché molte di esse tralasciavano le richieste delle donne nere e delle lavoratrici.

A metà degli anni ’70 del XX secolo, diverse donne nere decisero di recuperare quella tradizione e di costituirsi in gruppi militanti, dopo aver avuto una brutta esperienza nel movimento bianco e in organizzazioni femministe per la liberazione del popolo nero. Con la pubblicazione del Manifesto del Combahee River Colective, le femministe nere misero in discussione, parallelamente al femminismo bianco, il movimento nero e il femminismo nero borghese, NBFO (National Black Feminist Organization).

Stabilirono come punto di partenza l’esperienza condivisa di una simultaneità di oppressioni, la trilogia di classe, razza e genere, alla quale si aggiungeva anche l’oppressione sessuale. Da questa posizione formulavano una critica al movimento femminista egemonizzato dal femminismo radicale. Questa corrente interpretava le contraddizioni sociali mediante l’opposizione tra “classi sessuali”4 e dava priorità a un sistema di dominazione – il patriarcato – su tutti gli altri5. Con la messa in discussione della preminenza dell’oppressione sessuale o di genere su quelle di razza e classe, le femministe nere polemizzavano anche con le tendenze apertamente separatiste o della cosiddetta “guerra dei sessi”, che si rafforzavano nel femminismo di fine anni ’70, definite pertanto come un movimento orientato dagli interessi delle donne bianche dei ceti medi. Inoltre, sostenevano che tutti i tipi di determinazione biologicista dell’identità possono portare a posizioni reazionarie.

Anche se siamo femministe e lesbiche, esprimiamo solidarietà agli uomini neri progressisti e non difendiamo il processo di frazionamento che chiedono le donne bianche separatiste.

Nel suo libro Feminism is for everybody, la femminista nera Bell Hooks spiega che, in quegli anni, “le visioni utopiche della sorellanza” e la definizione astorica di patriarcato furono messe in discussione dai dibattiti su razza e classe. Tirando un bilancio, sosteneva che le donne bianche che tentarono di organizzare il movimento attorno all’idea dell’oppressione condivisa e che proponevano che le donne formassero una classe o una casta sessuale, furono le più riluttanti ad ammettere differenze tra le donne”. Segnala anche la polemica con le correnti separatiste nel movimento:

Trattavano tutti gli uomini come un nemico per presentare tutte le donne come vittime. Dipingevano tutti gli uomini come il nemico per rappresentare tutte le donne come vittime. Porre l’attenzione sugli uomini sviava l’attenzione sui privilegi di classe di alcune attiviste femministe, così come sul loro desiderio di accrescere il potere della propria classe.

Nel manifesto del CRC, la lotta per l’emancipazione delle donne nere e del popolo nero era inseparabile dalla lotta contro il sistema capitalista. Per questo aderirono esplicitamente alla lotta per il socialismo:

Riconosciamo che la liberazione di tutta la popolazione oppressa richiede la distruzione del sistema politico ed economico del capitalismo e dell’imperialismo così come del patriarcato. Siamo socialiste perché crediamo che il lavoro debba essere organizzato per il beneficio collettivo di coloro che lavorano e creano prodotti (…) Non siamo convinte, tuttavia, che una rivoluzione socialista che non sia anche una rivoluzione femminista e antirazzista ci garantirà la liberazione.

In relazione al marxismo, assicuravano di essere d’accordo coi fondamentali della teoria di Marx riguardo “alle relazioni economiche specifiche”, ma consideravano che le analisi dovessero “estendersi maggiormente, di modo da comprendere la nostra specifica situazione economica come nere”. Va notato che, sebbene avessero definito la necessità di una rivoluzione socialista, i compiti pratici che si proponevano come gruppo erano limitati principalmente ai laboratori di autoconsapevolezza e alla lotta per i diritti concreti delle donne nere nei quartieri.

Nel Manifesto, la nozione di politiche dell’identità appare come una risposta alla forma specifica in cui le donne nere subiscono l’oppressione. L’auto-riconoscimento della propria identità è considerato un momento necessario per stabilire una confluenza con altri movimenti di liberazione a posteriori. C’è una tensione tra la costituzione di un’identità differenziata e la confluenza con il resto degli oppressi per la lotta contro un sistema che combina forme di dominio economico, sessuale e razziale.

Pochi anni dopo, tuttavia, cambiando drasticamente il contesto sociale, politico e ideologico, con l’ascesa del neoliberalismo e del postmodernismo, il concetto di intersezionalità assumerà un nuovo significato. Mentre la trasformazione radicale della società non sarà più all’orizzonte, il momento dell’azione collettiva tenderà a liquefarsi, la moltiplicazione delle “identità” differenziate e la richiesta di politiche di riconoscimento all’interno della società capitalista guadagneranno più peso.

 

2. L’intersezionalità come categoria di discriminazione

Kimberle Crenshaw definì per la prima volta il concetto di intersezionalità nel 1989. Sottolineva che il trattare separatamente le discriminazioni razziali e di genere, come “categorie reciprocamente escludenti di esperienza e di analisi” ha avuto conseguenze problematiche per la giurisprudenza, per la teoria femminista e per le politiche antirazziste. Per questo motivo, ha proposto “di contrastare la multidimensionalità dell’esperienza delle donne nere, in contrasto con l’analisi di un singolo asse che distorce queste esperienze”.

Sottolinea che qualsiasi concettualizzazione basata su un singolo asse di discriminazione (che si tratti di razza, genere, sessualità o classe), cancella le donne nere dall’identificazione e la possibilità di risolvere la discriminazione, limitando l’analisi alle esperienze di membri privilegiati di ciascun gruppo. Nei casi di discriminazione razziale, tende ad essere visto dal punto di vista dei neri con privilegi di genere o di classe; mentre, in caso di discriminazione di genere, l’attenzione è rivolta alle donne bianche con risorse economiche. Poiché “l’esperienza intersezionale è più della somma del razzismo e del sessismo, qualsiasi analisi che non tenga conto dell’intersezionalità, non può affrontare adeguatamente il modo particolare in cui le donne nere sono subordinate”.

Nella sua analisi, Crenshaw esamina come diverse denunce avviate da donne nere siano state respinte dalla magistratura. Uno dei casi analizzati è quello di DeGraffenreid vs. General Motors. Cinque donne citarono in giudizio la multinazionale per discriminazione lavorativa, poiché come donne nere non potevano essere promosse a categorie di lavoro migliori. Il tribunale respinse la richiesta, sostenendo che non potesse essere stabilita una discriminazione in quanto “donne nere”, perché non costituivano un gruppo soggetto a discriminazione speciale. Accettò, invece, di indagare se si fosse verificata una segregazione razziale o di genere, ma “non una combinazione di entrambi”. Alla fine, la corte stabilì che, dal momento che GM aveva assunto donne – donne bianche – non ci fosse discriminazione di genere. E poiché aveva assunto persone di colore – uomini neri – non c’era discriminazione di razza. La domanda delle donne nere non ebbe dunque seguito. La corte sostenne che accettandola avrebbe aperto un “vaso di Pandora”.

Crenshaw sottolinea come l’obiettivo dell’intersezionalità è riconoscere che le donne nere possono sperimentare discriminazioni con forme complesse e che la struttura concettuale unidirezionale non consente loro di essere affrontate. Alla fine degli anni ’80, di conseguenza, il concetto di intersezionalità appare come una categoria utile a complessizzare le esperienze di “discriminazione”, con l’obiettivo di stabilire nuova giurisprudenza, che permetterebbe di regolare “politiche per la diversità” da parte dello Stato.

Successivamente, la sociologa statunitense e studiosa del femminismo nero, Patricia Hill Collins, definì l’intersezionalità come un “insieme distintivo di pratiche sociali che accompagnano la nostra storia particolare dentro una matrice unica di dominazione caratterizzata da oppressioni intersezionali”6. Nel suo caso, l’intersezionalità definisce un progetto di “giustizia sociale”, che cerca confluenza e coalizioni con altri “progetti di giustizia sociale”.

Il concetto di intersezionalità fu sviluppato a partire da molte altre intellettuali femministe nere, latine e asiatiche, nel quadro di un’espansione dei “Women Studies” in ambito accademico.
L’intersezionalità si è trasformata in una parola di moda nei congressi e nei dibattiti. Si erano creati dipartimenti di ricerca e ONG per sviluppare studi intersezionali nell’ambito dell’economia, del diritto, della sociologia, della cultura e delle politiche pubbliche. Alla trilogia genere, razza e classe si aggiunsero altri vettori di oppressione come sessualità, nazionalità, età o diversità funzionale. E sebbene ciò avesse permesso una grande visibilità per le situazioni specifiche di oppressioni di multipli gruppi e comunità, paradossalmente sviluppò un clima di rassegnazione circa la critica alle strutture sociali capitalistiche, ora percepite come qualcosa di impossibile da mettere in discussione.

 

3. Intersezionalità, politiche dell’identità e differenze multiple

Il boom sugli studi sull’intersezionalità nel mondo accademico coincide con l’apertura di una nuova fase storica, che ha completamente trasformato il clima intellettuale e politico nel neoliberalismo. Il periodo di “restaurazione borghese”7 nella sua fase neoliberista implicava un attacco diffuso alle conquiste della classe operaia di tutto il mondo, politiche di privatizzazione e deregolamentazione, che hanno avanzato in modo inarrestabile prima della defezione delle direzioni sindacali e politiche della classe lavoratrice. Ciò ha provocato un aumento della frammentazione interna della classe operaia e un’enorme perdita di soggettività di classe.

In questo nuovo contesto, passiamo dalla radicalità delle femministe nere e socialiste del CRC, alla formulazione dell’intersezionalità sotto la crescente frammentazione dei soggetti, attraverso il prisma della postmodernità. L’idea di intersezionalità si fa più somigliante a quella di “diversità” e alle “politiche della identità”.

In questa formulazione c’è uno spostamento dal collettivo all’individuale, dal materiale al soggettivo, in un processo di “culturalizzazione” delle relazioni di dominio. In questo modo s’insinua l’idea che la lotta dei gruppi oppressi passi fondamentalmente per la costruzione di un’autocoscienza delle proprie identità – un “essere situato” – al fine di ottenere che gruppi privilegiati (uomini, donne bianche, donne eterosessuali, ecc.) “decostruiscano” i propri privilegi e riconoscano le diversità. Nel quadro del “cambiamento culturale” postmoderno, le identità si presentano costruite esclusivamente dal discorso, per cui le possibilità di resistere si restringono all’esercizio di un contro-discorso.

Questa prospettiva, senza dubbio, non si può applicare allo sfruttamento di classe: si può per caso sperare che i padroni dei mezzi di produzione, i banchieri e i capitalisti “decostruiscano” il loro potere attraverso un esercizio di autoriflessione? In realtà, questa premessa non è praticabile come strategia per sconfiggere razzismo, eterosessismo e maschilismo, a meno che non si consideri che questi “aspetti di dominazione” siano entità separate; che operino esclusivamente nell’ambito culturale o ideologico, invece di essere intrecciati alle relazioni materiali e strutturali del capitalismo.

D’altro canto, la moltiplicazione di una serie ogni volta più estesa di identità oppresse, senza considerare la possibilità di trasformare radicalmente le relazioni sociali capitaliste sulle quali queste oppressioni si stabilizzano, dà luogo a pratiche di “ghettizzazione” e separazione nel campo dell’attivismo. Patricia Hill Collins mise in guardia riguardo questo problema:

C’è stata enfasi sull’accumulazione di una collezione di identità oppresse che, d’altra parte, hanno dato origine a tutta una gerarchia di oppressioni. Questa gerarchia non solo è stata distruttiva, ma anche divisiva e immobilizzante. (…) Molte donne si sono ritirate in una “politica dello stile di vita”, tipica del ghetto, e vedono loro stesse come incapaci di andare oltre l’esperienza personale e individuale8.

Come rovescio della medaglia di questa impotenza, il sistema capitalista si è appropriato del boom delle “diversità” – intese come mercato di identità – potendo sempre assimilarle, e quando lo fa non punta a sfidare il sistema sociale nel suo complesso. Terry Eagleton sul postmodernismo ha segnalato che:

il suo unico e più duraturo risultato – il fatto che abbia aiutato a collocare le questioni della sessualità, del genere e dell’etnia talmente fermamente nell’agenda politica, che risulta impossibile immaginare che possano essere eliminati senza uno sforzo poderoso – non è stato altro che un sostituto di forme classiche di radicalismo politico, che trattano di classe, Stato, ideologia, rivoluzione, modi materiali di produzione9.

In una nota, ad ogni modo, ha chiarito che non sono stati gli intellettuali postmoderni a porre tali questioni nell’agenda politica, ma l’azione precedente dei movimenti sociali durante le lotte degli anni ’60 e ’70. Di certo, una volta sviluppata tale ondata di radicalizzazione politica, la visibilità che hanno assunto le questioni della razza, del genere e della sessualità è cresciuta mano a mano che divenivano sempre più invisibili le condizioni di classe (al punto tale che alcuni cominciarono a parlare della scomparsa della classe operaia in quanto tale).

 

4. La ritirata della politica di classe

Nella trilogia classe/razza/genere, la classe tendeva ad essere diluita o convertita in una identità convertito ad una più larga identità, come se si trattasse di una categoria di stratificazione sociale (reddito), o della tipologia di occupazione. Marta Gimenez E.10 sottolinea che uno dei tratti caratteristici delle teorie intersezionali è il presupposto che “per teorizzare queste connessioni è necessario difendere l’ipotesi di equivalenza tra le oppressioni”, ma questo porta ad eliminare la specificità delle relazioni di classe.

Contro questa visione, è necessario segnalare che razza, genere e classe non sono categorie direttamente comparabili. Questo non implica né fare una gerarchia di rimostranze né determinare qual è la più importante per l’esperienza soggettiva delle persone; si tratta, al contrario, di trovare una comprensione maggiore delle relazioni tra le oppressioni e lo sfruttamento nella società capitalista.

Per esempio, classe, razza e genere operano in modo molto differente in relazione all’”uguaglianza” e alla “differenza”. Storicamente, la borghesia ha provato a camuffare il più possibile la “differenza sociale” di classe dietro un’ideologia “ugualitaria” del “libero contratto”. Ma usa il razzismo e il maschilismo per fissare le “differenze”, che sono attribuite a condizioni biologiche o “naturali” per giustificare l’iniqua distribuzione delle risorse, l’accesso ai diritti, per difendere la persistenza di una certa divisione del lavoro, o semplicemente la schiavitù di milioni di persone – disumanizzandole.

Da una prospettiva di emancipazione si rivendica che nessuna differenza nel colore della pelle, di luogo di nascita, di sesso biologico o di scelta sessuale possa essere la base di una oppressione, un risentimento o una disuguaglianza; allo stesso tempo si riconosce la diversità e si promuove lo sviluppo del potenziale creativo di tutti gli individui nel quadro della cooperazione sociale. Ma nel caso della differenza di classe, si tratta di eliminarla in quanto tale per fare in modo non esista mai più. La classe lavoratrice, attraverso la lotta contro le relazioni sociali capitaliste, vuole l’eliminazione della proprietà privata dei mezzi di produzione, cosa che implica l’eliminazione della borghesia come classe e la possibilità di finirla con tutte le società classiste.

La differenza sociale tra i padroni dei mezzi di produzione e coloro che si vedono obbligati a vendere la propria forza-lavoro in cambio di un salario, è nella struttura della società capitalista, al netto di ogni tentativo di rendere invisibile tale contraddizione. Le relazioni patriarcali – che sono sorte migliaia di anni prima del capitalismo – e il razzismo non sono entità astoriche, ma hanno acquisito nuove forme e un contenuto sociale specifico nel quadro delle relazioni sociali capitaliste.

Il capitalismo utilizza pregiudizi patriarcali per stabilire una differenziazione come sempre tra “pubblico” e “privato” nell’ambito della produzione e nell’ambito del nucleo familiare, dove le donne sostengono – come lavoro invisibile – una gran parte delle problematiche della produzione sociale della forza-lavoro, necessaria per la riproduzione di capitale. Istituzioni come la famiglia, il matrimonio o la normalità eterosessuale, riformulate sotto nuove relazioni, socializzano e naturalizzano questo ruolo per le donne. Le multiple manifestazioni di oppressione di genere e le dolorose condizioni che implicano per milioni di donne violenze e femminicidi, non si “riducono” alle relazioni di classe, ma non possono esplicarsi senza articolare le categorie di oppressione e sfruttamento.

Attraverso il razzismo, lo scopo era giustificare ideologicamente la schiavitù di milioni di esseri umani, nello stesso tempo in cui l’Illuminismo promuoveva le idee di “libertà”, “uguaglianza” e “fraternità” come base dei “diritti dell’uomo”. Il razzismo ha accompagnato e rafforzato la grande impresa colonialista degli Stati imperialisti, così come il genocidio interno – nel caso degli Stati Uniti contro le popolazioni indigene. In quel paese, dopo la guerra civile e l’abolizione della schiavitù, il razzismo ha continuato ad essere – fino ad oggi – la malta su cui si basa l’esclusione di gran parte della popolazione, trattata come “cittadini di seconda classe” e “lavoratori di seconda classe”, promuovendo la divisione interna alla classe operaia statunitense. A sua volta, come denunciarono le femministe nere, l’oppressione razziale e l’oppressione di genere si combinano magistralmente per massimizzare i guadagni capitalisti: è un fatto l’esistenza di un enorme divario salariale per le lavoratrici nere e latine negli Stati Uniti, così come la violenza istituzionale e poliziesca contro i giovani neri. Allo stesso modo (il razzismo, ndt) risorge per appoggiare politiche razziste e xenofobe contro i migranti in Europa, dove costoro vengono trattati come manodopera di seconda fascia, senza diritti sociali e democratici elementari.

 

5. Marxismo e intersezionalità

Ne Il Capitale, Marx scrisse che “il lavoro in pelle bianca non può emanciparsi, in un paese dove viene marchiato a fuoco quand’è in pelle nera”. In un primo lavoro, aveva sottolineato, assieme ad Engels, che “i progressi sociali, i cambiamenti d’epoca sono in relazione diretta progresso delle donne verso la libertà; e le decadenze dell’ordine sociale avvengono in ragione del decremento delle libertà delle donne”, parafrasando il socialista utopistico Fourier. Allo stesso modo, ne La situazione della classe operaia in Inghilterra, Engels aveva analizzato in forma concreta la realtà delle donne operaie, che facevano ingresso massicciamente nel mondo della produzione capitalista e sperimentavano così un doppio peso, quello dell’oppressione e dello sfruttamento. Ne L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, Engels riprese gli studi antropologici incompleti del suo amico per sviluppare un’analisi dell’Istituzione familiare nella Storia e dell’oppressione delle donne.

Il marxismo rivoluzionario ha analizzato la relazione tra sfruttamento e oppressione anche sotto altri aspetti. Ad esempio, Marx ed Engels sottolineavano che il proletariato inglese non avrebbe potuto essere libero se i propri diritti si fossero basati sull’oppressione dei lavoratori irlandesi. Più tardi, poi, Lenin sostenne che un popolo che opprime un altro popolo non può essere libero, e difese il diritto all’autodeterminazione nazionale, così come la lotta contro l’oppressione coloniale dei popoli.

In un articolo critico con le teorie dell’intersezionalità, Lise Vogel sostiene correttamente che le femministe socialiste degli anni ’60 e ’70 già avessero posto – prima che il termine “intersezionalità” si diffondesse – il nesso tra patriarcato, razzismo e capitalismo. È necessario aggiungere che già molto prima si era sviluppata una nutrita tradizione del pensiero femminista socialista: da Flora Tristan, passando da Engels e Clara Zetkin, ai rivoluzionari russi e molti altri; tale corrente si è materializzata in importanti conferenze internazionali delle donne socialiste, nel programma di organizzazioni delle donne operaie e contadine. Il programma di transizione, scritto da Lev Trotsky e adottato dalla IV Internazionale nel 1938, fa sua la bandiera della necessità di dare “largo alle donne lavoratrici!” per conquistare “una base d’appoggio tra gli strati più sfruttati della classe operaia”.

Dal punto di vista delle teorie dell’intersezionalità, spesso si critica il marxismo per il suo supposto “riduzionismo di classe”. Ma difendere la centralità di una “analisi di classe” non significa limitare la stessa all’attività nei sindacati nelle lotte salariali. Questa è una visione corporativa e economicista di classe, o strattamente sindacalista. Sicuramente la pratica di gran parte dei partiti comunisti stalinizzati, così come quella della burocrazia sindacale nel XX secolo, è stata una dimostrazione di questa modalità politica corporativa, approfondendo il distacco tra “politica di classe” e la lotta dei movimenti contro le oppressioni. Ma solo col falso presupposto di equiparare lo stalinismo al marxismo, si può affermare che quest’ultimo non abbia considerato “l’intersezione” dello sfruttamento di classe con l’oppressione di genere, col razzismo, con l’oppressione coloniale o con la sessualità.

L’analisi di classe ha lo scopo di svelare le relazioni che fanno da struttura nella società capitalista, basata nell’estrazione generalizzata di plusvalore per l’accumulazione di capitale, ma allo stesso tempo spiega anche l’appropriazione del lavoro riproduttivo delle donne in casa, così come la concentrazione di capitali nelle mani dei grandi monopoli, l’espansione del capitale finanziario e la concorrenza tra Stati imperialisti, che porta a guerre e saccheggi globali. Analizza anche come il Capitale utilizza e affina le “differenze”, alimentando le ideologie razziste, misogine e xenofobe, per massimizzare lo sfruttamento e accrescere divisioni tra le fila della classe operaia. Questa analisi di classe, lungi dall’essere “riduzionista economica”, include le interazioni di elementi politici e sociali e permette di comprendere più nel profondo l’articolazione delle relazioni di classe con il razzismo, col patriarcato o con l’eterosessismo.

Allo stesso modo, è il riconoscimento che la classe lavoratrice – che nel XXI secolo è diversificata, multietnica e femminilizzata come mai nel corso della Storia – se riesce a superare le divisioni e le frammentazioni interne, possiede la capacità unica di distruggere il Capitale e porre sotto il suo controllo l’insieme di economia, industria, trasporti e comunicazioni, come base per organizzare una nuova società di liberi produttori. La ritirata della “politica di classe” significa in realtà l’abbandono della lotta contro il sistema capitalista, senza la quale non si potrà mai porre fine alle terribili sofferenze che provocano sfruttamento e oppressione di razza, genere o sessualità.

Dopo la crisi del capitalista del 2008, con l’emergere di nuovi movimenti di resistenza alle politiche neoliberiste, settori di attivismo femminista, movimenti antirazzisti o della gioventù, difendono in un nuovo senso l’idea della “intersezionalità” per formare coalizioni tra diversi gruppi di oppressi. Il movimento di donne che organizza la lotta dell’8M in Spagna, per esempio, si è definito come un movimento “anticapitalista, antirazzista, anticoloniale e antifascista”. Questo è senza dubbio un passo avanti molto importante verso la confluenza delle lotte e della controtendenza alla logica della frammentazione. Sicuramente, la somma o “l’intersezione” dei movimenti di resistenza non è sufficiente, se non si articola con una strategia comune per sconfiggere il capitalismo, condizione senza la quale non sarà possibile porre fine né al razzismo né all’oppressione patriarcale.

Non si tratta di contrapporre “movimenti” o “identità” a una classe operaia in astratto e senza genere. Mai nella storia la classe lavoratrice è stata tanto attraversata da diversità di genere e razza come oggi. Le donne rappresentano oggi il 50% della classe operaia, che al suo interno ha donne nere, latine, asiatiche. La chiave di una strategia egemonica, quindi, passa per porre al centro una politica di classe, che includa in forma decisa la lotta contro tutte le oppressioni: di genere, di razza o di sessualità. Questo implica provare ad unire ciò che il capitalismo divide, rafforzando l’unità interna della classe lavoratrice, così come una politica di alleanze coi movimenti di lotta contro le oppressioni specifiche. Tale prospettiva, unita alla lotta per espropriare gli espropriatori, è l’unica che può permettere di avanzare verso una società veramente libera.

 

Josefina Martínez

Traduzione da Ideas de Izquierda

Note

1. Eagleton, Terry; Against the Grain, in Essays 1975-1985, Londra, Verso, 1986.

2. Crenshaw, Kimberle, Demarginalizing the Intersection of Race and Sex: A Black Feminist Critique of Antidiscrimination Doctrine, Feminist Theory and Antiracist Politics, The University of Chicago, Legal Forum, Volume 1989, Issue 1.

3. Davis, Angela, Mujeres, raza y clase, Madrid, Akal, 2004 (Women, Race and Class) 1981.

4. Nei termini del femminismo radicale di Shulamith Firestone (La dialettica dei sessi, 1971) così come del femminismo materialista di Cristine Delphy (L’ennemi principal, 1970).

5. Come formulato da Kate Millet in Sexual Policy, 1970.

6. Hill Collins, Patricia, Rasgos distintivos del pensamiento feminista negro, in Feminismo negros. Una antología, Mercedes Jabardo (a cura di), Madrid, Traficantes de sueños, 2012. (Black feminism thought, New York, Routledge, 2000).

7. Albamonte, Emilio e Matías Maiello, En los límites de la restauración burguesa, Estrategia Internacional, n°27, febbraio 2011.

8. Hill Collins, op. cit., 2012.

9. Eagleton, Terry, Las ilusiones del posmodernismo, Bs. As., Editorial Paidós, 1997.

10. Giménez, Marta E., Marx, Women, and Capitalist Social Reproduction, Historical Materialism Book Series, Volume 169, Leiden-London, Brill, 2019.