L’omicidio per pestaggio di Willy Monteiro Duarte, giovane di origine capoverdiane che abitava nella provincia laziale, ha scatenato un’ondata di indignazione, ma anche un giustificazionismo non proprio marginale, segno di un clima sociale dove le concezioni e le pratiche violente, razziste, alimentate dalle culture reazionarie, hanno una preoccupante area di consenso, alimentata di fatto dalle campagne classiste e razziste della “grande” stampa.


Era solo un immigrato”. Così ha esclamato un membro della famiglia degli assassini del giovane Willy Monteiro ucciso sabato sera nella città di Colleferro a 40 km da Roma.

Una frase che ci dice molto sul clima d’odio razzista che si respira nel nostro paese. Tuttavia, esaminando le reazioni che stanno circondando questo efferato omicidio, si scorge che parole di un certo odio, molto più sottile, provengono anche dalla cosiddetta stampa nazionale “autorevole”.

Mettiamo tuttavia le cose in ordine e raccontiamo chi era Willy e cosa è accaduto sabato notte nei locali della movida colleferrina, a due passi dall’edificio che ospita il comune e a 30 metri dalla caserma del comando dei carabinieri.

Willy è un ragazzo appena diplomato dalla scuola alberghiera di Fiuggi (Frosinone) e da circa due anni lavora come aiuto cuoco in un ristorante nella zona del 4° km, tra le cittadine di Artena e Colleferro.

Non abita in nessuna delle due città, bensì in un altro piccolo comune, a 15 minuti da Colleferro, Paliano (già provincia di Frosinone).

Sabato notte, dopo il suo turno al ristorante, aveva deciso di bere una birra insieme ai suoi amici nella città dell’ex ItalCementi: è lì che si è consumata la tragedia.

Sembrava una serata come tante, quando, per difendere un suo amico coinvolto in una disputa nel giardino adiacente alla caserma dei carabinieri, un gruppo di quattro, forse cinque picchiatori seriali, ha aggredito Willy pestandolo a sangue fino alla morte.

A nulla sono serviti i soccorsi, mentre le forze di sicurezza sono riuscite nell’immediato a catturare i picchiatori: da come si intende dalle parole di uno dei carabinieri, dalle poche parole dei testimoni aveva subito intuito chi fossero i colpevoli.

Un omicidio che fa rabbrividire pensando alla corporatura del giovane Willy e alla forza brutale e squadrista dei suoi aguzzini, esperti di arti marziali e combattenti agonisti.

Tuttavia ciò che più colpisce, al di là dell’omicidio, sono i soliti argomenti pieni di ideologia classista della stampa borghese. Frenetica nel raccontare i fatti e sempre in prima linea alla ricerca dello scoop, si è catapultata all’interno di stancanti stereotipi e avvalendosi di una retorica che rimane sempre fedele che non si discosta poi molto dall’odio sprigionato dal famigliare di uno dei (per ora ufficialmente presunti) assassini.

Ne elenchiamo alcuni, che rinforzano il consenso attorno all’odio verso il povero, l’immigrato, e l’esaltazione di ‘valori e virtù’ utili a definire se un ragazzo, nel pieno della sua gioventù, sia una persona buona o cattiva. Ritroviamo pure l’inscalfibile, falsa retorica sui paesini di provincia dove la qualità della vita è migliore della città, dove “l’aria è pulita”. O ancora delle grida, che non si discostano molto da quelle dell’opinione pubblica che grida vendetta, di opinionisti in tv che gridano alla repressione delle “cattive abitudini”, arrivando a demonizzare le arti marziali o altre attività certo non “tossiche” in sé.

Mettendo da parte le frettolose ricostruzioni dei giornali, ciò che emerge dalle righe dei quotidiani nazionali è che Willy era un bravo ragazzo perché la famiglia (madre e padre) erano immigrati bene integrati, lavoratori (operai agricoli) e che non avevano avuto mai nessun problema con la comunità ‘ospitante’.

Secondo questa narrativa quindi, l’immigrato è una brava persona se china la testa e si comporta da ospite, lavora dalla mattina alla sera e guai se si azzarda ad agitarsi per far valere i propri diritti o a sfoggiare malcontento nei luoghi nei quali vivono.

Willy era un bravo ragazzo perché a venti anni lavorava in un ristorante per realizzare il suo sogno di diventare cuoco, e quindi giù con articoli sulla devozione del giovane ragazzo al lavoro e di quanto puntuale e preciso fosse, sorvolando per l’ennesima volta sulle condizioni materiali dei milioni di famiglie operaie nel nostro paese, che spesso faticano ad arrivare a fine mese e a garantire un’istruzione minima ai loro figli i quali, dopo aver raggiunto i sedici anni, sono in molti casi costretti a lavorare e ad essere “bravi” sotto il comando del padrone per pagarsi gli studi o per togliersi qualche minima soddisfazione.

Probabilmente Willy era uno di quei ragazzi, che appena usciti dall’istituto alberghiero, voleva accedere a quei costosissimi corsi di cucina che i grandi chef della TV ci offrono al prezzo del sangue e per farlo era costretto a fare qualche anno di lavoro in quelle cucine per metter da parte il gruzzoletto che gli avrebbe permesso di avere quelle certificazioni essenziali per essere sfruttato in un ristorante di lusso o per emigrare in nord Europa, negli Stati Uniti o in Australia.

Veniamo ora alla retorica sulla qualità della vita dei piccoli centri delle aree interne della provincia romana o ciociara.

Il territorio nel quale Willy ha vissuto è un territorio dove il grande capitale ha usurpato centinaia di chilometri quadrati di terra, prima inquinando con i camini dell’ex Snia -fabbrica di armamenti- e successivamente con la scoperta di centinaia di fusti radioattivi sotterrati nei campi di girasole e di grano.

Un territorio che ha visto aumentare il numero di morti per tumori e leucemie non solo nella sola città di Colleferro, ma anche nei comuni di Artena, Valmontone e Paliano, oltre ai piccoli comuni del comprensorio dei Monti Lepini.

In questo territorio è nato e cresciuto Willy, così come la squadraccia che lo ha ucciso. Un’area vittima del capitalismo italiano che, dopo anni di soprusi ambientali e sfruttamento generalizzato e dopo l’impossibilità dopo la crisi del 2008 di generare profitto, ha lasciato senza occupazione e con malattie mortali centinaia di operai che vi lavoravano.

Oggi quest’area si appresta ad accogliere a braccia aperte due importanti Hub della logistica di Amazon e Leroy Merlin, mentre l’ospedale di Colleferro, che una volta ospitava diversi reparti e che accoglieva un bacino di utenza di circa 60.000 cittadini, si affida ai finanziamenti del colosso dell’aereospaziale, AVIO, per ristrutturare ciò che ne rimane dei reparti aperti.

Menzognera è anche, fatta eccezione per piccole realtà associative, la narrativa della forte coesione sociale dei piccoli centri dell’entroterra.

In questi territori, per fare un esempio, neanche le squadre di calcio fungono da fattore aggregante: sedotte dalle grandi accademie dei club delle serie professioniste, illudono migliaia di giovani (facendogli pagare fior fior di quattrini) che un giorno diventeranno grandi calciatori, svuotando di ogni senso il calcio “minore”.

È in questi contesti che si genera la volontà di prevaricazione verso il tuo compagno, la concorrenza spietata e quella voglia di voler dimostrare un qualcosa in più pur di conquistare la vetta.

È qui che nascono la rabbia sociale, le sconfitte e la voglia di “rivincita” che spesso sfociano nell’affiliazione, cosciente o meno, ai circoli legati alla malavita, o che comunque cercano “scorciatoie” per riconquistare tutto ciò che ti hanno illuso di avere e che non sei riuscito ad ottenere.

Non è un caso che gli aguzzini di Willy rappresentino un tipo antropologico figlio della più acuta illusione di una vita lussuosa, fatta di automobili, oro e ville.

A nulla servono le grida -più che scomposte- dei vari Giannini che suggeriscono la chiusura delle palestre dove si pratica il MMA, arte marziale praticata dagli aguzzini di Willy. La strategia repressiva, che individua negli effetti, invece che nelle cause, i problemi che hanno portato alla morte del giovane sono figlie di una voluta e ricercata ignoranza paternalistica, per niente incompatibile con la “migliore” tradizione fascista italiana.

Nei territori dove questo brutale crimine si è consumato, realtà come le palestre popolari (e non è il caso della palestra in cui si allenavano i presunti assassini) o esperienze simili sono linfa vitale di quel poco di senso di comunità che è rimasto.

Sulla stessa onda, si accodano le opinioni di chi, senza conoscere il tessuto sociale delle province e delle periferie italiane, blatera su arresti e repressione di qualsiasi individuo che si trovi davanti ad una discoteca in stato di ebrezza.

Anche questo è odio. Un odio sponsorizzato da chi, sotto sotto, condivide una mentalità da ordine e disciplina funzionale allo status quo che il sistema capitalista impone alla classe lavoratrice, che in Willy piange un suo troppo giovane martire.

Giustizia per Willy!

Trasformiamo il dolore e la rabbia in lotta contro il razzismo, contro la barbarie del sistema capitalista che genera mostri!

 

Mat Farouq