Il referendum del 20-21 settembre sul taglio dei parlamentari è una manovra populista del M5S che ancora una volta distoglie l’attenzione dalle colpe della classe dominante ai danni della “casta” parlamentare: la prospettiva che propongono, di fatto, è un assetto esplicitamente meno democratico, governista, che faccia da sponda a una riduzione ulteriore della libertà di espressione, organizzazione e lotta del movimento operaio e dei settori oppressi della società.

Pubblichiamo di seguito una dichiarazione che spiega le ragioni del NO della Frazione Internazionalista Rivoluzionaria.


Perché un referendum oggi sul taglio dei parlamentari?

Il dilagare della pandemia da Coronavirus ha fatto slittare il referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari, proposto dal M5S, da marzo a settembre, precisamente domenica 20 e lunedì 21 settembre. Se la misura passasse, verrebbero modificati gli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione: in pratica, il numero dei deputati passerebbe da 630 a 400, e quello dei senatori da 315 a 200.

Questa misura, per entrare in vigore, ha bisogno della maggioranza di sì in un referendum popolare (senza quorum) perché 71 parlamentari ne hanno richiesto la conferma, dato che non è passata in parlamento con la maggioranza di due terzi a entrambe le camere, poiché nel voto al Senato Liberi e Uguali e il Partito Democratico avevano votato contro, cambiando linea e votando sì alla Camera lo scorso ottobre, a governo Conte bis già eletto e quindi con la nuova maggioranza che include ciò che rimane in parlamento del “centrosinistra”. C’è stato così un allineamento di tutti i principali gruppi parlamentari su questa proposta di legge: ora però, importanti settori attraverso tutto l’arco parlamentare annunciano il proprio “no” al referendum, con il favore o meno delle proprie direzioni di partito – 5 stelle inclusi!

 

Che cosa significa davvero questa legge “contro la casta”?

Il taglio dei parlamentari intercetta un sentimento molto diffuso, anche tra i ceti bassi, tra la “gente comune”: i parlamentari sono un esempio di irresponsabilità rispetto alla delega che ricevono dai propri elettori; hanno una serie di privilegi ingiustificabili che li separano dalla massa degli elettori; sono spesso corrotti “dalle lobby” (cioè dalle aziende, dai capitalisti) e si comportano da banderuole senza principi; il loro “lavoro” appare spesso inutile, lontano dai “problemi del paese”… quando non si danno direttamente all’assenteismo.

Una serie di fatti reali, rispetto ai quali il M5S (e una certa politica cinica, populista, di più largo utilizzo) ha fatto di tutto perché si convertano in una disillusione totale della gran massa di elettori – lavoratori dipendenti e autonomi, disoccupati, piccoli e piccolissimi proprietari – verso qualsiasi istituzione democratica e verso i partiti che vi partecipano… tranne il M5S stesso, ovvio! Lo ripetiamo: l’operazione populista, antidemocratica del M5S non è un semplice attacco al parlamento, ma il tassello di una strategia volta a passivizzare il più possibile le masse subalterne al fine di avere piena libertà di manovra politica e istituzionale come partito di potere – un moderno Principe trasformista, antidemocratico, reazionario.

Una strategia che non è per nulla nuova: come molti hanno ricordato nelle passate settimane, è da molti decenni che settori politici della classe dominante – tra cui la famigerata loggia P2 di Licio Gelli – spingono in tutti i modi possibili per erodere qualsiasi carattere democratico dello Stato borghese, a favore di un assetto schiacciato sul governo nazionale (con qualche fetta di potere da far gestire ai vari governi locali) e in generale degli organi statali non eletti direttamente.

Al fine di nascondere qualsiasi ruolo e colpa della classe dominante nei decenni di politiche di tagli e austerità, nella continua erosione dello stato sociale a fianco dei diritti di espressione e organizzazione – prima e soprattutto quelli dei lavoratori e delle loro organizzazioni -, si individua nella “casta” dei parlamentari il responsabile di pressoché tutti i mali del paese. La soluzione logica, allora, è quella di schiacciare il parlamento, riducendone i numeri e le prerogative col tempo, promettendo che uno Stato basato su un “governo forte” – e su organi legislativi di fatto inesistenti – funzionerà meglio, nell’interesse di tutti i cittadini.

 

Le ragioni del nostro no, in cinque punti

Siamo convinti che questo referendum e il taglio di parlamentari che seguirebbe alla vittoria del “sì” non porterebbero alcun vantaggio ai lavoratori, agli sfruttati e agli oppressi ma che, anzi, il “sì” porterebbe vantaggi certi ai banchieri, a Confindustria, ai capitalisti. Per questo sosteniamo attivamente il “no”. Ma non per le stesse ragioni dei partiti parlamentari che si schierano all’ultimo contro il M5S. Per quali, ragioni, allora? Da che prospettiva? Lo spieghiamo punto per punto, affrontando i principali motivi per cui il “sì” è una fregatura per la classe lavoratrice, e perché l’astensione è in questo caso una posizione politica autolesionista.

1. Lo Stato immaginario “amico di tutti”, lo Stato reale al servizio della classe dominante e che schiaccia la classe lavoratrice

È un fatto innegabile che i vari organi legislativi dello Stato, parlamento in testa, non rappresentano affatto uno strumento per conciliare gli interessi delle diverse classi sociali che compongono il paese: le leggi votate dal parlamento non rappresentano né soddisfano in parti uguali i salariati, i piccoli proprietari e i grandi capitalisti. Semmai, risentono dell’enorme peso economico e politico che i capitalisti possono esercitare su tutti gli ambiti della società, e dunque sullo Stato stesso, che di fatto ne costituisce un organo di dominio.

Per questo è una truffa sostenere che lo Stato in generale operi per il bene e nell’interesse di tutti i cittadini.

È evidente che, col tempo, si prendono tutte le misure per cacciare e mantenere fuori dai consigli locali e dal parlamento qualsiasi forza politica che sia espressione, per quanto parziale o distorta, della classe lavoratrice: dalle soglie di sbarramento che si tenta sempre di alzare, all’adozione di criteri maggioritari di elezione al posto dell’unico equo, quello proporzionale. Misure che fanno sponda alle campagne ideologiche, queste sì trasversali e “bipartisan”, che affermano che la classe operaia non esiste più, che le sue organizzazioni, a partire dai sindacati, sono “roba dell’Ottocento”.

Un insieme di sforzi per depotenziare, mettere a tacere quella che è (o, meglio, sarebbe) la principale opposizione sociale e politica al governo, alla macchina burocratica e repressiva dello Stato, alle leggi e controriforme approvate dal parlamento stesso: la classe lavoratrice organizzata politicamente, in grado di raccogliere consenso e di avere anche propri rappresentanti negli organi legislativi.

Il taglio dei parlamentari e la concentrazione del potere politico nel governo sono fattori inseparabili: lo conferma l’aumento progressivo delle leggi prodotte dal governo stesso, con il parlamento ridotto spesso a mero organo di ratifica. E il M5S ha il coraggio di dire che, con meno parlamentari, il parlamento funzionerà meglio: ma se sono i primi ad aver appoggiato politiche di imposizione di decreti e fiducie a gogo, a partire dall’approccio del tutto governista, a favore del ruolo di “padre della patria” del loro protetto Giuseppe Conte, a seguito della pandemia!

Insomma, questo taglio dei parlamentari, e altre misure future di svuotamento degli organi legislativi, sono funzionali soltanto a una maggiore “governabilità” dal punto di vista dei grandi capitali, che hanno bisogno di Stati che li appoggino col numero minore possibile di lungaggini, complessità e resistenze politiche. Il tutto avviene senza alcun bisogno di un colpo di Stato o del “fascismo alle porte”, come spesso hanno argomentato negli ultimi due (ma anche venti) anni i iberaldemocratici e riformisti vari: è precisamente la democrazia borghese della Repubblica Italiana e della sua Costituzione che non può materialmente impedire ai apporti di forza politici fra le classi sociali di spingere in questa direzione… semmai la Costituzione sta lì apposta perché non si vada “troppo” nella direzione di una democrazia superiore, proprio perché non potrebbe essere contenuta negli stretti confini classisti della nostra Costituzione.

2. “Votate no come i partiti corrotti e antidemocratici”: ma l’alternativa è ancora meno democrazia

Molti sostenitori del M5S o comunque del “sì”, anche “a sinistra” e tra i ranghi dei lavoratori, accusano i sostenitori del “no” di difendere i partiti corrotti e antidemocratici che si sono riposizionati in massa contro il taglio dei parlamentari. L’opportunismo e il carattere farsesco della “democrazia” propugnata da questi partiti sono reali, ma l’alternativa che viene proposta è ancora peggio: diventare lo Stato dell’Unione Europea col minor numero di rappresentanti legislativi nazionali per abitante. Alcuni obiettano: ma abbiamo consiglieri anche comunali e regionali: certo, ma anche negli altri Stati esistono (specie in quelli federali!) e ciò non toglie che abbiano parlamenti in proporzione più folti del nostro. Peraltro, i tagli a più riprese degli organi di rappresentanza locale non hanno minimamente fermato le politiche neoliberali o la corruzione: perché dovrebbe succedere col parlamento?

In certe situazioni locali, si creerebbero situazioni aberranti di soglia elettorale “naturale”: in Liguria, per eleggere un senatore bisognerebbe raccogliere non meno del 12,5% dei voti, in Basilicata addirittura il 20%! Così come si creerebbero disequilibri enormi, con un senatore ogni 328.000 abitanti in Sardegna a fronte del senatore ogni 171.000 abitanti in Trentino-Alto Adige.

Un quadro legislativo-elettorale, già peggiorato da decenni di controriforma delle istituzioni e peggioramento in senso autoritario della legge elettorale, che sconvolgerebbe ulteriormente qualsiasi criterio di garanzia della rappresentanza e di eguaglianza di fronte alla legge.

3. Questo taglio fa risparmiare? Ben poco, e lasciando “la casta” con gli stessi privilegi

La somma prevista di risparmio annuale da questo taglio, a seconda delle stime, si aggira fra i 50 e i 60 milioni di euro, dunque meno dello 0,01% della spesa statale (una parte su diecimila)! Peraltro, stiamo parlando di un sesto/quinto del costo di questo singolo referendum, cioè 300 milioni di euro.

Lo stesso M5S ha proposto in passato, seppure con misure moderate, un taglio dello stipendio dei parlamentari: guarda caso, nemmeno quando è stato al governo insieme alla Lega di Salvini – lo stesso che accusa gli altri di volersi tenere stretta la poltrona – è riuscito ad approvare nemmeno la minima misura in questa direzione. Ci ritroviamo così con senatori che guadagnano (netti!) circa 14.635 euro al mese e deputati che ne guadagnano 13.971 – più alcune indennità. Senza contare le pensioni e le varie prebende speciali, senz’altro scandalose, riservate ai parlamentari, se solo si adeguassero questi stipendi a uno stipendio di un normale impiegato, mettiamo 1.500 euro tondi al mese, si risparmierebbero oltre 140 milioni di euro l’anno, cioè il triplo o quasi del risparmio collegato al taglio dei parlamentari – e senza diminuire minimamente il numero di parlamentari!

4. Vogliamo un governo M5S-PD più forte, o più debole?

Si tratta di capirci: se come movimento operaio, come sinistra, come sfruttati e oppressi, vogliamo essere più forti di fronte alla classe dominante e allo Stato, è nel nostro interesse che il governo che c’è si indebolisca. Questo se ci è chiaro che anche questo è un governo dalla parte dei capitalisti e che non cambierà idea.

Il referendum sulla riduzione dei parlamentari rappresenta anche un innegabile voto sul governo Conte. L’improvvisa giravolta del Partito Democratico che si è schierato a favore del quesito, dopo averlo bocciato nel voto parlamentare, ne è la prova lampante. Il Conte bis viene presentato da stampa e televisioni borghesi come un esecutivo di centro-sinistra e unico argine al dilagare della destra. In realtà, è un governo anti-operaio e confindustriale, garante degli interessi del grande capitale e pronto a scaricare gli immensi costi della crisi economica alle porte sulle classi lavoratrici e subalterne. Inoltre, il combinarsi delle sue politiche anti-sociali e della sua supposta coloratura politica di sinistra spingono pericolosamente a destra la parte meno avanzata dei lavoratori. In tal senso è l’incubatore, piuttosto che l’argine, al governo delle destre, che non è né “il fascismo alle porte” né una prospettiva improbabile, data l’ascesa e i continui successi elettorali della destra di Salvini e Meloni, che potrebbero avere un nuovo salto con le prossime elezioni locali e regionali.

Così come il “no” al referendum costituzionale di Renzi del 2016 (che, tra l’altro, tagliava sempre il numero di senatori) generava un freno parziale e una contraddizione rispetto all’attacco frontale autoritario e anti-operaio del PD di Renzi, il “no” a questo referendum genererà un effetto simile. Certo, più ai danni del M5S che del PD, ma non siamo tra quelli che pensano che i grillini stiano aprendo il parlamento “come una scatoletta di tonno”, né che abbiano “aperto una breccia”, da allargare a colpi di leggi insieme al PD, nell’apparato burocratico dello Stato: per noi il M5S è nemico del movimento operaio, e l’ha dimostrato coi fatti, quanto gli altri grandi partiti parlamentari, pure se è nato come partito di parvenu provenienti perlopiù dai ceti medio-bassi.

Questo governo, come il precedente che d’altronde aveva lo stesso premier, si è allineato ai voleri degli industriali, schierandosi dalla parte del profitto contro i bisogni sanitari ed economici immediati di lavoratori e anziani, di gran parte della popolazione, permettendo l’apertura di innumerevoli posti di lavoro per nulla “essenziali” e portando la sanità e la scuola nel caos. Perché, pure sul terreno scelto dai partiti nostri nemici, non dovremmo fare un danno al governo amico degli industriali, aprire elementi di crisi istituzionale, ora che è alle parte un autunno di annunciate campagne di licenziamenti e tentativi di precarizzazione e taglio dei salari?

5. Non è un fatto a sé: democrazia, conflitto sociale e organizzazione degli sfruttati

Nel campo del sì, ma anche in quello dell’astensione per certi aspetti, si tenta in tutti i modi di circoscrivere e di minimizzare quelli che comunque rimangono gli aspetti quanto meno contraddittori, per usare un eufemismo, di questa riforma costituzionale. Si nega che sia un’involuzione antidemocratica (o la si relativizza) oppure si risolve la questione affermando che la democrazia non è di questo mondo, che la democrazia verrà col socialismo, col comunismo, con l’anarchia… che insomma le questioni democratiche, specie se legate allo Stato, sono comunque cosa di poco conto. Il primo e più grande problema di queste concezioni è che la realtà è tutt’altra: la riforma costituzionale di Renzi si associava alla legge elettorale (Italicum), al Jobs Act e alla Buona Scuola, alla stagione di repressione sindacale seguita alla firma del Testo Unico sulla Rappresentanza, alla campagna neocoloniale di accordi con la Libia, alla politiche di ordine e repressione anti-movimenti e anti-operaie. Non è un caso che molte di queste politiche siano rimaste in piedi, o siano variate ben poco, coi due governi Conte, col M5S al governo: proprio perché le politiche che la classe dominante impone ai partiti di governo sono rimaste quelle e, in assenza di una risposta di una forza materiale, da parte del movimento operaio, degli sfruttati e degli oppressi in generale, continueranno sulla stessa direttiva finché non troveranno ostacoli.

Il tentativo di negare l’organizzazione dei lavoratori sui posti di lavoro, così come il loro diritto alla salute e allo sciopero, è un tutt’uno con quello di diffondere tra loro la passività politica e il cinismo verso l’idea di democrazia in generale, molto al di là delle sorti e del ruolo del parlamento.

Ma è proprio il completo disinteresse degli stessi grandi partiti “democratici” che compongono il parlamento – in barba ai discorsi ideali su un paese profondamente e “puramente” democratico, inesistente, fatti dai leader delle Sardine e da altri “democratici progressisti” – che conferma ancora di più che è la sinistra legata alla classe lavoratrice, è il movimento operaio stesso ad avere il ruolo sociale, forza e credibilità a sufficienza per condurre in prima linea la lotta per le rivendicazioni democratiche, riunendo attorno a sé la gran massa della popolazione, senza che lo facciano i partiti governisti.

Si tratta però di farlo collegando queste rivendicazioni a quelle specifiche e “naturali” per i lavoratori, rompendo qualsiasi spirito corporativo e dando un esempio di combattività e di successo nella lotta per i propri obiettivi. Una sinistra operaia che lotti con successo sul “proprio” terreno, sarà molto più credibile nel proporre una legge pienamente proporzionale, il passaggio al monocameralismo con l’abolizione del residuo monarchico-feudale del senato, così come la piena eleggibilità attiva a passiva di tutti i maggiorenni.

La gran massa degli studenti, degli immigrati, dei settori poveri e impoveriti della società, ugualmente, ha tutto da guadagnare nell’opporsi attivamente al disfacimento ideologico e materiale di qualsiasi concezione veramente democratica. Non c’è altra via, se non “scorciatoie” del tutto immaginarie, per rendere desiderabili alla gran parte della popolazione forme di democrazia e organizzazione che veramente corrispondano alle esigenze della gran massa della popolazione.

 

Votare NO senza illusioni di suoi effetti “miracolosi”

Sappiamo bene che il voto referendario sulla riduzione dei parlamentari non sposterà, qualsiasi dovesse esserne l’esito, la bilancia dei rapporti di forza a favore della classe lavoratrice. Immaginare che la vittoria del NO equivarrebbe ad un’immediata e conseguente ripresa di protagonismo da parte delle masse subalterne è scorretto quasi quanto la retorica della sinistra socialdemocratica che invita a votare “no” per evitare “un furto di democrazia”. Non vi è nessun furto perché non vi è una democrazia sostanziale in questa società: ci potrà essere, e ci sarà, in una società in cui le basi materiali, economiche, della democrazia saranno garantite, ovvero una società basata sulla pianificazione democratica e partecipata da tutti dell’economia, senza sfruttatori in grado di distorcere e dominare la vita politica a proprio vantaggio. È allo stesso tempo un’ottimistica quanto dannosa fantasia aspettarsi che la massa della popolazione passi dalla totale passività, dal cinismo accompagnato alla condivisione diffusa delle ideologie più reazionarie, all’organizzarsi diffusamente in modo democratico-consiliare in proprie organizzazioni indipendenti dallo Stato, infischiandosene a tutto campo delle questioni democratiche per tutto un periodo.

Non ci può essere, in conclusione, una ripresa e un grande sviluppo di alcuna cultura della democrazia operaia, della democrazia di fabbrica, della democrazia consiliare, socialista, se non si è disposti e capaci di difendere le proprie posizioni nemmeno nel campo della democrazia borghese.

Il movimento operaio non avrà molte speranze di sviluppare adeguate forme di lotta e organizzazione, di azione unitaria, se non alimenterà e diffonderà fra i suoi ranghi una cultura democratica a tutto campo, che sia connessa alla propria indipendenza politica e organizzativa come classe sociale.

 

Frazione Internazionalista Rivoluzionaria