La FIOM, nel quarantesimo anniversario della “Marcia dei 40mila”, ha ricordato come un evento positivo quello che fu un successo della FIAT, che lanciò contro gli operai in sciopero migliaia e migliaia di crumiri, quasi solo impiegati e quadri.


Mercoledì 14 ottobre è stato il 40esimo anniversario della cosiddetta “marcia dei 40mila” che pose fine a trentacinque giorni di scioperi e picchetti davanti ai cancelli della FIAT di Torino portati avanti contro un piano di “ristrutturazione aziendale”, cioè di licenziamenti. Una sconfitta rovinosa per il movimento operaio, che segnò l’affermarsi della linea antisindacale dura di Cesare Romiti – venuto a mancare un paio di mesi fa – e il progressivo affievolirsi della combattività di fabbrica. Sembra quindi assurdo che un sindacato come la FIOM – che ad oggi conta ancora più di 300mila iscritti – decida di commemorare questo evento sui propri profili Facebook e Twitter come “un’imponente mobilitazione in difesa dell’occupazione”, arrivando a definire in toni celebrativi il 1980 come “l’anno della svolta”. La marcia dei 40mila viene addirittura spacciata per una “mobilitazione operaia”, quando in realtà a prendervi parte furono quadri aziendali e impiegati.

Ripetere un po’ di storia è l’unico antidoto possibile contro questo tipo di falsificazioni. Tra l’estate e l’autunno del 1980, la FIAT si trova in profonda crisi. La dirigenza annuncia quindi prima la messa in cassa integrazione di 24.000 dipendenti, di cui 22.000 operai, poi 14.000 licenziamenti. A fine settembre cade il governo Cossiga II e la FIAT è costretta a fare un passo indietro; viene concesso un accordo ai sindacati confederali – tra cui naturalmente FIOM-CGIL – in cui si rinuncia ai licenziamenti, in cambio della messa in cassa integrazione dei suddetti 24.000 e del prepensionamento di altri lavoratori più anziani. La stragrande maggioranza degli operai rifiuta l’accordo e, in aperto contrasto coi tentativi di mediazione di Trentin e Lama, dà inizio al picchettaggio. A scendere in piazza per difendere l’accordo saranno capi reparto e quadri del comando aziendale. Una buona parte di questi si era formata alla Scuola allievi FIAT (ScaF), dove dirigenti fedeli ai padroni venivano istruiti per garantire il controllo disciplinare sulla forza-lavoro. Con ogni probabilità quel giorno il loro numero si assesta intorno ai 15mila, ma la cifra riportata dalle testate aziendali (la Stampa Sera) diventa miracolosamente ufficiale. Lo sciopero viene spezzato e l’accordo passa, ma alla scadenza della cassa integrazione – il 30 giugno 1983 – nessuno di quei 24.000 dipendenti rientrerà in fabbrica. A Torino non ci saranno più mobilitazioni di queste dimensioni per oltre un decennio. Fino al febbraio 1994, quando la FIAT prepara un altro piano di licenziamenti di massa, che include, ironia della sorte, 3.800 impiegati che avevano preso parte alla marcia del 1980. Chi scende in piazza a difenderli? Gli operai. Quanti? Circa cinquantamila.

Riesaminando le tappe di questo percorso, si riesce a contestualizzare meglio lo “scivolone” sui social della FIOM. La lettura che emerge dai loro post commemorativi è in perfetta continuità con lo stesso atteggiamento compatibilista che aveva contraddistinto le sigle confederali nel 1980. All’epoca, i sindacati decisero di far da mediatori nel processo di conciliazione tra ceto medio e classe padronale, abbandonando definitivamente gli operai che avevano dimostrato di poter condurre la lotta di classe in perfetta autonomia. Oggi, questa scelta viene giustificata attraverso plateali forme di revisionismo storico, anche se, dobbiamo ammettere, queste esternazioni non dovrebbero più stupirci. Qualche mese fa, ad esempio, ricordando i cento anni dall’inizio del biennio rosso, sempre la FIOM su Twitter aveva scritto che “gli operai occupavano le fabbriche chiedendo diritti, tutele e di contare nelle decisioni dello Stato”. Tutt’altro: tra quei lavoratori si concentravano decine di migliaia di militanti e simpatizzanti del partito comunista e di quello socialista che volevano seguire l’esempio della Russia rivoluzionaria e prendere nelle proprie mani il potere economico e politico. Volevano il proprio Stato e volevano stabilire da sé quali “diritti e tutele” avere, senza rimanere sottomessi agli industriali e allo Stato ad essi obbediente.

L’integrazione del movimento operaio nel sistema capitalistico e la sua subordinazione ai dettami aziendali passa quindi attraverso la mistificazione della sua storia. Questa non è una novità. Ciò non significa però che questo comportamento debba essere accettato, soprattutto da parte di una sigla, come la FIOM, che pretende(va) di esibire una certa opposizione al corporativismo più bieco della CGIL. In un momento cruciale come questo, in cui i contratti dei metalmeccanici e dei lavoratori del terziario sono scaduti e in cui Confindustria si prepara a lanciare l’ennesima offensiva ai danni dei lavoratori, è fondamentale capire da quale parte della barricata si trovino i dirigenti dei sindacati confederali. Landini ormai non può fare altro che ripetere i mantra – gli stessi dei 40mila – per cui l’occupazione viene salvaguardata facendo “il bene dell’azienda, del sistema produttivo”, concetto che oggi rischia di tramutarsi nell’ennesima valanga di fondi concessi dallo Stato alle imprese. I confederali hanno trasformato il sindacato in un comitato di discussione della mission aziendale. Sul loro schieramento dunque non ci sono dubbi.

La marcia dei 40mila ci ricorda come l’alleanza ceto medio-padroni giovi solo a questi ultimi, anzi, testimonia precisamente il modo in cui i padroni si servono delle frammentazioni all’interno della classe lavoratrice. La risposta oggi può essere solo la costruzione di un fronte sindacale autonomo dalle aziende, unito e combattivo, che riesca a strappare il terreno che Confindustria ha conquistato negli ultimi 40 anni e che riesca a ricostruire sulle macerie lasciate da quella marcia del 14 ottobre 1980.

 

Marco Duò