La crisi che stiamo vivendo è in primis e soprattutto una crisi dell’accumulazione del capitale: un fenomeno che si fa storicamente motore di cambiamenti sociali. La questione del rinnovo dei CCNL, in particolare dei metalmeccanici, ne costituisce un caso scottante.


Nelle settimane più dure del lockdown, la pandemia veniva vista da diversi settori a sinistra non solamente come una sventura, ma anche come una straordinaria occasione per ripensare a tutto tondo le nostre vite. L’assunto dal quale si partiva era certamente corretto: il vigente modello di produzione è tossico, iniquo e insostenibile. Sbagliata era però la strategia che si immaginava vincente per superarlo. L’idea di fondo, per dirla brevemente, si basava sulla prospettiva che una catastrofe di grande portata potesse scuotere le coscienze nel profondo, generando automaticamente una spinta radicale al cambiamento. L’approccio era puramente idealistico e negava i tratti fondamentali del sistema: ovvero, la costante necessità del capitale di valorizzarsi e la spietata concorrenza che ne consegue. Questi elementi non scompaiono in una fase di recessione economica. Anzi, proprio nella sua disperata ricerca di un profitto più difficile da realizzare, il capitalismo viene spinto lungo un crinale ancora più brutale e devastante. La crisi è quindi il motore del cambiamento. Il meccanismo che lo attiva non ha però sede nel campo delle idee, ma nelle contraddizioni strutturali che genera. Per dirla più chiaramente, una crisi tende a sottrarre quegli spazi di manovra che il sistema possiede per non esacerbare il conflitto sociale. Una dinamica simile a quanto descritto sembra che si stia sviluppando attorno al rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici.

Le trattative tra Federmeccanica e i sindacati confederali per il rinnovo di quello che rimane il contratto di categoria più importante e simbolico si sono interrotte ad inizio ottobre. Il principale nodo del contendere riguarda l’aumento sui salari minimi: all’8% richiesto dai sindacati, gli industriali hanno risposto con la misera offerta di 40 euro circa in 3 anni. Pur non abbandonando il tavolo delle trattative, i confederali hanno quindi chiamato alla mobilitazione: blocco degli straordinari, 2 ore di sciopero con assemblee e sciopero generale dell’intero settore di 4 ore il 5 novembre.

Apparentemente, la dinamica è quella di uno scontro frontale. La realtà è però ben diversa. È stato infatti il sostanziale rifiuto degli industriali a concedere una qualsiasi forma di aumento salariale a costringere i sindacati ad indire l’agitazione del settore. Il rischio per loro era infatti quello di presentarsi con un accordo che sarebbe stato rifiutato e rigettato dalla propria base. In tal senso, la mobilitazione chiamata è funzionale a due obiettivi. Da un lato, evitare che cresca tra le fila dei lavoratori un dissenso autonomo che scavalchi le centrali sindacali e porti ad un processo di agitazione meno controllato dai vertici. Dall’altro, strappare qualche concessione agli industriali che garantisca ai sindacati la patina del successo e ne favorisca, come conseguenza, la tenuta burocratica dentro le fabbriche.

Se i confederali riusciranno ad ottenere una qualche forma di compromesso minimamente accettabile, è molto probabile che, data la debolezza del movimento politico e l’assenza di agitazioni in settori del lavoro che avrebbero potuto esprimere una certa conflittualità – scuola e sanità in primis – l’autunno e l’inverno scoreranno via senza grandi patemi per il governo. Al contrario, se la trattativa tra Federmeccanica e i sindacati dovesse arenarsi e il processo di agitazione sfuggire, anche solo in parte, ai confederali, ecco che il rinnovo del contratto dei metalmeccanici potrebbe diventare il catalizzatore di un diffuso malcontento sociale ed economico, che oggi rimane sopito e inespresso. Per quanto questo non sembri lo scenario più probabile, vi sono alcuni elementi da tenere in considerazione.

Sul lato confindustriale, la leadership di Bonomi ha imposto un nuovo modello di relazioni con il governo e i sindacati, caratterizzato da un atteggiamento decisamente più aspro che viene adesso testato per la prima volta e in modo serio con il rinnovo dei metalmeccanici. Le ragioni di questa svolta riguardano sia la tenuta interna del fronte degli industriali, segnato da alcuni importanti addii negli anni passati, sia le difficoltà causate alle imprese dalla pandemia e dalla successiva crisi economica. Questo secondo elemento non è però omogeneo e rischia di creare problemi al primo. Alcuni settori hanno infatti macinato utili negli ultimi mesi e sono più che disposti a concedere alcuni limitati aumenti salariali che non andrebbero peraltro a intaccare i profitti. La tenuta della pace sociale e la piena operativa delle aziende è, ad esempio, il primo obiettivo nel settore alimentare e dell’agroindustriale, dove la linea di Bonomi è stata apertamente sconfessata con un’insolita lettera aperta da parte di Federalimentare alcuni giorni fa. La sensazione però è che dentro Federmeccanica la posizione di Bonomi sia decisamente più popolare: non necessariamente per adesione politica alla sua linea, ma per stringenti necessità di salvaguardia dei margini di profitto da parte degli industriali. Se così fosse, Federmeccanica potrebbe essere spinta su posizioni più oltranziste nella partita del rinnovo del contratto dei metalmeccanici.

Sul versante sindacale invece, il pesante cedimento sul welfare aziendale da parte dei confederali nel 2016 impone oggi una partita che, almeno in parte, deve essere giocata sul fronte degli aumenti salariali. Tale dinamica sembra rafforzata da quanto successo durante la pandemia quando, nonostante un lunghissimo braccio di ferro sulla chiusura delle attività produttive non strettamente essenziali, molte fabbriche che non rientravano nella categoria hanno continuato a lavorare a pieno regime. Una parte dei lavoratori di queste aziende sembra adesso decisa a passare all’incasso dei sacrifici patiti tra marzo e aprile. Inoltre, proprio la malcelata sottomissione del governo Conte ai diktat di Confindustria aveva portato ad una serie di scioperi spontanei in molte fabbriche metalmeccaniche a metà marzo, quando tutti dovevano restare asserragliati nelle proprie abitazioni, fatto salvo ovviamente per i lavoratori chiamati a produrre. Quanto quelle mobilitazioni abbiano sedimentato nella coscienza degli operai non è semplice da dire. La mancata creazione di coordinamenti di lavoratori tra le varie aziende sembra suggerire che il lascito delle agitazioni di marzo potrebbe essere limitato. Eppure, la sensazione che qualcosa sia successo rimane. E questo potrebbe fornire un trampolino di lancio per una più estesa mobilitazione nel caso in cui il rinnovo del contratto dei metalmeccanici si dovesse rivelare più complicato che in passato. Su una possibile dinamica di piazza pesa però la grande incognita della risalita dei contagi e le nuove restrizioni imposte: sarà proprio il movimento dei lavoratori a ribaltare il legalitarismo che una parte significativa della sinistra, anche quella cosiddetta radicale, ha introiettato in questi anni?

Gianni Del Panta